Cultura Scicli

San Bartolomeo a Scicli: il quartiere, la chiesa, la confraternita

La clausure

Scicli - San Bartolomeo a Scicli è un luogo di grandi memorie ma anche un luogo di grossi interrogativi e di sempre nuove scoperte.
A proposito “della Chiesa ed insigne collegiata di San Bartolomeo apostolo e sua confraternita” il caro arciprete Don Antonino Carioti, scrittore sciclitano di Storia Patria, nelle sue “Notizie storiche della Città di Scicli” così si esprime sulla Chiesa di San Bartolomeo:
Ella è una chiesa delle antiche che conta Scicli, e senza dubbio prima del secolo 1400. E me lo fa credere che di già nel mezzo del secolo 300 scesa da quell’alto giogo buona parte di sciclitani in questo sito alle falde di quello ove la città riconobbe ne’ tempi più antichi la primiera sua fondazione. Perloché fu una chiesa allora extra moenia e dopo la mutazione del sito vi restò dentro di essa.
Carioti continua nel suo racconto citando un atto di notar Francesco Zisa del 23 ottobre 1428, settima indizione, contenuto in un malloppo di scritture conservate nel convento di Santa Maria del Carmine di Scicli. In quest’atto la chiesa sarebbe citata come confine di un antico feudo detto di Serliachim che si estendeva fino alla chiesa di San Biagio.

Purtroppo i protocolli dei notai che esercitarono a Scicli nel Quattrocento a noi pervenuti e oggi custoditi presso l’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, sono pochissimi. Dallo scempio del tempo si sono salvati alcuni volumi del notaio Giuliano Stilo, comprendenti gli anni 1473/74/75/76; altri del notaio Matteo Melfi, relativi agli ultimi anni del Quattrocento e qualche quinterno del notaio Vaccaro riguardante l’ultima decade del secolo XV.

