Cultura Modica

La Giudecca di Modica

La Giudecca si estendeva dal pianoro del castello

Modica - Le città dell’antica Contea di Modica sono state (per anni) oggetto di studio e inevitabile meta di visite guidate per i miei alunni di scuola media. Cercando di capire che cosa si nascondeva dietro la ricostruzione di queste millenarie città, soprattutto dopo il terribile sisma del 1693, puntualmente avevamo constatato che le “terre” e le città avevano già una loro identità ed una certa importanza prima del catastrofico evento. Una particolare attenzione del lavoro scolastico di allora era stata rivolta alla città di Modica “la capitale della Contea”, alla città di Scicli (per affinità dialettali e storie comuni con Monterosso) e a Ragusa Ibla.

Durante le visite svolte a suo tempo avevamo letto e “sentito parlare” delle cento chiese; dei quartieri di Francavilla, Corpo di Terra, la Catena, la Vignazza, il Casale, Cartellone (il quartiere degli Ebrei); di due fiumi che attraversavano la città (causa di rovinose piene); di antri misteriosi, di antichi templi, castelli e sinagoghe di cui però nulla o poco ancora oggi si conosce.

Dalle leggende e dai racconti da me puntualmente riferiti emergevano tanti dubbi e poche certezze. Gli alunni li evidenziavano con semplicità, sia nelle discussioni di preparazione alle visite guidate e sia in quelle successive, dubbi qui da me riproposti in questo articolo nel tentativo di dare ad essi delle risposte. Ad esempio: Nella Contea quale era la situazione al tempo dei Vespri Siciliani? Nel Medioevo esisteva una cinta muraria e quale era il suo perimetro?
Perché è chiamato Francavilla il quartiere a fianco del castello. Che cosa è stato dato in franchigia, veramente? Perché il quartiere di S. Pietro è detto Corpo di terra? La chiesa rupestre di San Nicolò Inferiore per quale motivo è stata murata? La chiesa di S. Pietro quale spazio occupava prima del 1504?
Nel quartiere Cartellone (molto abitato nel Cinquecento) vi erano solo gli Ebrei e questi abitavano anche in altre contrade? Il quartiere era veramente chiuso agli altri abitanti della città?

Il terremoto del 1693 fu molto distruttivo. Tuttavia gli uomini a causa delle mode, della bramosia di possesso e della speculazione economica spesso non si sono accorti di fare più danni degli eventi naturali, modificando, a volte, irrimediabilmente l’antico aspetto architettonico e paesaggistico delle città.
Tre esempi per tutti: a Modica la demolizione nell’Ottocento della facciata gotica del palazzo della Baronessa di Santa Rosalia al Corso (S. Minardo, 1952; G. Ascenso, 2010) e la totale distruzione della chiesa di S. Agostino e dei palazzi adiacenti, avvenuta negli anni sessanta del XX secolo (“ Dialogo” pag. 5, maggio 2019); a Scicli, la demolizione dell’ex Collegio Gesuitico (1961) annesso alla settecentesca Chiesa di S. Ignazio, poi divenuta Matrice (Guida alla provincia di Ragusa, Giuseppe Iacono, 1985).

In questi anni mi sono dedicato allo studio di un periodo ben preciso, il XVI secolo, cercando di capire quale sia stato il ruolo svolto dai monterossani nella Contea di Modica a partire dall’anno 1508, data in cui il paese di Monterosso fu “ricomprato” dai Conti. Per svolgere tale indagine, ho frequentato con assiduità l’Archivio di Stato di Ragusa nella sua importante sezione di Modica non adeguatamente valorizzata e ubicata attualmente nei locali dell’ex Liceo Convitto.
Ho visionato i registri dei notai di Monterosso (i più antichi al momento risalgono al 1549), ma anche e soprattutto quelli dei notai di Modica (anni ’20 e ’30 del Cinquecento) oltre ad alcuni registri della Contea e ad altro materiale archivistico e documentale. Nelle carte dei notai del XVI secolo invece del “quartiere” veniva indicata la “contrada” (q/ta), almeno fino a quando gli agglomerati urbani furono chiamati casali, borghi, terre e poi città. Il problema dei quartieri inizia con la Riforma del Governatore Bernardo del Nero quando si modificano radicalmente l’organizzazione amministrativa e l’assetto urbanistico della Contea, ridefinendo i sistemi di rappresentanza e di partecipazione.
