Cultura Modica

Toni Servillo: il Cinema è l'unico spettacolo dal vivo che ci è rimasto

Un intellettuale al servizio del teatro

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Modica - “Il Cinema è l’unico spettacolo dal vivo che ci è rimasto nella contemporaneità”.

Perché è l’unica occasione in cui delle persone in carne e ossa assistono in una unità di spazio e di tempo a uno spettacolo, respirando la stessa aria, vivendo nello stesso momento, le stesse emozioni.

Provocatorio e paradossale, Toni Servillo (Afragola, 1959) ha confermato sabato sera di non essere un attore. Perché Servillo è innanzitutto un intellettuale, un pensatore, una persona che ha uno sguardo sul mondo e sulle cose. E non ha nulla da dimostrare a nessuno.

Ospite del Nuovo Cineteatro Aurora di Modica, ha presentato “Il teatro a lavoro” di Massimiliano Pacifico, ovvero il lavoro dell’attore nella costruzione del personaggio di Donna Elvira, secondo la versione datane da Molière nel suo Don Giovanni. Toni Servillo, qui nelle vesti di regista teatrale, guida i suoi tre giovani attori oltre le fatiche, mentali e fisiche, che presiedono alla creazione di Elvira, l’omonimo spettacolo coprodotto dal Piccolo Teatro di Milano e da Teatri Uniti che Brigitte Jaques ha tratto dalle lezioni tenute da Louis Jouvet al Conservatoire di Parigi, nel 1940.

“Sono un servitore”, esordisce Servillo. “Lavoro per restituire al mestiere dell’attore la sua nobiltà, togliendovi la dimensione commerciale, prostituita, legata esclusivamente al talento, al successo e alla carriera, elementi questi importanti nel mestiere ma non fondanti dello stesso. Vedete, all’attore è chiesto di annullare la propria essenza fisica, anagrafica, in una essenza spirituale, che porga al pubblico il testo nella sua dimensione più pura. L’attore è un poeta che ha un’idea del mondo; attraverso l’arte della recitazione restituisce questa idea al pubblico. Non è un mero esecutore, è qualcuno che pensa e che -come fa il poeta con le parole -restituisce un’idea del mondo con la propria recitazione”.

Testo arduo, intoccabile, quello di Jouvet, che in precedenza era stato affrontato solo da Giorgio Strehler.

“Strelher aveva mostrato il lavoro del teatro, io in questo documentario ho mostrato il teatro al lavoro, cioè come lavora il teatro, dentro chi lo fa e dentro la coscienza di chi lo riceve”.

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Operazione coraggiosa, di Servillo, che ha un solo precedente in Italia, nobilissimo. Nessun altro coraggioso come lui?

“Il nostro tessuto teatrale e culturale si sta impoverendo, manca una preparazione che consenta il confronto con un grande personaggio, c’è una colpevole corruzione dei modelli televisivi, che fa sì che l’attore venga considerato uno che in maniera occasionale amministra un certo talento: parlare veloce, prendere una nota alta, tanto per fare esempi banali.

Manca la cultura dell’attore che si mette al servizio di grandi meccanismi drammaturgici che contengono valori fondamentali della formazione dell’identità nazionale o della formazione della coscienza individuale di una persona.

Sono molti anni che in Italia non abbiamo un giovane attore che diventa Amleto o una giovane attrice che ci rinnova nella mente e nel cuore Giulietta o Ofelia. Manca quel tipo di funzione di delega dell’attore, delegato dal pubblico a interpretare per il pubblico i contenuti più profondi di un testo. Parliamo di grande drammaturgia, parliamo di testi che attraverso quei contenuti formano una civiltà, una identità nazionale e una coscienza individuale.

Ecco, l’Italia mostra un ritardo rispetto ad altri Paesi. Grandi registi europei hanno trovato giovani Amleti, giovani Tartufi, o Alceste in paesi dove le difficoltà offerte dalla condizione sociale imponevano lo studio all’attore e non gli proponevano la carriera di semplice intrattenitore. Recitare non è intrattenere”.

Cosa pensi dei luoghi che ti ospitano in questa tre giorni modicana?

“Sono venuto in vacanza a Siracusa, quando abbiamo girato “E’ stato il figlio”, film ambientato in Sicilia, e con Daniele Ciprì ci siamo fatti un gran giro tra Scicli, Ibla, e Modica. Avevo avuto modo di godere della bellezza di questi luoghi, di perfetta felicità, ed è molto lodevole che ci sia un gruppo di persone come Michele Avveduto, Eugenia, un gruppo di ragazzi così giovani che fanno sì che luoghi come questo cine teatro diventino luoghi in cui si costruisce una dimensione assembleare.

Vedete, siamo sempre più distanti l’uno dall’altro. Io a teatro pratico questa dimensione ed è una gioia quotidiana, incontro il pubblico di continuo. Ho fatto il cinema tardi, ne faccio poco, per me il teatro è il luogo del confronto quotidiano con gli aspetti più intimi del mio mestiere, perché offre l’occasione di incontrarsi in maniera democratica, opportunità sempre più rara di sfuggire alla virtualità.

A Modica, grazie alla programmazione del cinema d’autore che fanno i giovani del Nuovo Aurora, si creano occasioni per persone vive di confrontarsi e stare insieme, e ciò è meritorio. E’ in fondo una condizione di civiltà conquistata proprio qui, e non lontano da qui, secoli fa…”

Cosa ci ha fatto perdere il senso delle cose?

“Ci siamo americanizzati sin dentro l’inconscio. Un tempo per il Ministero le opere dal vivo erano il Teatro, l’Opera Lirica e il Circo Equestre. Oggi direi che possiamo inserire il Cinema, perché ha il merito di mettere insieme persone vive in una sala e di allontanarle dalla solitudine della virtualità”.

Nel documentario a un certo punto perdi le certezze e diventi un maestro insicuro…

“Sì, non volevo dare sensazione di offrire certezza, il teatro fa male, riserva inquietudini, dubbi, domande irrisolte. Il rapporto tra maestro e allievo non è quello di chi ha un vaso vuoto da riempire. Maestro e allievo sono in viaggio verso un paesaggio sconosciuto, che è il personaggio, che ha una sua personalità poetica. Insieme indagano e restituiscono un percorso irto di asperità”.

Un aneddoto divertente della tua carriera?

“Quando con Paolo Sorrentino abbiamo fatto il Divo, stavo in sala trucco tre ore e mezzo per diventare Andreotti. Pur non essendo un adone, ecco, non ero brutto “comm o’ personaggio”. Quando arrivavo sul set, Paolo salutava dicendo: “Ecco, è arrivato Giulio”. Quando finivo la parte e toglievo la maschera, mi risalutava: “Ciao Toni, a domani”.

ph. Enzo Giannone