Cultura Racconto

Le lacrime della Madonna

Zio Peppe vendette quella villetta a un valore triplo rispetto a quello iniziale

Tutte le persone che conosco hanno un’ottima memoria e ricordano tutto quello che gli è successo, anche fosse anni prima. Io invece dimentico facilmente. Sono nato in Sicilia in un paesino dimenticato da dio per i primi 8 anni, poi la mia famiglia si trasferì a Milano per lavoro. Da allora mi sono sempre sentito diviso fra questi due mondi così diversi, anche se in 30 anni sono tornato sempre più raramente nella patria di Pirandello e Carmelo Bene.
Ma le lacrime della Madonna, quella storia non potrò mai dimenticarla e tutti i dettagli che da bambino non potevo comprendere li recuperai nel tempo, con un indagine accurata a posteriori. Non ricordo che ci sia mai stato un clima così teso in quei mesi, e non solamente in famiglia. Anche in paese, con persone venute da tutta la regione per dire la loro. Da bambino sgranavo gli occhi mentre fissavo quelle scene da soap opera. Voci che si accavallavano e donne in piazza che
<<Mi scusi signore, si allacci la cintura. Siamo in fase di atterraggio>> mi interruppe una voce di donna che voleva risultare cortese.
Aprii gli occhi, ringrazia distrattamente l’hostess e mi allacciai la cintura. Stavo atterrando a “Pio La Torre”, l’aeroporto di Comiso. Mio zio Peppe, il fratello di mio madre, era di salute cagionevole e i miei genitori si occupavano di lui. Nell’ultimo periodo era peggiorato e agli attacchi epilettici si aggiungevano alla demenza senile. Se ne prendeva cura una badante del posto, un’anziana infermiera ormai in pensione che durante i lunghi sonni di mio zio non faceva altro che leggere Garcia Lorca. Gli ricordava suo marito morto, così mi aveva confidato sottovoce mia madre al telefono.
Atterrammo con 15 minuti di ritardo e aspettai altro 50 minuti per il bagaglio. Ovviamente persi l’autobus. Non avevo voluto dare problemi nel farmi venire prendere. Arrivai in paese solamente nel pomeriggio. L’aria non era troppo fredda. Ad attendermi c’era mio padre; lo trovavo invecchiato ma più felice rispetto agli anni della city milanese. Da cinque anni lui e mamma erano ritornati in Sicilia, a casa.
<<Francesco...com’è andato il viaggio? Hai mangiato?>> mi accolse abbracciandomi.
No, non avevo mangiato a parte i salatini e un bicchiere di succo presi sull’aereo. Allora ci fermammo da Mimmo. Era ancora aperto dopo 30 anni e non aveva cambiato una mattonella della sua minuscola rosticceria che da bambino mi sembrava un ristorante esclusivo. Io presi un arancino al ragù e una scaccia al pomodoro, senza prezzemolo. Papà un caffè senza zucchero.
<<Non cambi mai. Non ti è mai piaciuta quella col prezzemolo>> scherzò lui.
<<Come sta lo zio?>>. Papà abbozzò una smorfia.
<<Non sta bene...ci sono momenti in cui è lucido, che sembra lui. Altre volte...>> non finì la frase.
<<Stai facendo tutto quello che puoi...Andiamo, non facciamo aspettare la mamma>>.
Il tragitto verso la casa di campagna dello zio fu breve. Papà guidò fuori dal paese, costeggiò Marina di Ragusa e in dieci minuti arrivammo. Durante tutto il viaggio rimasi in silenzio a fissare prima il mare e poi quei muretti in pietra, che da bambino mi davano angoscia, in combinazione con il colore spento dei carrubbi, da cui immaginavo uscissero dei cani ringhianti dal pelo nero.
Mamma ci accolse, mi prese per il braccio e mi accompagnò dentro. Mi offrì un caffè e mi fece un sacco di domande sul viaggio e sulla vita milanese. Dettagli che conosceva già perché ci sentivamo settimanalmente su Skype, ma si sa che agli anziani genitori piace spesso risentire le stesse cose, come per esserne sicuri.
<<Lo zio?>> chiesi.
Mia madre sorrise ma in quel suo modo dolente, di chi non accetta il dolore e vuole stemperarlo.
<<Sta dormendo>>. Detto questo finse di sistemare le fotografie sul mobile vicino, dandomi le spalle.
Io mi alzai e l’abbracciai senza dir nulla.
La casa dello zio era abbastanza grande, su due piani. Il giardino, un tempo enorme, si era ridimensionato perché gli antenati avevano venduto il terreno per debiti di gioco. C’erano quattro camere da letto, la mia era quella più grande. Sorrisi, l’aveva scelta sicuramente mia madre.
