Cultura Racconto dell'estate

Un’habanera a Sampieri

E le nebbie londinesi della mia anima

Scicli - Per caso capitai in un borgo marinaro situato nell’estrema punta meridionale della Sicilia. Malta era di fronte, a due passi.
Venivo da Londra. Approfittai di un’offerta di una compagnia low cost, un volo diretto Londra-Malta.
A Malta, in hotel, mi fu proposta un’escursione lampo in Sicilia.
Arrivai di prima mattina a Pozzallo. Il traghetto entrò in rada e ormeggiò alla banchina del porto con solenne lentezza. Il litorale siciliano mi parve subito squallido e, soprattutto, annientato da una luce abbagliante che ne cancellava i confini.
Mi sentivo su una nave pirata, davanti a un’isola quasi deserta.
Quando ci autorizzarono a sbarcare, raccolsi il mio zaino dove avevo stipato l’indispensabile per una vacanza breve e, in coda agli altri passeggeri, mi avviai verso la scala che mi avrebbe permesso di toccare terra.
Mi guardavo intorno nella piccola agenzia di viaggi di Pozzallo, un po’ spaesato, forse confuso. In uno specchio osservavo con insistenza il mio corpo pingue, la barba molto folta e brizzolata, la pelle pallida, i capelli arruffati, sicuramente durante la traversata del Canale di Sicilia iniziata all’alba avevo anche dormito.
Chiesi di noleggiare una macchina, non esisteva un’impresa che offrisse questo servizio. Qualcuno mi propose una bicicletta in sostituzione. Accettai.
Mi diedero delle dritte in un inglese molto basico.
Appena fuori dall’agenzia, decisi di andare verso Occidente. Così, solo per caso, inseguendo il sole già abbastanza alto nel cielo.
Avevo nello zaino una bottiglia d’acqua minerale che non feci fatica, pedalando, a svuotare in brevissimo tempo.
Superai un villaggio. Non amavo la confusione delle case ammucchiate, cercavo uno spazio libero, un mare aperto che avrebbe rilassato la tensione accumulata nei giorni passati.
Londra mi aveva stressato con il traffico e le sue strade affollatissime di gente.
Venivo fuori da una grave crisi coniugale. Henriette, mia moglie, mi aveva lasciato dopo una lunga e complicata relazione sentimentale della quale ricordavo solo le scenate e i litigi.
Ero quasi fuggito da casa mia che non riconoscevo più e odiavo per quella felicità che mi era stata negata fra le sue mura.
Anche il rapporto con l’editore era stato difficile e conflittuale negli ultimi anni. Rifletteva il mio stato d’animo, l’impossibilità di ricucire un rapporto matrimoniale nato malato.
Imboccai una stradina che pensavo portasse a un vecchio rudere dall’aria maestosa e desolata.
Mi ritrovai davanti a una baia immensa, custodita da altissime dune che si alzavano a corona su una spiaggia di sabbia finissima, d’oro.
Il sole accecava gli occhi ma l’azzurro del mare, quasi diluito dalla luce, era troppo magico per resistergli.
Scesi a piedi per una ripida scarpata sorreggendo la bicicletta che abbandonai sugli scogli. Mi sdraiai sulla sabbia. Chiusi gli occhi e respirai profondamente quell’odore fresco e pungente di salsedine.
Dimenticai Londra e Malta insieme, anche se la seconda era solo a poche miglia.
Non so per quanto tempo rimasi così, in estasi.
Mi accorsi di avere esagerato quando, calando la sera, la pelle cominciò a pizzicare per un’inevitabile scottatura.
Inseguii il sole mentre si nascondeva nel tramonto dietro i tetti delle case di un borgo antico che non potevo non visitare. Qualcuno mi rivelò il suo nome: Sampieri.
Arrivai dalla spiaggia e cercai subito una farmacia per acquistare una crema da spalmare sulla pelle arrossata.
Mi guardai ancora in uno specchio mentre il farmacista cercava la crema più adatta da darmi per lenire il bruciore.
Ero irriconoscibile.
Cenai velocemente in uno chalet che era proprio là, sulla spiaggia.
Ora sembravo un naufrago più che un pirata.
La sera era magnifica. Un cielo pieno di stelle con dentro una magica luna.
Mi sedetti su uno dei muretti che delimitavano la passeggiata a mare.
Ero strano, diverso. Per la prima volta nella mia esistenza mi sentivo straordinariamente vivo.
Di colpo il silenzio fu interrotto dal suono di un pianoforte.
Mi voltai di scatto. Proveniva da una di quelle stanze di antiche case che guardavano al mare. Palazzetti di un tempo, quando la villeggiatura era solo per pochi.
Rimasi in ascolto, stregato da un’habanera.
Ripassavo con la mente i vari compositori che si erano cimentati in questo magnifico genere musicale.
A un tratto la musica s’interruppe.
Una splendida donna comparve sul grande terrazzo davanti alla casa. Si lasciò andare su una poltrona di vimini e agitò un ventaglio, quasi dissimulando una grande civetteria.
Capì che la osservavo e anche lei prese a guardarmi.
Vivevo in uno stato surreale, di trance, non saprei definirlo se di sogno o di grazia.
Come un automa, mi alzai, mi avvicinai al terrazzo e la salutai in inglese.
Da vicino la signora era ancora più bella di quanto l’avessi immaginata da lontano.
Lei rispose in un inglese perfetto, con garbo e misura. Accennò un mezzo sorriso.
M’invitò sul suo terrazzo e parlammo tutta la notte non ricordo più di cosa.
Rimasi a dormire in spiaggia.
Il giorno seguente aspettai la sera per ritrovarla e ritrovarmi.
Con lei non mi sentivo più inutile e smarrito.
Ritornai sul muretto e sperai che lei si annunziasse con quella musica divina che la sera prima mi aveva rapito l’anima.
Era la celebre habanera di Chabrier, ricordai.
Lei non venne purtroppo. Altri si sedettero sul terrazzo e il suo pianoforte tacque.
La aspettai per altre sere ancora, rinunciando a qualsiasi altro tour.
Il pianoforte taceva e io non sapevo darmi pace.
Ritornai a Pozzallo. Da Pozzallo m’imbarcai per Malta.
Da Malta volai a Londra.
A casa ascoltai infinite volte quella musica ipnotica che ora, per me, aveva solo gli occhi e le parole di lei, i colori del mare di Sampieri.
Ripresi a scrivere per la gioia del mio editore.
Un pezzo fatto soprattutto di parole dedicate a un’emozione, a un miraggio, a una sirena sconosciuta, inconsapevole musa, che in una notte d’estate mi aveva restituito alla vita.
Il mio racconto fu un best-seller. Ne spedii una copia alla signora a Sampieri. Un pacchetto senza destinatario -non conoscevo il suo nome- all’indirizzo della casa, con un biglietto dentro su cui scrissi solo “Thanks! Philip”. Chissà se lo ricevette mai. Chissà se lei suona ancora nelle notti d’estate incantate habanere al suo mare.
Oh, my God! Come si fa a dimenticare?
Sampieri è rimasta così, per sempre, solare, magica e bella, nascosta come la musica struggente di Chabrier dentro le nebbie londinesi della mia anima.

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 Foto archivio Piero Murè