Cultura Scicli

Il pozzo del giudeo di Scicli in un'antica pergamena del Trecento

E' sito in contrada San BIagio

Scicli - In un’antica pergamena della metà del Trecento, custodita tra i fondi dell’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, ho ritrovato uno dei più interessanti documenti della storia di Scicli.

Si tratta di una compravendita avente per oggetto il Fondo del Pozzo del Giudeo di Contrada San Biagio.
E’ un documento importantissimo perché in esso la proprietà appare sufficientemente frazionata e descritta quasi con meticolosa pedanteria da un notaio che doveva conoscere molto bene i luoghi regalandoci, in effetti, un piccolo e insperato catasto ante litteram di quella zona.

La pergamena si è salvata solo perché nel 1564 il not. Giovanni Baxetto eseguì una sua trascrizione da originale per rivendicare un censo pertinente alla Curia della Contea di Modica. Nel dorso del documento trascritto così si legge, infatti:
“Trascrizione del fegho del Puzo dello Judio nel territorio di sicli venduto da Don Giov: Donna Marchisa settimo a Giaymo Iozzia cum onere di #3.10 di censo alla Corte del mag/co Conte di Modica Manfre Chiaramonte.”
Il Conte di Modica al quale l’indicazione fa riferimento sarebbe, dunque, Manfredi II Chiaramonte, il censo che gravava sul fondo era di tarì tre e dieci grani.
Già il Pluchinotta aveva avuto, però, notizia di questa vendita. Nel suo libro “Memorie di Scicli” a proposito della famiglia Ioccia o Iozzia a pag. 249 così scrive:
“Un tempo possedette anche il feudo di Pozzo Iudìo, venduto ad Alemai de Iozzia dai coniugi Giovanni e Marchisia Settimo con atto del 4 marzo 1350 (la data del 4 marzo riportata dal Pluchinotta è errata) presso Notar Giovanni di Lorenzo di Noto.”
E a pag. 265 ci rivela, scrivendo a proposito della famiglia Settimo, di aver letto la trascrizione della pergamena in un atto rogato dal not. Bartolomeo Terranova il 4 giugno 1550:
“Settimo. Antichissima famiglia sciclitana che nel secolo XIV possedette il feudo di Pozzo Iudìo alle porte di Scicli; le era stato concesso nello stesso secolo e fu venduto poi ad Alemaide Iozzìa dai coniugi Giovanni e Marchisia Settimo nel 1350. La concessione di questo feudo si trova transuntata in un atto del 4 giugno 1550 presso Notar Bartolomeo Terranova.”
E’ strana la circostanza secondo la quale sia la notizia del “transunto”, eseguito dal notaio Terranova, che la trascrizione ufficiale della pergamena, eseguita qualche anno più tardi dal notaio della Contea Baxetto, siano arrivate per diverse vie fino a noi a testimonianza di una storia importantissima sottratta per puro caso all’oblio del tempo.
Curiosamente il “transunto”, contenuto nell’atto del notaio Terranova cui si riferisce il Pluchinotta, è andato perso perché proprio quell’atto fa parte di un protocollo del notaio non più reperibile presso l’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica. Sarà stata una perdita recente, comunque, se il Pluchinotta che scriveva nel 1932 aveva potuto consultarlo e leggerlo.
Resta, allora, la trascrizione da me ritrovata che assume un duplice interesse, visto che oramai è unica.
Il testo, oltre a fornirci preziosissime informazioni sulla Scicli di metà Trecento, presenta pure grossi interrogativi come, ad esempio, quel misterioso toponimo “Chanduk” che prima ancora di “Cavette” denominava quella zona la cui costa scende da contrada San Biagio fino alle rive del fiume Irminio.
Un termine sconosciuto “Chanduk”: per quanto mi sia sforzato di cercare, a oggi non ho trovato purtroppo una spiegazione convincente del suo significato.
Un’altra importante deduzione riguarda proprio il “pozzo del giudeo”. Il fondo venduto porta il suo nome. La pergamena sottintende che si tratta di toponimo antico già molto noto e conosciuto.
Sappiamo così che i giurati di Scicli alla data dell’atto (7. 3.1350) erano Martino de Joccia e Roberto de Arrabito, felicemente regnante Ludovico, re di Sicilia, nel nono anno di regno.

“ihs
In nomine Domini d/ni anno dominice jncarnationis millesimo trecentesimo quinquagesimo mense martij vijº die mensis eiusdem quarte ind/nis regnante serenissimo d/no d/no n/ro rege Lodovico inclito rege Scicilie regni ipsius anno viiijº feliciter amen: Nos not/ martinus de ioccia et robertus de arrabito Judices terre Sicli Jo: de Laurentio regio pp/co not/ terre noti et testes subscripti ad hec vocati et specialiter rogati presenti scripto pp/co notum facimus et testamur quod nob/ dom/us Jo: de Septimo miles et nob/ d/na markisia jugales h(uius) terre predict/ xicli sponte et non choatte non vi nec dolo dutti sed omni eorum consilio et provisione muniti: ditta Domina markisia cum autorictate ditti d/ni Jo: mariti sui sibi ad infra/ttam omniam auctoritatem prestantis quolibet eorum jn solidum vendiderunt alienaverunt traddiderunt et assignaverunt a legisto alaymi de Joccia h(uius) terre preditt/ presenti ementi pro se et suis heredibus adque successoribus jn perpetuum quoddam pheudum eorum vocatum Lu puczo di lo Judio situm et positum jn territorio terre preditt/ xicli in q/tta cavette que vocatum chandich (ch finale come in K, ndt) sub infra hos fines ut dixerunt videlicet…”

