Cultura Scicli

Giuseppe Miccichè, siclensis, e il suo desiderio di onnipotenza

L’ennesimo strappo tra Magistratura ordinaria siciliana e Tribunale del Santo Officio

Scicli - Il 7 marzo 1608 Francesco Ascenzo, gabellotto titolare della gabella della Caxa di Scicli nella Contea di Modica, scriveva al Tribunale del Real Patrimonio di Palermo denunciando che un tale
“Giuseppe micchichè sotto pretesto d’essere m/ro not/ del clero di detta terra ha preteso e pretende essere franco delle gabelle d’essa terra è particolarmente di quella di la caxa Jn molto pregiud/o et Jnteresse d’esso espon/te essendo detto di micchichè persona delli più facoltati è che d’ordinario fa professione di comprare e vendere a la giornata, risulta d’Jnteresse alle gabelle più di scuti mille l’anno è per tal franchezza s’ha procurato detto ofiicio solo per defraudare dette gabelle, è non per altro effetto poiche e del foro del s/to officio e perche non può ne deve essere franco.”

Nel suo esposto-querela il gabellotto chiedeva al Tribunale una sentenza che obbligasse il furbetto a pagare il dovuto nonostante quest’ultimo astutamente avesse tentato di coinvolgere nella vicenda anche il foro del Santo Officio in perenne lite con la magistratura ordinaria dell’Isola.
La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata l’acquisizione da parte del Miccichè di alcuni beni di Vincenzo Carrera sui quali il Nostro si rifiutava di pagare oggi diremmo l’imposta di registro che ammontava a quei tempi a circa cinquanta onze. Argomentava, infatti, il gabellotto che
“detto di micchichè non possa godere franchezza per dette gabelle e particolarmente di la ragione e gabella di la caxa che tiene l’espon/te, et ancorsia costretto à pagare oz 50 che giustamente toccano a detto espon/te per l’accattito feci esso di micchichè di certi predij da Vincentio Carrera.”
L’esposto fu esaminato dal Tribunale del Real Patrimonio presieduto a quel tempo da un altro nome eccellente che molto aveva a che fare con la Contea di Modica, il Dr. Giambattista Celestri, marchese di Santa Croce.
Il dispositivo della sentenza non poteva che essere favorevole al gabellotto
“Lettra che paghe la caxa, non obstante sia m/ro not. del clero, e del foro del S.to Officio”
“rogatur solvere per ex/ne di la quale provista v’ordinamo ch’a la ricevuta di questa vogliate constringiri e far constringiri al detto Gioseppe micchichè a pagare al sud/to expon/te quello che giustamente deve havere come gabelloto di detta caxa di detta terra di sicli per l’accattito feci esso di micchichè di detti predij da Vicen/o carrera et questo non obstante che sia del foro del s/to off/o poiche trattandosi di ragione di gabelle non gode foro nixuno.”

Il Tribunale sentenziò pesantemente sull’argomento in data 23 aprile 1608, castigando senza appello il delirio di onnipotenza del Miccichè che gli faceva credere di essere al di sopra di tutto e di tutti.
Si consumava ancora una volta l’ennesimo strappo tra Magistratura ordinaria siciliana e Tribunale del Santo Officio, essendo obbligato un “familiare” di quest’ultimo a sottostare alla legge civile.
Giambattista Celestri firmò com’era solito fare il provvedimento non con il suo nome e cognome ma con il titolo di Marchese di Santa Croce, per il quale aveva tanto brigato, ottenuto per i suoi alti meriti da Filippo III di Spagna (Valladolid 8.3.1601).
Il Celestri conosceva perfettamente Giuseppe Miccichè e questa netta presa di posizione del Tribunale da lui presieduto conserva tutto il sapore di una personale resa dei conti tra i due.
L’episodio illumina ancora di più la scaltra figura di Giuseppe Miccichè, uno dei più illustri sciclitani della Storia della città.
L’Uomo, infatti, è fotografato dal gabellotto ricorrente nel suo lavoro più ordinario e quotidiano di agente finanziario con forti sfumature di usura.
In molti atti di notai suoi contemporanei, in verità, ho riscontrato che Miccichè interveniva spesso in contratti dotali e matrimoniali per anticipare, dietro il pagamento di un congruo interesse, somme al promesso sposo per conto del futuro suocero.
Ho anche riscontrato una sua lucrosa attività nella compravendita di censi, subjugazioni e gabelle.
Che dire, dunque? Giuseppe Miccichè non fu di certo uno sprovveduto. Diversamente non avrebbe mai potuto accumulare l’immensa fortuna che, alla fine della sua vita, lasciò ai Gesuiti con il preciso obbligo di un loro impegno sociale a favore della città di Scicli. La vita, particolarmente ingrata con lui per la morte prematura del giovane e unico figlio Vincenzo, lo aveva lasciato anche privo di un erede.
Ma i disegni di Dio sono imperscrutabili come le sue vie, insegna l’apostolo Paolo. Forse nel piano della Divina Misericordia tutto era stato predisposto per una sua conversione e per trasformarlo da grande uomo d’affari in benefattore convinto e umile della sua amata Scicli.
“Oh, felix culpa!” Esclamerebbe, allora, a questo punto sant’Agostino.

CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, Lettere Patenti della Contea di Modica, anno 1596-1608, vol. 1150
Pellegrino Francesco, Giovambattista Celestre e il suo tempo, in Società Santacrocese di Storia Patria, Archivio Storico III, anno 2016
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