Anche se il materiale sopravvissuto all’incuria degli uomini è esiguo, tuttavia ci permette di tentare una ricostruzione corretta dell’ultimo Quattrocento a Scicli e, inevitabilmente, anche di fare la storia di una zona della città che non fu né minore né trascurabile.
Nonostante il protocollo di Notar Francesco Zisa sia stato smarrito, diversi atti e richiami contenuti nei protocolli del notaio Giuliano Stilo a noi pervenuti confermano quanto espresso dal Carioti e cioè che la Chiesa di San Bartolomeo Apostolo di Scicli è antica ed è stata sempre un punto importante di riferimento anche topografico.
Già nel secondo Quattrocento intorno alla chiesa si era coagulato un gruppo numeroso di abitazioni che negli atti era indicato come ricadente in “Contrada San Bartolomeo”. Contrada era, infatti, il termine tecnico impiegato dai notai dell’epoca per indicare un quartiere.
La contrada poi era frazionata in vari luoghi che spesso erano denominati clausure o anche addirittura sotto contrade.
L’intero quartiere di San Bartolomeo alla fine del Quattrocento comprendeva le contrade di Santa Margherita, di Grutti Minutilli, di Chiafura, di Pirrera, di Cava, di Sant’Ursula, di Dattilo, della Muxita detta anche della Maddalena, quest’ultima, già periferica, molto importante perché si estendeva fino alla contrada del Gillaritto e comprendeva anche il giardino del Bagaxo e il Mulino detto della Vanella, al limite col quartiere di san Giorgio. Tra la contrada del Dattilo e il giardino del Bagaxo era la contrada Muxita seu Maddalena dove era ubicata la seconda sinagoga di Scicli, la sinagoga che Carioti indica molto prossima alla Chiesa della Maddalena. Il notaio Militello conferma tale notizia in un atto del 19 agosto 1531 nel quale Geronimo e Margherita De Carreca vendono per dodici tarì ai fratelli Giluso un censo che gravava su case di loro proprietà ubicate in terra Sicli in contrada di la muxita seu di la Maddalena confinanti con case del fu Antonino di Maynenti e case di Giambattista di Maynenti.
L’assoluta centralità del tempio di san Bartolomeo si scopre soprattutto nei testamenti.
Il 15 luglio 1474 il ven/ don Antonino de Vaccaro, zio di Lorenzo il notaio, volendosi recare a Roma insieme al fratello, il ven/ don Giuliano de Vaccaro, per lucrare le indulgenze del Santo Giubileo, fra le sue disposizioni testamentarie dettate al notaio Giuliano Stilo chiedeva di essere sepolto in Santa Maria la Piazza “in fovea presbiterorum”, cioè nella sepoltura destinata ai presbiteri. Lasciava un censo, però, di tarì tre alla chiesa di San Bartolomeo che era in maramma, cioè vi si stavano facendo dei lavori e non sappiamo quali, per “malis oblatis incertis”. Questa era una dicitura molto ricorrente nelle elemosine e nella beneficenza del tempo.
L’anno santo cui vogliono assistere i fratelli Vaccaro è quello indetto da Sisto IV nel 1475 a Roma. Vi parteciparono, oltre al nostro notaio Paolo Failla, tutti i grandi del tempo: da Leon Battista Alberti al Verrocchio, da Botticelli a Signorelli, dal Ghirlandaio al Perugino e al Pinturicchio. In quest’anno di misericordia, proclamato dal Santo Pontefice romano e ricordato da Ariosto, per la prima volta fu impiegata la parola Giubileo.
Il presbitero Vaccaro non sarà il solo a lasciare un censo alla chiesa di san Bartolomeo. Molti, infatti, lasciavano censi alle grandi e varie chiese della città, la chiesa di san Bartolomeo inclusa, e non solo nella fase iniziale della loro costruzione ma anche per opere. Censi che, anche quando fossero stati destinati alle “marammate”, cioè alle fabbriche, saranno utilizzati poi per la manutenzione delle stesse. La chiesa di san Bartolomeo esisteva, in effetti, già come abbiamo appreso dal precedente testamento. Figurava, tuttavia, un suo “vestimento sacro” nell’inventario della Matrice di san Matteo, elenco fatto confezionare dal cappellano Don Michele Renda al notaio Giuliano Stilo in un passaggio di consegne avvenuto nel settembre 1476.
Il 20 giugno 1508 il povero Pietro de Xurtino, in pede infirmus, teme di morire e detta le sue ultime volontà al notaio Matteo Melfi. Chiede di essere sepolto nella chiesa di san Bartolomeo di Scicli nella fossa destinata ai confrati. Assegna ai confrati per la sepoltura un censo perpetuo di tarì tre da riscuotere ogni mese di agosto da Bartolomeo Erizzi e da Bartolomeo Rachamuni. Lo Xurtino era un uomo pio, non aveva figli. Lasciò, infatti, tutti i suoi beni ai fratelli e alle sorelle. Destinava, però, un’onza per la celebrazione di messe di suffragio, un censo di tre tarì per voto in favore della chiesa di Sant’Antonino ancora in costruzione e tarì uno e dieci grani per ogni confrate che fosse intervenuto al suo funerale.
E’ un testamento importante quello di Xurtino. Ci testimonia che la confraternita non era d’istituzione recente ma già presente nel secolo XV e operante, se poteva assicurare ai propri adepti una sepoltura esclusiva all’interno del tempio.
La chiesa di san Bartolomeo nel 1508 ormai doveva essere sgombra da ogni cantiere.
Non riporto tutti i vari testamenti nei quali i testatori predisponevano censi in favore della chiesa nei legati per la salvezza dell’anima. Sarebbero diversi, infatti.
Ho citato qui, invece, alcuni rogiti che mi sono sembrati interessanti per definire in un arco temporale abbastanza definito e breve la vita della chiesa, della sua confraternita e di quella del quartiere di cui fu e ancora è anima e cuore pulsante.
