Cultura Roma

E Camilleri autografò una sigaretta

Ospiti a casa Camilleri. Il racconto di Luigi Nifosì

 Roma - Correva il 29 ottobre 2010.

Bisogna ringraziare la gentilezza complice di Valentina Alferi, la segretaria storica di Andrea Camilleri presentatami a Modica, qualche anno fa, da Franco-Bonajuto-Ruta, se nel giro di poche ore viene concordato l'appuntamento romano per la consegna del premio Scicli 2010 al fenomeno letterario degli ultimi 15 anni, almeno in termini di vendite e altro.

Partiamo in treno. Scegliamo il mezzo di locomozione oramai desueto, e non solamente perchè gli aerei viaggiano molto più velocemente, grazie alla paura presunta di Peppe di volare. Andare in treno a Roma significa un poco entrare nell'atmosfera senza tempo dei romanzi di Camilleri e non sto parlando dei tecnologici e veloci freccia rossa o argento, perchè ci siamo mossi verso la capitale e verso la casa di quello che viene chiamato "il papà di Montalbano" salendo a bordo della più classica vettura di quelle che furono le gloriose Ferrovie dello Stato, oggi Trenitalia. Viaggiando di notte e con tanto di cuccetta di seconda classe.

Le fermate siciliane prima e calabre poi sembrano riportarci alla scansione lenta e fuori da ogni collocazione temporale di uno dei tanti racconti su Montalbano e alla fine la cosa diventa estremamente piacevole, sicuramente per me che le linee ferrate e le stazioni ce le ho nel mio DNA, ma mi pare di capire che anche per gli altri rappresenti un piacevole diversivo. Ah, poi anche il traghetto: qualcuno tra i quattro della spedizione non lo prendeva da più di vent'anni: la madonnina, illuminata nella notte messinese punteggiata dalle luci calabre, ci fa sentire per un attimo emigranti.

Roma ci accoglie invece con un mattina soleggiata ma fresca; non c'è il tempo di soffermarsi sul cielo, i monumenti eterni o altre stranezze caratteristiche della capitale. Il tempo di una doccia, un tassì e siamo già davanti a casa Camilleri. Nelle scale ci scambiamo gli ultimi suggerimenti, le ultime dritte: "come lo appelliamo"?... "ho sentito più volte alla TV che lo chiamano professore, - dico io - faremo così anche noi". Lui invece esordisce mettendoci sin da subito a nostro agio - mi piace pensare volutamente - con una delle più tipiche espressioni idiomatiche per definire stanchezza e confusione tra noi siciliani, senza rasentare la volgarità e nonostante l'ampia rappresentanza femminile. Alla domanda di Peppe “professore, come sta?” risponde "sono completamente scoglionato", rubando subito la scena e regalando ilarità.

