Giudiziaria Catania

Ragusa e Catania, obbligo di dimora per due titolari di punti scommesse

Il titolare dell'agenzia non fatturava mensilmente le commissioni

 Roma - Obbligo di dimora confermato per Ivano Cavaleri e Domenico Caniglia, due degli indagati dell’operazione "Galassia", contro le infiltrazioni mafiose nelle scommesse online. È quanto si legge nei provvedimenti della Cassazione pubblicati oggi, che ribadiscono quanto stabilito dal Tribunale di Catania, che a fine 2018 aveva disposto l'obbligo di dimora nel capoluogo etneo, informa Agipronews. Il blitz degli investigatori, condotto lo scorso novembre insieme alle Procure di Reggio Calabria e Bari, aveva portato in Sicilia a decine di arresti, molti dei quali riferiti ad appartenenti ai clan Cappello e Santapaola-Ercolano, e al sequestro di beni per circa 70 milioni di euro, in Italia e all’estero, oltre a 46 agenzie di scommesse e internet point nelle province di Catania, Messina, Siracusa, Caltanissetta e Ragusa.

I reati contestati a decine di indagati, tra cui Cavaleri e Caniglia, vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’esercizio abusivo di attività di gioco e scommesse, dalla truffa aggravata ai danni dello Stato al riciclaggio e all’autoriciclaggio. In questo caso le indagini hanno appurato che i due imputati avevano il ruolo di "agenti", ovvero titolari di punti scommesse formalmente autorizzati, ma all'interno dei quali si svolgeva anche un'attività "parallela".

Secondo la Cassazione, il Tribunale ha evidenziato correttamente «le modalità operative adoperate e l'utilizzo occulto nelle agenzie di scommesse di siti con estensione ".com" (illegali in Italia perché sprovvisti di concessione), parallelo al sistema legale contraddistinto dal ".it"». Un sistema che «che consentiva al titolare dell'agenzia di accettare direttamente le scommesse da parte dei clienti, provvedendo a creare egli stesso il contatto diretto con il bookmaker straniero, sprovvisto della concessione in Italia da parte dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli nonché della licenza del Questore». In questo modo, il titolare dell'agenzia «non fatturava mensilmente le commissioni, non pagava le imposte sugli utili percepiti e riceveva dal bookmaker una provvigione superiore rispetto a quella garantita ai titolari di concessione in Italia».

Allo stesso tempo, tale organizzazione «attirava più clienti che, in caso di vincita, potevano ottenere importi superiori a quelli consentiti dal sistema legale» e potevano puntare «anche somme di importo molto elevato che venivano conferite in contanti con elusione della normativa antiriciclaggio». Il sistema così articolato consentiva dunque «una pervicace infiltrazione nell'intero settore della raccolta delle scommesse» delle cosche mafiose, a cui era assicurata «una posizione di predominio rispetto agli operatori del circuito legale» e rendeva «estremamente difficoltosa» l'attività di controllo favorendo, di fatto, il «reimpiego dei capitali illecitamente acquisiti, stante la perfetta sovrapponibilità del circuito legale con quello illegale».

Visti i gravi indizi di colpevolezza e l'alto rischio di recidiva, i ricorsi di entrambi gli indagati sono stati dic