Economia Scicli

Scicli, perché puntare sull'olivicoltura

Una riflessione del professore Ignazio Manenti

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Scicli - La coltivazione dell’ulivo nel nostro paese, come tutti sappiamo, risale ai tempi remoti quando nell’economia rurale di allora la produzione di olive rappresentava assieme a mandorle e carrube una discreta entrata per la famiglia contadina.
La coltivazione della triplice alleanza, ulivo-mandorlo-carrubo, nella piccola e media azienda continuò ad essere praticata per diversi decenni fino all’avvento della serricoltura che, a partire dagli anni settanta nel nostro territorio gettò le basi per una moderna e più efficace agricoltura. Il mandorlo fu la specie che ne risentì più delle altre, le superfici coltivate e le piante sparse diminuirono via via negli anni fino ad interessare anche le aree più interne. A seguire anche il carrubo entrò nel disinteresse colturale dell’agricoltura locale però, essendo una specie abbastanza resistente in carattere di longevità e soprattutto confinata spesso a terreni marginali, dove produceva un minimo reddito, il carrubo resistette ai cambiamenti dell’evoluzione agricola. L’ulivo intorno agli anni ottanta, boom economico delle serre, subisce delle limitazioni nelle superfici, ma essendo una specie arborea legata strettamente all’alimentazione della famiglia, riesce a sopravvivere e grazie a nuovi impianti sia pure di piccole superfici, riemerge dalla situazione di crisi colturale. Ultimamente vista la diminuzione delle superfici a colture protette, la coltivazione dell’ulivo assume un significato economico da non sottovalutare, anzi potrebbe costituire un investimento da reddito, pur secondario alla serricoltura che rimane sempre il primo settore produttivo del nostro territorio.

Certamente bisognerà pensare non più a piccole superfici ma a coltivazioni specializzate, anche con un patrimonio varietale più ampio, dove la meccanizzazione delle operazioni colturali diventi preminente senza tuttavia alterare la qualità del prodotto. I punti essenziali da considerare per un rilancio della olivicoltura da reddito sono rappresentati dalla scelta varietale relativa alla zona di coltivazione, buona conoscenza delle tecniche colturali, discreti investimenti di capitali e dall’associazione degli olivicoltori. Quest’ultima rappresenta sicuramente la parte più importante, non solo nella fase di produzione ma soprattutto per la commercializzazione del prodotto di qualità e quindi per massimizzare il reddito. L’Istituto Agrario di Bommacchiella, da quasi cinquanta anni preposto allo sviluppo del territorio, prepara tecnici competenti nei diversi settori dell’agricoltura e nel caso specifico per un potenziamento del comparto olivicolo potrebbe intervenire con corsi finalizzati all’acquisizione di competenze relative alla figura del tecnico-imprenditore dell’impresa olivicola.
Parlando di rilancio dell’olivicoltura, quale ruolo potrebbero avere gli oleifici presenti sul territorio?

Potrebbero rappresentare le prime unità associative di produzione e trasformazione del prodotto (olive) che a loro volta potrebbero confluire in un’unica impresa di imbottigliamento e commercializzazione dell’olio. Bisogna pensare che, come tutti i nostri prodotti, anche l’olio di qualità è molto richiesto dal mercato nazionale ma soprattutto da quello internazionale e su questo devono puntare le nostre energie. L’olio è un elemento essenziale della cucina e dieta mediterranea e il nostro territorio è particolarmente vocato, il passato lo dimostra, all’ottenimento di un alimento di alta qualità. Sta a noi saper prendere le decisioni opportune per far decollare la nostra olivicoltura, quella che potremmo definire la seconda industria territoriale da reddito.