L’impegno profuso in questo lavoro ha cominciato a dare alcuni risultati certi, collocando altre tessere al posto giusto nel complicato mosaico della conoscenza storica della Contea e della città di Modica. Volevo pubblicare, in verità, questo lavoro in un successivo momento, facendolo seguire alla pubblicazione degli esiti delle mie ricerche su Monterosso. Alcune iniziative che si sono svolte in quest’ultimo periodo a Modica, però, mi hanno spinto ad anticipare i tempi e a comunicare queste mie scoperte sulla Giudecca di Modica. Tali eventi nello specifico sono stati:
1) Il trentennale della scoperta della chiesetta rupestre di S. Nicolò inferiore (luglio 2017). Dalle relazioni svolte non emerge nessuna novità relativa alla conoscenza dei luoghi dal punto di vista storico-artistico.
2) La presentazione del libro “Antichi palazzi di Modica” (vol.3) della signora Teresa Spadaccino nel quale l’Autrice avanza delle ipotesi sulla presenza ebraica nel Quartiere Vignazza individuando anche l’ubicazione di qualche sinagoga minore. Non si giustificherebbe tuttavia tale collocazione perché essendo “il cimitero ebraico” storicamente allocato a Cartellone, la Vignazza risulterebbe essere troppo distante e difficilmente raggiungibile per la presenza di due fiumi da attraversare. Lo stesso relatore dott. Nicolò Bucaria, infatti, ha chiarito alcune problematiche ma non ha sciolto l’enigma, anzi ha sollevato ulteriori dubbi dicendo che : “… per la città di Modica si è ancora alla ricerca dell’esatta ubicazione della Giudecca e che i cimiteri ebraici erano distanziati (non lontanissimi) rispetto alle zone abitate quindi … prima occorrerebbe individuare la zona della giudecca e poi avanzare tutte le altre ipotesi”.
3) Le Passeggiate barocche 2018 aventi come programma“Il quartiere Francavilla e le chiese di San Giuseppe, San Michele e Santa Lucia”. Chiesa e zona di San Giorgio. Le notizie date in questa partecipata attività, però, si fermavano al Seicento. Nessun cenno al quartiere ebraico.
4) Le “Passeggiate musicali al Cartellone … viaggio nell’antico quartiere ebraico”. Interessante iniziativa turistico/culturale dall’inequivocabile titolo.
5) Aggiungo, per ultimo, in ordine di tempo: i quattro incontri sulle famiglie più importanti di Modica svoltisi nei locali della Biblioteca Comunale e a Palazzo De Leva (anche qui nessun cenno alle eventuali origini ebraiche delle famiglie oggetto di studio).
Avendo raccolto un’adeguata quantità di notizie inerenti alla contrada della Giudecca, relative alla prima e alla seconda metà del Cinquecento, mi sono chiesto se non fosse arrivato il momento di mettere fine a tutta una serie di racconti, leggende, ordini, divieti e false informazioni, seminata ad arte nei secoli dalle principali istituzioni della Contea. Soprattutto (ma non solo) dalla Chiesa e in particolare da alcuni Ordini monastici, dai tribunali e dai governanti che si sono succeduti nel tempo sin dall’eccidio del 1474 (lo stesso anno in cui muore il Conte Giovanni, terzo dei Cabrera) e in seguito alla “cacciata” degli ebrei dopo il 1492/93. S’imponeva, infatti, ai notai o ai compilatori dei vari documenti di “non trascrivere” i nomi, i cognomi e i soprannomi, i mestieri, delle persone e dei luoghi abitati dagli Ebrei, tranne a volte la segnalazione dei “conversi”nei registri delle chiese (la stessa cosa avveniva a Siracusa, a Palermo e in altre città della Sicilia).