Con calma tirai fuori i vestiti dal trolley e li sistemai nell’armadio. Sarei rimasto solo tre giorni. Mi tolsi le scarpe e mi stesi sul letto. Per quelle ore avevo rassicurato i miei genitori ma io non ero affatto tranquillo. Non per la malattia dello zio, che accettavo come il naturale corso di una vita ormai verso la fine. Ma per quel ritorno a “casa” che mi aveva costretto a riportare alla mente la storia delle “lacrime della madonna”.
Anche considerato che fra i motivi del mio viaggio c’era anche quella fatidica domanda da porre allo zio. Sempre che fosse stato in grado di rispondere.
Zio Peppe lo ricordavo come un uomo energico, scaltro e che non perdeva mai l’occasione. Non si era mai sposato perché non gli piaceva l’idea dividere il piacere dal dovere. Da giovane per qualche tempo era stato un artista, un pittore dallo stile surreale sulle orme di Guttuso, poi improvvisamente si era dato ai soldi più sfrenati. Qualche mirato investimento in borsa, poi libero professionista che comprava case per ristrutturarle e rivenderle. Aveva agganci con chiunque avesse un qualche potere nella provincia e anche nella regione e il merito era della parlantina vivace e della mente vispa. Questo e altro mi raccontò mio padre ai miei 20 anni. Alla figura dello zio ricollegavo immediatamente i ricordi di quegli uomini eleganti dallo ghigno sornione che portava a cena. Ma perlopiù erano belle donne dai lunghi capelli, un sorriso bianchissimo e abiti che turbavano inconsciamente i miei sogni di bambino.
Nell’estate del 1999 successe qualcosa. Zio Peppe non era allegro come il suo solito, a tavola non faceva che lamentarsi. Mia madre non voleva che fossi presente e mi mandava a giocare, ma io mi nascondevo dietro l’angolo fra la cucina e la lavanderia e rimanevo ad ascoltare. Per me era un gioco, come far rimbalzare il pallone sul muro, però questo gioco dovevo farlo in silenzio.
<<Nun accatta nuddu>> disse lo zio versandosi del vino.
Mio padre alzò le spalle.
<<Picchì, Peppe?>> chiese mia madre mentre passava i piatti sporchi con un tovagliolo, prima di lavarli.
I due uomini si guardarono, come per decidere se coinvolgere o meno una donna.
<<Peppe Barone>> chiamò mia madre con profondo rimprovero, usando nome e cognome. Mio zio abbassò lo sguardo e spiegò: aveva acquistato l’anno prima una villetta fatiscente con un piccolo terreno coltivabile. Grazie alla collaborazione con la sua fidata manodopera, un’azienda edilizia di interni ed esterni di Catania, aveva reso la villetta “na biedda picciotta sutta u suli”. Ma l’immobile era sul lato destro di un incrocio dove c’erano i bidoni della “munnizza” e da buona tradizione se si potevano lanciare i sacchetti dalla macchina senza scendere lo si faceva, e non sempre si c’entrava il bersaglio. Ma non solo: spesso i bidoni erano colmi e quindi anche chi scendeva lasciava la “munnizza” per terra.
<<Nun accatta nuddu pi colpa della munnizza>> ripeté lo zio per la terza volta.
Qualche settimana dopo zio Peppe tornò. Venne a pranzo con Luisa, la sua nuova musa, una giornalista rampante dai begli occhi verdi e i capelli neri. Io avevo preso una cotta per “la fidanzata di zio”, così la chiamavo, perché il suo viso era dolce come quello di una mamma.
Dopo pranzo mi nascosi nel mio nascondiglio da cui potevo fare il mio gioco preferito.
Lo zio raccontò di aver risolto il problema della “munnizza”: prima aveva parlato con chi di dovere in comune ma alla risposta “non si preoccupi faremo qualcosa al più presto”, mio zio fece un piccolo investimento ed aveva fatto costruire un piccolo altare, con al centro una Madonna alta un metro, con ai lati dei crocifissi, una citazione dell’Apocalisse e una miniatura della madonna con bambino.
Mio padre rimase scettico e disse che non sarebbe bastato così poco. Perché il Siciliano non si poteva comandare né ingannare...il Siciliano è fiero.
In risposta mio zio aveva sorriso proponendo una scommessa: lo sconfitto avrebbe offerto una cena a base di pesce a Marina. Fu mio padre a pagare e la sera successiva mangiammo davvero bene. Era un ristorante che dava sulla spiaggia. Quando i grandi cominciarono a parlare di politica chiesi a mamma di andare sulla spiaggia, lei esitò poi “la fidanzata dello zio” si propose di tenermi d’occhio, mentre scrutava malinconicamente il mare fumando una sigaretta. Le dissi qualcosa di stupido che non ricordo e fu uno dei ricordi più chiari della mia infanzia. Come del resto tutti gli avvenimenti legati alle “Lacrime della Madonna”.