Segue la descrizione del luogo. Il notaio riporta tutti i vari confini e le notizie utili per la sua corretta individuazione, c’informa che il luogo confina tra l’altro con “costa” di Nicola Di Lorenzo e con “costa” di sua proprietà. Ecco perché il notaio era così ben informato!
Tra i vari confini il notaio menziona la “costa della chiesa di san Lorenzo”, ergo il priorato non era ancora sotto il titolo dei santi Filippo e Lorenzo?
“Ab una parte dividit cum terris ditti emptoris ab alia autem parte dividit cum terris simonis et roberti de pisana ab alia autem parte dividit cum costeria mattei de cammaris et tendit per limitum limitum usque ad viam pp/cam que dicitur la scala et de inde tendit per limitum limitum usque ad aliam vallettam parvulam et de inde tendit per limitum limitum cuiusdam coste ecclesie Santti Laure/ et cuiusdam alie costie heredis quondam Jo: de falcarella et cuiusdam alie costie nicolai de Laure/ et cuiusdam alie costie mei not/ Jo: de laurº et de inde tendit per limitum limitum usque ad mandram et Scalam que dicitur di la canna et de inde tendit per cavam cavam ditti chanduch (ch finale come K, ndt) sub et tendit ad viam pp/cam que itur ad ecclesiam Santti blasij et passa per donna aldiarda et cum terris quondam spinelli florentini et de inde tendit per lavinarum lavenarum putei supra ditti et tendit ad terras que dicunt li portelli et alias confines”
Il notaio elenca numerosi censi che gravavano sul fondo e dà conto di diverse rendite ad esso collegate:
“cum omnibus juribus rattionibus pertinentijs juribus accessibus et ingressibus suis et cum agnoscentijs eidem pheudo pertinentibus consuetis et debitis: viz: #j - io recipiendo/ anno quolibet a jacº de luparello pro domibus suis sit/ et posit/ in burgo terre preditt/ suis finibus limitat/ item gr/x recipiendo/ ab heredibus quondam dop/ni (domini, ndt) Jo: de alferio pro domo sua sita jn eod/ burgo suis finibus limitata item #j - x: recipiendo/ ab heredibus quondam urlandi curmi pro domibus suis sitis in eodem burgo suis finibus limitat/ item gr/ v soldorum pro urlandum de laurº pro quadam apoteca sua sita in eodem burgo suis finibus limitata item # j(1, nda) recipiendo/ ab uxore quondam urlandi de alferio pro domibus suis sitis in eodem burgo suis finibus limitat/ item #ij - gr/ j recipiendo/ ab Jo: de vonasia et riccarda uxore sua pro quodam vineale quod olim fuit quondam bart/i de mirindino ditt/ di barbara sit/ jn flomaria ditt/ terre suis finibus limitat/ item # j - j9 recipiendo/ a bartº de renda pro vinealibus suis sitis in eadem flomaria suis ....7 ...f/ limitat/ item #j - x recipiendo/ ab heredibus quondam rose de Jo: de napuli pro quodam carrubbito suo sito et posito in eadem flomaria suis finibus limitat/ item gr/ ij recipiendo/ a Simone de pisana pro quadam crutta sua sit/ et positam in territorio predit/ in q/tta maxitte suis finibus limitat/ et cum omnibus juribus pertinentijs dit/ pheudo spettantibus pro ut attenus antecessores eorum dit/ pheudum tenuerunt et possiderunt et nichil eis exenti reperto ult/ reservato…”
Il prezzo di vendita fu fissato in quaranta onze di cui venti in contanti già corrisposte alla chiusura dell’atto e le venti onze residue erano state computate a estinzione di un debito contratto per quell’importo dal venditore con il compratore.
Fra le rendite del fondo ne figura una di grani 2 da riscuotere da un tale Simone di Pisana per una grotta da lui posseduta in contrada “Maxate” nel territorio di Scicli (per Maxate v. Pacetto “Toponomastica Contrade di Scicli”, pag. 227). Tutte le altre rendite, invece, fanno riferimento a un “burgo” che per la contiguità con il fondo potrebbe essere quello di San Biagio, attestando così un antico insediamento proprio in quel territorio.
L’atto fu rogato alla presenza di un giurato della città, un tale Roberto de Arrabito, analfabeta, per il quale il notaio fece firmare Francesco de Cristofaro.
All’atto intervennero diversi testimoni tra cui uno che curiosamente si firmò come “villano rifurjato”.

CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica (ASM)
Pacetto Giovanni,“Toponomastica Contrade di Scicli”, ms. presso Biblioteca Comunale “Carmelo La Rocca” Scicli
Pluchinotta Mario, Memorie di Scicli, II Ediz. Riveduta e accresciuta, Tip. La Perello di G. Ficicchia, 1932, Biblioteca La Rocca, Scicli
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