Tutto ebbe inizio dalle devastazioni dei poderi, dal saccheggio e dalla distruzione delle case degli ebrei (alcune distrutte dalle fondamenta). Aggiungevano nella loro supplica i maggiorenti della Giudecca “ hanno stracciato e bruciato i libri delle scritture … in cui erano registrati i loro debiti (dei cristiani), così che le mogli degli uccisi non possono dimostrare i loro debiti ne recuperarli ” (vedi: F. Ereddia, Ebrei, Luterani … pag. 90).
Placido Carrafa nel suo “Prospetto corografico … ” del 1653 accenna soltanto all’eccidio di Modica e Noto (Cap. decimo settimo), e Filippo Renda nella nota n. 21 di pag. 165 (ristampa dell’edizione di Modica, 1869 (stesso libro, A. Forni Ed.) dopo le considerazioni sulla strage, scrive: “Noi sino al presente ricordiamo il ghetto dei Giudei appellandosi con tal nome il quartiere Cartellone, ed ancora si osservano dei ruderi d’una loro Sinagoga”. Queste notizie, non supportate da apposita documentazione hanno dato probabilmente adito a tutta una serie di equivoci.
Al prof. Giuseppe Raniolo (che ho conosciuto personalmente, già negli anni ‘90 del secolo scorso) chissà perché sono sfuggite le notizie inerenti all’ubicazione della giudecca. Così scrive “… il 15 agosto, scoppiò a Modica una sommossa popolare contro gli Ebrei locali dimoranti nel quartiere Cartellone …” citando a sua volta G. Modica/Scala (nota 23, pag.91. La Contea di Modica … , Ed.”Ass. Cult. Dialogo”, 1993). In un altro suo libro Raniolo dice con rammarico di non trovare la descrizione dell’itinerario dell’antica fiera di S. Cataldo. Alle pagg. 145, 146 e 147, egli scrive, infatti, che la fiera fu istituita prima di quella di S. Michele Arcangelo e che iniziava il 10 maggio, aggiungendo che “ Non si conosce il territorio riservato alla medesima né si sa se comprese anche il mercato degli animali …” (Intr. alle consuetudini e … , Ed. “Ass. Cult. Dialogo”, 1987).

Forse fu proprio perché la fiera si svolgeva nel quartiere della Giudecca che l’itinerario scomparve dalle carte! In esso probabilmente erano citati persone, località e palazzi ebraici. E la nota 8 dello stesso capo terzo pag. 119/120, riporta che: “Una delle più antiche nomine della contea pervenuta fino a noi è quella accordata dal governatore Giovanni Ventimiglia (data in terra di Scicli) l’8 aprile 1530 a Giovanni, Matteo ed Onofrio Giurdanella per la fiera di S. Cataldo la quale godette di franchigia per 15 giorni”.
Sappiamo che San Cataldo è stato il Santo venerato dai Conti, con una sua chiesa già esistente nel ‘400 all’interno del castello e in una zona molto abitata il cui culto continuò per tutto il ‘600, fino a scomparire a causa anche del terremoto e durante le secolari lotte campanilistiche. E’ probabile che la festa e la fiera in onore di questo Santo siano state tra le più antiche della città. Ma questo è un altro argomento.
Anche Francesco Ereddia a pag. 68, (citando G. Modica/Scala) scrive che gli Ebrei “… erano concentrati nel quartiere Cartellone …”. Cartidduni, dall’ar. Harat al-yahud, <Il quartiere degli ebrei>.
Le ricerche da me svolte, invece, dimostrano che la Giudecca, “abilmente occultata” per secoli, era collocata proprio nel “cuore” dell’attuale centro storico nel quartiere nominato di Francavilla (niente fu più esplicito di questo nome), tra la Cava (attuale chiesa di San Pietro) e le Coste di Cartellone e di S. Lucia comprendendo naturalmente buona parte del quartiere Cartellone al di là del fiume Mauto, dove era ubicato il Cimitero “… domo et locis quontiquis et collateralibo sitis et positis in hac terra mohac in q/ta di lu curso seu cimmiterj di li judei …” (Simone di Giacomo, n.176, vol.3, f.36, XI ind., 1552) oppure (Pera Vattipedi, n.174, vol.9, f.158rv, 159r, V ind., 1546) “... q/ta vocata di lu curso seu cimbiterij di li iudei qonf/nti cum domo josip di aparo et ab alio cum domo macteu di vainj et via pp/ca …” e ancora “… domo in q/ta di lo zimbiteri di li judei q/nti cum nic. scapellato et cum cripta jacobo di galazo et cum ruga vicinali …” (M. di Pietro, n.170, vol.20, 3°ind., 1559).