Siamo in sette compressi in una stanza di pochi metri quadrati, con la luce radente che filtra dal balcone e che taglia la faccia di Camilleri. Alessia Scarso e il suo assistente montano frettolosamente i cavalletti e piazzano le telecamere mentre il fumo delle sigarette che Camilleri accende a ripetizione ci avvolge. Ne fuma mezza o poco più e passa alla successiva senza soluzione di continuità. Ai nostri occhi si materializza ciò che pensavamo, sino a quel momento, fosse solo frutto della fervida fantasia di Fiorello. Invece è davvero così: la sigaretta è davvero una sorta di prolungamento naturale delle sue dita, una specie di protesi con cui Camilleri sembra in rapporto simbiotico e feticistico allo stesso tempo.
Dobbiamo stare attenti a come ci muoviamo; si rischia di far crollare le pile disordinate di volumi che ci circondano dappertutto. La stanza è una sorta camera-libreria piena zeppa di volumi.... impossibile mnemonizzarne qualcuno: sono decisamente troppi; ma un titolo non posso fare a meno di ricordarlo, con un pizzico di malcelato orgoglio: sotto ad una pila di grandi volumi illustrati intravedo il dorso di “In volo sulla Sicilia”, a me sin troppo familiare.
Rispondendo alla ovvia domanda “che cosa sa di Scicli” ci racconta per primo l'aneddoto di Elvira Sellerio, che per prima lo accompagnò nel ragusano e nella nostra città; ma anche della sua ritrosia a bazzicare sul set di Sironi: " so bene, da regista e sceneggiatore, quanto possa infastidire la presenza di un collega sul set di un lavoro di cui, peraltro, sono anche l'autore". E con ciò ci fa velatamente intendere che lui, molte cose del Montalbano televisivo - pur apprezzandole e condividendole - le avrebbe sicuramente realizzate in maniera diversa. Sempre tenendosi nei paragi di Scicli, cita anche Piero Guccione, non per fatti legati all'arte del nostro pittore: gli invidia la vicinanza nel periodo estivo coi suoi amati nipotini. Le rispettive figlie, sua e di Piero, complice una amicizia decennale, ogni estate trascorrono assieme alla prole una settimana nella casa di contrada Corvo.
Arriva il caffè, quello fatto in casa e con la moka napoletana servito dalla giovane Annalisa, che funge da segretaria-assistente unitamente all'amica Valentina. Poi ci racconta la storia della giornalista cinese alle prese con la madre – fissata anche nel video di Alessia - che ripercorre un antefatto tra Camilleri e la madre, per dire come tutto il mondo sia paese, ma in maniera dotta. Un'altra domanda fa riaffiorare i suoi ricordi di studente pendolare tra Porto Empedocle e Agrigento e di come un quartiere del capoluogo sia stato la vera fonte di ispirazione per il fantasioso luogo di "Vigata".
Camilleri parla con una sicumera degna di un navigato attore. Non sbaglia una battuta, non sbaglia aggettivo o sostantivo: non si corregge mai. Conosce la parte a memoria. Ci ripete una seconda volta, a favore delle telecamere e di chi ha visto o vedrà il girato della bravissima Alessia Scarso, lo stesso racconto, usando le stesse parole, gli stessi punti, punti e virgola, e due punti. Pazzesco, penso io. Questo è più attore di molti altri che attore ce l'hanno scritto sulla carta di identità alla voce professione.
Peppe Savà ci fa fare un figurone. Gli pone le domande che sembra un Chiambretti navigato, senza tradire l'emozione che pure m'aveva confessato sino a poco prima di varcare la soglia del portone di Via Asiago. Vola subito alto e Camilleri ci prende gusto. Cita Moravia che cita a sua volta Pasolini. Leonardo Sciascia e il suo "italiano usato come un bisturi" ruba ben più che delle semplici battute. Si comprende da subito che non si parlerà di stupidi luoghi comuni, che non ci saranno vicendevoli e compiacenti complimenti, in quella conversazione. Io ne ero praticamente certo; sapevo quanto Peppe si fosse preparato a dovere, chiedendo ausilio anche all'altro Peppe, Pitrolo, che su Camilleri la sa forse più lunga di ogni altro dalle nostre parti.
L'altra segretaria sembra contrariata dal dilungarsi dell'intervista, mi fa segno di tagliare corto e a dire la verità siamo davvero andati oltre i tempi programmati: sono trascorse quasi due ore dal nostro arrivo. E' pur vero che dopo, per telefono, ci ringrazierà dicendoci che "il professore" si è detto felice del premio, della visita dei conterranei e della compagnia, ma s'è fatto davvero tardi e bisogna togliere l'incomodo.
Si procede alla consegna formale del premio; Peppe legge le motivazioni dalla pergamena e il Sindaco Venticinque gli consegna il bronzetto del nostro Carmelo Candiano a forgia di leone. Io mi alzo e mi avvicino, dopo aver seguito per quasi tutto il tempo seduto in disparte l'intervista, ma solo per dire al professore che quel libro su Scicli che stringe in mano, lo abbiamo stampato grazie alla generosità di Piero Guccione. Infine si smonta il set improvvisato nella stanza-libreria.
Prima di accomiatarci, l'ultima richiesta: una delle sue Multifilter autografata per mia moglie. Acconsente, segnando con un lampostil indelebile la sigaretta per l'intera sua lunghezza, con la bonarietà paziente con cui ci ha accolto sin dal primo minuto, biascicando un " questa cosa non me l'aveva mai chiesta nessuno".

Scendendo le scale abbiamo la sensazione piacevole e gratificante di aver vissuto una delle pagine più belle della storia del premio. Sento o forse sentiamo che questa leggera euforia durerà per tutte le altre 12 ore e passa di treno che ci separano dalla Sicilia. Intanto, fuori, l'aria di Roma s'è fatta più tiepida: sembra quasi quella calda e accogliente di Scicli.

Foto di Giuseppe Savà