Quando il problema sembrò risolversi gli eventi precipitarono: mio zio si lamentò come la “munnizza” non si ammassasse sull’altare ma nelle sue vicinanze, e in gran quantità. Lo zio capì di aver spostato il problema ma non di averlo risolto.
<<Costriusci ‘n altare pi tutta la via>> propose mio padre scherzando. Mio zio se ne andò furioso e non si fece vedere per qualche giorno. Tornò la settimana successiva, nel giorno del funerale di Davide Musmeci, costruttore di Catania e suo vecchio amico. Il viso dello zio appariva disteso e il suo sorriso era ironico. Non parlò dell’argomento e fu di una leggerezza unica. Ci presentò la sua nuova compagna, una rossa con una parlantina che sovrastava continuamente le voci degli altri.
La cena iniziò con gli antipasti e continuò con un barbecue assai imponente. Mia madre chiese a mio padre di andare a buttare la “munnizza”. Si offrì mio zio così da approfittare di uscire per comprare le sigarette. Fin da bambino ho sempre detestato il chiasso, il vociare attorno al tavolo, così chiesi a mamma di accompagnare lo zio. Mi piaceva stare sul sedile davanti della macchina e farmi portare. Mio zio esitò un momento per poi sciogliersi nella sua proverbiale simpatia.
<<Amuninnì>> scherzò lui indicando la macchina.
Arrivammo in paese, superammo la rotonda e mio zio comprò le sigarette. Al ritorno ci fermammo davanti alla villetta di cui si era tanto aveva parlato. Zio Peppe buttò la spazzatura nel cassonetto e si avvicinò all’altare. Dal mio finestrino riuscivo a vedere chiaramente la scena perché gli anabbaglianti coprivano quella zona. Mio zio si abbassò e la sua mano fece un gesto innaturale, come se tirasse fuori qualcosa dalla giacca. Continuai a fissarlo. Rimase lì fermo in quella posizione per un minuto, ogni tanto il suo gomito si muoveva.
Il giorno dopo successe l’inferno: la Madonna aveva pianto sangue. Non si spettegolava di altro. Dal mio angolino segreto sentivo mamma parlare dell’argomento con le amiche o con la domestica in pausa, sorseggiando il quinto caffè della giornata. Il parroco del paese non si era ancora espresso, criticava una delle sue ospiti, una donna dalla fronte tesa e dal lungo naso da strega.
L’altare venne preso di mira da tutti; dai giornalisti ai migliaia di curiosi e questo spinse il parroco ad intervenire in attesa di comunicazioni da Roma, Ma anche altri membri del sacerdozio provinciale intervennero, lodando la tempestività del parroco paesano, suggerendogli però di lasciare la questione ai sacerdoti di Dio più esperti. Ma il parroco paesano non accolse il gentile invito e da quel giorno citò l’argomento ogni volta che poteva.
Solamente al settimo giorno a qualcuno venne in mente di fare un test del dna. L’idea venne alla ex di mio zio, Luisa Calì, che da giornalista sosteneva come non fosse un caso che le Madonna piangesse proprio a fronte della difficoltà nel vendere l’immobile su quella stessa strada, il cui proprietario era il sospetto Peppe Barone.
Non l’avesse mai etto, si aprì un vaso di pandora. Le lacrime del Cristo vennero analizzate e il referto fu chiaro: il dna era umano e non animale. Mio zio prese alla sprovvista tutti i suoi accusatori, diventati improvvisamente l’armata Brancaleone. Affidandosi a Maurizio Giunta, storico rivale di Luisa Calì, Peppe Barone si fece seguire passo dopo passo per dimostrare come quello non fosse il suo sangue. Furono chiamati quattro laboratori regionali diversi per confermarne l’esito.
<<Questo non vuol dire niente>> sibilava qualcuno,<<perché la Madonna ha lacrimato solamente una volta? Barone nasconde qualcosa>>.
Il parroco del paese fu irremovibile, anche se le comunicazioni da Roma stentavano ad arrivare.<<La divinità di Dio si è mostrata in mezzo a noi e dobbiamo assolvere ai nostri doveri, prima che ai nostri desideri>>.
Intanto la zona divenne il centro quotidiano di un lungo andirivieni. Ormai più nessuno ci buttava la “munnizza”, anzi avevano spostato i bidoni e avevano pulito tutto, Il sindaco affermò pubblicamente che in quella zona ci sarebbero state nuovo sviluppo urbanistico che rendesse onore al Miracolo. Miracolo che dal punto di vista ecclesiastico era ben lungi dall’essere definito canonico. Il monsignore affermò chiaramente che ci sarebbero voluti anni prima di definirne la veridicità.
A casa mia ovviamente se ne parlava. Mio padre ci rideva sopra come un ragazzino pestifero, mentre mia madre litigò furiosamente con zio Peppe accusandolo direttamente. Per quello non si parlarono per un mese intero.