La Giudecca si estendeva, dunque, dal pianoro del castello (Matteo di Pietro n.170, vol.2, XI ind., 1538) “… trappitum cum certa domicola … in hac terra mohac in q/ta de la Judeca seu di lo castello …”, alla zona di S. Michele Arcangelo, S. Giuseppe, inizio via Catena dove si trovava “la plaza de li potegi”, le botteghe e le macellerie in tutto simile alle tante “piazze delle Erbe” delle città del Nord/Italia. Scendeva lungo il pendio sotto il castello seu di lo trappito, dove vi era il trappeto dei Traversa-Crispo-Sedegno (M. di Pietro n.170, vol.6, 1° ind., 1543) “ … Pro magnifica Lajnora de Crispo h. t. mohac … locavit et ingabellavit a Michaeli Gallo ditte terre … quoddam suum trappitum in q/ta di la judeca …” e dove vi era una “… domo in q/ta della judecca supra la ecclesia di sancta maria la blanca che a lu presenti la teni et possedi lu nos michaeli luber aliter lo spagnolo …” (M. di Pietro, n.170, vol.21, f.84v, XV ind., 1560). Inglobava la zona della Raccomandata (M. di Pietro, 170, vol.25, IX ind. f.290v, 291rv, 1566) a proposito di un contratto dotale “… quoddam palacium … in q/ta vocata di la judeca et di sancta maria la raccomandata …” e della Trinità, sopra la via Garibaldi (M. di Pietro, n.170, vol.4, f.99, 1539) “… Mariano de Sammartino vendidit et alienavit … quoddam sua domum cum trappito extentibo in hac t. mohac in q/ta di la Judeca seu di la Trinitatis …” e arrivava fino alla “Chiancata seu Malfitania”, la strada degli artigiani e dei commercianti.
Proseguiva lungo il corso del fiume Mauto (P. Vattipedi, n.174, vol.10, f.112v, 113r, vj ind. 1547) “… il m/ro Luca Pullara junior … se obligavit … facere et edificare et a murare quoddam domum terranea in q/ta di lu cursu seu q/ta di li judei quonfinanti cum domo vincenzo de abola tantu di maramma rustica comu di petri taglati …”. Occupava la zona della contrada detta “la porta di la terra” dove vi erano la vecchia chiesa di San Leonardo e quella rupestre e parrocchiale di San Nicolò Inferiore (Antonino Leocata, n.172, vol.11, f.5rv,6r, X ind., 1566) “… quoddam palatium terraneum cum cammara cripta et porticatum … in q/ta di la porta di la terra … q/nti cum domibo nos joannis di nuchifora et cum via pp/ca …”, altri trappeti, diversi magazzini e il fondaco, a confine della piazza di sotto o “plaza di lu puzo” (poi piazza del mercato). Passava dall’altro lato del fiume Mauto dove era il detto cimitero ebraico e dove insisteva una parte della costa sotto la collina dell’Itria (M. di Pietro, n.170, vol.8, f.46rv, 1544) “… duabo criptis et palacio in h. t. mohac in q/ta di lo cimmiteri di li judei q/nti cum via vocata di sancta maria ditria et … “. Risaliva verso la Cava di S. Sebastiano e poi verso San Giorgio, dove al di sopra del cimitero vi erano le chiese di San Michele Arcangelo e la vecchia chiesa di San Giuseppe, ritornando sul piano del castello.
Nei primi anni del ‘500 nel quartiere ebraico coesistevano già diverse chiese, alcune molto antiche come attesta il seguente atto: (M. di Pietro, n.170, vol.2, f.87rv, XI ind, 1537) dove il m/ro antonino di mauro compra una casa “… cum cripta sitam et positam … in q/ta di la judeca q/nti cum domo m/ci joannis de ascenso et cum ecclesie sancte marie virginis de la plaza et cum duobo veis pp/cis et aliis …“, e considerando che la zona era già abitata non solo da “honorati “ maestri artigiani e massari ma anche da nobili e magnifici, alcuni spettabili e diversi venerabili e che tutti avevano i loro “tenimenti domorum” e palazzi con sotto le botteghe (a loerio) e porticati con all’interno cisterne o pozzi (fosse), la Giudecca poteva considerarsi un “quartiere aperto”, dove si conviveva nel modo migliore possibile tra cristiani ed ebrei e non solo.
Nelle ricerche relative alle Giudecche della Sicilia ho potuto constatare che erano ubicate quasi tutte nei pressi dei castelli. Forse perché le concessioni venivano date dai sovrani e gli ebrei in quanto “servi della regia camera “ rispondevano delle loro azioni direttamente al re. Nonostante le leggi restrittive e i continui divieti, erano addetti alle pulizie dei castelli e forse anche alla sorveglianza degli stessi. Si dedicavano al notariato (chissà se è per questo che mancano diversi notai), e alla riscossione di censi e gabelle per i signori e i sovrani. Essendo molto abili nei commerci, venivano tenuti in grande considerazione nonostante le limitazioni personali.
Le giudecche di Modica, Noto e Scicli non erano da meno rispetto alle altre. In tutte e tre sono comuni: i toponimi delle località (anche delle chiese), la stessa vivacità nei commerci, nella finanza, nelle ottime abilità artigianali soprattutto nella lavorazione dei metalli preziosi e delle pelli, nella colorazione delle stoffe e nella lavorazione della seta.
Nella giudecca era ubicato “lo Steri“ (come a Ragusa e a Scicli) e lo apprendiamo indirettamente da un atto del notaio Matteo di Pietro che conosceva benissimo personaggi e luoghi, perché abitante nel quartiere (M. di Pietro, n.170, vol. 26, X ind., 1566) “ Il ven/lis domino thomas de lixandro de t. mohac … in perpetuum vendidit et alienavit … a michaele de rivilla |o zivilla|... quoddam casalenum ditti SS/mi Sacramenti … in q/ta vocata di lo castello q/nti cum lo Steri et cum magazeno et domibo nos perio de martinico (in altre: perio peros alias martinico) et cum cripte … caterine de tamburello et cum introito vicinale …”.
Sappiamo che attorno al castello vi erano diverse sorgenti d’acqua che si riversavano da una parte nella zona della Catena e di S. Maria di Betlem, dall’altra sul lavinaro di S. Giorgio e sul “calaturi” di S. Giuseppe che passando sotto le case Cannata sfocia oggi nella zona di via Guerrazzi. La presenza di sorgenti anche nella zona della via Longa (via Garibaldi) e al corso potrebbe essere indicativa per localizzare il “Bagno” (Antonino Leocata, n.172,vol.6,f.149v,150r, XIV ind., 1547/48 “… il m/co hieronimo di sancto stefano de terra mohac … vendidit et alienavit … honorato vito filio q/dam vincenzo de monaco de terra xicli … eio palacium soleratum … in q/ta di la fossa di li Judei q/nti cum domo marci de leone cum via pp/ca et alijs …”. Il notaio fornisce una notizia utile, se teniamo in considerazione che per “fossa” si intende anche un pozzo o una cisterna (come in altri documenti) e non solo un luogo di sepoltura. In zona esisteva anche una Senia.
Nessun documento sulle sinagoghe. Io qui vorrei formulare un’ipotesi: una piccola sinagoga potrebbe coincidere con la ex chiesetta della Trinità (venduta nel 1937); l’altra (quella importante) con la chiesa di S. Pietro. Se la chiesa di S. Nicolò Inferiore tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 era parrocchiale, e come scrive il Carrafa, riportato da F. L. Belgiorno a pag. 210 (Modica e le sue chiese, ristampa Ed. Argo, 2007) “sotto l’istesso nome di S. Pietro una più antica ne esistette là dove era un Monastero di Benedettini, fuori le mura, nella parte superiore, fabbricata al tempo di S. Gregorio Magno, la quale recentemente si è unita a quella consacrata al nome di S. Giovanni Evangelista posta a ponente”. Che cosa c’era prima del 1504, nello spazio dell’attuale chiesa di S. Pietro data la conformazione delle vecchie mura e l’assenza del campanile, la presenza di un loggiato, una esposizione e un ingresso in posizione completamente diversa forse dalla via Castello, quasi all’incrocio di via della Raccomandata?