Il primo settembre arrivò lo scoop definitivo. Luisa Calì tornò all’attacco e cavalcando la notizia, sostenne di essere riuscita a fare un confronto fra il sangue delle lacrime e quello del defunto Davide Musmeci.
Maria, lo scandalo! La Calì sosteneva come fosse possibile che qualcuno vicino al Musmeci potesse aver sottratto poche gocce del corpo ancora caldo dell’anziano signore prima della pronosticata dipartita. Non spiegò come fosse riuscita a fare quel confronto, esattamente come non appose chiaramente il nome di Peppe Barone ma l’accusa era chiara. Mio zio minacciò la querela e la polizia per la prima volta dovette intervenire.
Si, il sangue corrispondeva al fu Davide Musmeci.
<<Nonsi, è il sangue di Musmeci picchì la Madonna piange la morte di un bravo cristiano devoto al Signore>> sosteneva l’accanito parroco di paese che non era mai stato così popolare. Quelle parole fecero cambiare idea a molti.
Querela o non querela, l’indagine di omicidio ovviamente non portò a nulla, tranne che un enorme pubblicità alla zona. Zio Peppe vendette quella villetta a un valore triplo rispetto a quello iniziale. Alla notizia non si parlò di altro e mio zio ebbe la brillane idea di vivere qualche anno all’estero, con il suo nuovo amore spagnolo.
Il silenzio dei miei pensieri venne spezzato dalla porta che si spalancava. Era mamma.
<<Andiamo?>>.
<<Sono pronto, vi raggiungo subito>> risposi allacciandomi le scarpe. Cenammo fuori con i miei genitori, una loro amica e la figlia della donna. Non mi stupì della sorpresa ma non ero venuto per “maritarmi”, anche se la “picciotta” aveva i suoi punti di forza.
La mattina dopo l’infermiera ci disse che mio zio si sentiva bene e che sembrava essere in lui. Lasciai che mia madre ci stesse per il tempo che ritenesse opportuno e aspettai che lasciasse la stanza. Dovevo chiedere a mio zio.
Entrai lentamente, lui era nel letto e guardava distrattamente la televisione. Della passione di un uomo impavido senza paura non restava quasi nulla. Lo chiamai e lui mi riconobbe. Era un buon inizio.
<<Buon giorno, zio. Come stai?>>.
Non rispose, fece un segno vago che significava “non c’è male”.
Esitai un momento. Stavo facendo la cosa giusta?
<<Senti zio>> farfugliai,<<posso chiederti una cosa? E’ importante>>.
<<Cierto... quanto sei cresciuto!>>.
<<Senti zio, puoi dirlo solo a me e io non lo dirò a nessuno>>.
Mio zio mi fissò con una smorfia, con quella fronte ormai stanca.
<<Zio...ce le hai messe tu?>>.
Rispose di non capire. Io avevo omesso l’oggetto della domanda per risultare discreto ma non aveva funzionato.
<<Quella sera, quando buttammo la monnezza, ce le hai messe tu le lacrime sulla Madonna?>>.
A queste parole il suo viso si contrasse come una maschera di teatro greco. I suoi occhi quasi uscirono dalle orbita ma nulla uscii dalle sue labbra strette, a parte il respiro accelerato. Le palpebre tremavano.
<<Devo saperlo, zio. Per favore>> insistetti con forza. Sentivo l’angoscia crescere dentro di me.
Le labbra serrate di zio Peppe si aprirono per un momento, La sua lingua uscì serpentina e bagnò le labbra nervosamente mentre gli occhi si abbassavano ricolmi di angoscia. Le labbra erano finalmente pronte per rivelare il segreto. Mi fissò con gli occhi sbarrati esitando.
<<Zio, dimmelo>>.
A queste parole scoppiò a ridere convulsamente, come i matti. Il suo corpo si scosse tutto e cerco di alzarsi, io immediatamente cercai di placarlo. Al mio tocco si mise ad urlare...una, due, tre volte. La follia invase l’aria.
In meno di un minuto si precipitarono dentro mamma e l’infermiera.
<<Cos’è successo?>>.
<<Non lo so>> balbettai mentre l’infermiera teneva fermo mio zio con una forza imprevista.
Lasciammo la stanza. L’infermiera ne uscii dieci minuti dopo. Ci disse che aveva avuto un attacco e che questa volta non sarebbe più tornato in sé. Zio Peppe morì due mesi dopo portandosi nella tomba il segreto delle “Lacrime della Madonna”.

Post Scriptum: è possibile che fra mesi o anni qualche produzione italiana cinematografica, per un film o per una fiction, metterà su una storia come questa e quando la vedrete, cari lettori, pensate a me e dite a tutti da chi l’hanno presa ????