Si dice che la Sinagoga di Modica fosse “bella” come pure quella di Noto (Dario Burgaretta, “Un’elegia in giudeo-arabo di Sicilia …” a proposito di un manoscritto conservato presso la Biblioteca Palatina di Parma, un testo liturgico dove si fanno riferimenti espliciti ai massacri di Noto e Modica e alle due sinagoghe.
Nella perdita della memoria storica della giudecca, sicuramente determinante fu il ruolo della Chiesa Cattolica e delle istituzioni monastiche maschili e femminili che gestivano immensi patrimoni e le numerosissime e lucrosissime rendite. Da non trascurare minimamente il ruolo della Santa Inquisizione. I singoli governatori forse hanno avuto una visione ed una gestione personalistica e privata dei documenti archivistici della Contea, almeno fino alla fine della feudalità.
Nel corso dell’Ottocento, il comune di Modica, sempre in cerca di una sede di rappresentanza e sempre privo di risorse economiche (come tanti altri comuni in Sicilia), decise di sistemare gli archivi dei notai in alcuni locali al piano terra del palazzo comunale. L’umidità e le piene faranno certamente la loro parte nella scomparsa di molto materiale archivistico. Date le circostanze, regge anche l’ipotesi di una voluta premeditazione.. Nel corso del Novecento una certa “ liberalità” di accesso, prima della definitiva sistemazione dell’Archivio di Stato, soprattutto nella sezione di Modica, avrà fatto il resto.
E comunque, nonostante tutto, le carte dei notai (registri, minute, bastardelli), i registri amministrativi della Contea e i Fondi Privati, continuano a fornire informazioni utili alla conoscenza della vita reale delle comunità della cosiddetta “Contea di Modica”e non solo. Nel caso specifico mi sono limitato a evidenziare solo quelle notizie che riportavano esplicitamente la dicitura per esteso della parola judeca e della specifica località. Nonostante le leggi, i divieti, le carestie e le pestilenze, le nostre zone erano come un “porto di mare aperto ”, fin dai tempi lontani e chiunque dopo avere abitato nelle nostre città e terre per almeno un anno, un mese, una settimana e un giorno, poteva richiedere la cittadinanza, partecipare alla vita pubblica e usufruire degli eventuali benefici, naturalmente adeguati al grado di appartenenza sociale. Anche per questo continuo scambio e interazione tra culture Modica fu una grande città.

Crediti
Archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica, Notai
Ascenso G., L’Aquila e l’assenzio, Modica, 2010
Belgiorno F. L., Modica e le sue chiese, ristampa Ed. Argo, 2007
Carrafa P., Prospetto corografico istorico di Modica , a cura di F. Renda, ristampa ed. di Modica, 1869. A. Forni Editore
Dialogo, Giornale mensile, pag. 5, maggio 2019, Modica
Ereddia F., Ebrei,luterani, omosessuali e streghe nella Contea di Modica, Sellerio ed.(Pa)2009
Iacono Giuseppe, Guida alla provincia di Ragusa, 1985
Intr. alle consuetudini e … , Parte II, Edizioni “Associazione Culturale Dialogo”- Modica, 1987
La Contea di Modica nel regno di Sicilia, Edizioni “Associazione Culturale Dialogo”, 1993
Minardo S., Modica Antica, Pa. - 1952;
Spadaccino Teresa, Antichi palazzi di Modica “vignazza e casale”, vol. 3, Modica, 2017
Sitografia (ultima consultazione 23.06.2019):
https://www.academia.edu/32571582/
Un Uomo libero, Scicli Ebraica e la sua antica sinagoga, 1.4.2019
https://www.ragusanews.com/2019/04/01/cultura/scicli-ebraica-e...sinagoga/98045
Foto Archivio Dinatale
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