Un contratto, siglato il 15 febbraio 1535, nona indizione, alla presenza del notaio Bartolomeo Terranova dai rettori della confraternita della chiesa di san Bartolomeo in favore di Mazzullo Cappitta ci fotografa, per esempio, la chiesa cinquecentesca e rivela, allo stesso tempo, i nomi degli amministratori della sua confraternita. La scrittura racconta che la chiesa aveva più cappellani e anche le sue dimensioni dovevano essere abbastanza considerevoli, se l’aula centrale era sorretta da dieci pilastri, cinque per ogni lato. Il tempio era dotato di un presbiterio al centro del quale s’innalzava l’altare maggiore. Possibilmente la struttura era orientata come la presente con un impianto architettonico però diverso dall’attuale e molto simile all’odierna chiesa di San Pietro di Modica, cioè con altari e cappelle addossati alle pareti. I pilastri dovevano essere chiusi nella parte alta come in alcune chiese normanne. La dedicazione a san Bartolomeo, in verità, potrebbe configurare proprio un tempio di epoca normanna che farebbe così retrodatare addirittura la stessa datazione del Carioti. Mi è sembrato molto interessante dare qui la traduzione della prima parte del rogito e trascrivere, poi, il dictatum della concessione. La scrittura fu un atto di concessione di una sepoltura che doveva essere ubicata al centro di una navata laterale della chiesa e corrispondeva esattamente all’altezza del terzo pilastro sia che i pilastri fossero stati numerati dall’altare maggiore sia che fossero stati numerati dalla porta principale.
Presente il ven/ don Antonino Guarrasio Belvis, uno dei cappellani della ven/ confraternita della Chiesa di san Bartolomeo nella Terra di Scicli tanto in nome proprio quanto in nome degli altri cappellani dai quali afferma di essere stato autorizzato con mandato prima rilasciato al notaio dai mag/ri Guido Guarrasio e Santoro De Gallo, rettori di detta confraternita mentre, invece, è presente Bartolo De Pagano, economo e amministratore dei beni della chiesa e della confraternita, nel desiderio di voler accrescere sia il prestigio sia le rendite di essa, è concesso come sopra [cioè al Cappitta, nda], dietro la fondazione di un censo, uno spazio dentro la chiesa nel quale edificare un altare e una sepoltura per sé e per i suoi successori…
… viz quod possit dittum altare edificare in pilerio intermedio ditte ecclesie quod est tercium pilerium numerandum tam ab altare mayore quam a janua ditte ecclesie in pede eius altaris debet facere sepulturam pro se ipsum et suos sepelliendum et hoc pro jure census tarenorum trium.
Mazzullo si obbligava a ipotecare tutti i suoi beni con un censo di tarì tre ma specialmente una vigna e una clausura esistenti in contrada di lo Chano dalferj confinanti con vigna di Margherita La Dinara, con vigna di Paolo di Chazenj e con via pubblica.
Questo documento è molto importante perché, a mio avviso, dà il via a una politica cimiteriale forse prima non praticata dai rettori della chiesa.
La famiglia degli Erizzi era senza dubbio la più importante e la più potente non solo del quartiere ma anche della città. Tuttavia i suoi membri che abitavano nella contrada della Maddalena avevano le sepolture o in Santa Maria La Piazza o, come avveniva per la gran parte degli sciclitani di quel tempo, nella chiesa della Nunziata.
Il quartiere di san Bartolomeo oltre a racchiudere questo straordinario gioiello architettonico che è l’attuale Chiesa, è custode di un grande e affascinante mistero: Chiafura.
Chiafura oggi corrisponde alla parte alta della collina che sovrasta la Chiesa col suo vasto agglomerato di grotte trogloditiche. Naturale propaggine del colle san Matteo, s’incunea nella valle, chiudendola a imbuto.
Nel settembre scorso ho pubblicato un saggio su Chiafura dal titolo “Chiafura e il suo mistero” sul giornale on line www.ragusanews.com al quale rimando.
In esso affacciavo l’ipotesi che “Chiafura” fosse il frutto di un errore di trascrizione compiuto da un amanuense inesperto o semplicemente distratto.
La forte somiglianza dell’etimo “Chiafura” con “clausura” cioè luogo circoscritto e ben definito, termine del tardo latino ampiamente impiegato nel gergo notarile fino al secolo diciottesimo, me lo faceva supporre.
Ciò che incoraggiava questa mia tesi era la curiosa assenza di questo toponimo nei rogiti notarili del Cinquecento e di buona parte del Seicento fino a oggi conosciuti ed esaminati.
La verità è che non sempre i protocolli notarili a noi pervenuti, di difficilissima lettura, sono stati sistematicamente studiati.
Anche il can. don Giovanni Pacetto, di venerabile memoria, attento cultore come Carioti di Storia Patria, era incorso purtroppo nel mio identico errore.
Il Pacetto nella sua opera “Toponomastica /Contrade di Scicli” alla voce Grotte Minutilli così scriveva:
“Spesso incontrasi presso gli Atti di Notar Guarino accennata una tale Contrada e come ché giammai in detto Notaro si fa menzione della Contrada Chiafura la quale contiene moltissime Grotte, perciò suppongo che con tale denominazione si vorrebbero indicare le Grotte di Chiafura. Delle suddette Grotte se ne fa menzione in più Atti, ma io mi restringo rapportarne un solo del giorno 29 Xmbre 1569 dove leggesi che Natali Scardino accaptao d’Angilo et Sabella de Mazza # (tarì, ndr) 12 di Cenzo supra una casa in contrada di li Grutti minutilli conf. cum casa di Andria Lupo.”
Nel mio saggio su Chiafura sopra ricordato, pur dando merito al grande paleografo ante litteram quale fu Giovanni Pacetto, io stesso nutrivo perplessità circa l’identificazione sic et simpliciter del quartiere che oggi comunemente suole chiamarsi Chiafura con Grutti Minutilli, come lui suggeriva.
A farmi dubitare della facile semplificazione fatta dal Pacetto era proprio un brano del Carioti, contenuto nella sua opera “Notizie storiche della città di Scicli”, nel quale l’arciprete così scriveva:
“Ogni qualvolta i conti e le contesse di Modica stazionavano ne’ suoi stati, non lasciavano di frequentare la città di Scicli alloggiando nel palazzo dell’illustre famiglia Erizzi, sito nell’antico quartiere di Chiafura, oggi rovinato per causa del terremoto del 1693.”
Per quanto abbia potuto compiere disastri il terremoto del 1693, è impossibile che un grande quartiere residenziale, con i suoi fastosi palazzi degni di ospitare un viceré, come ha tramandato Carioti, possa essere stato letteralmente cancellato dal sisma.
Avendo anch’io ritrovato molto spesso il toponimo Grutti Minutilli, avevo ipotizzato allora una parcellizzazione dello spazio urbano che oggi identifichiamo comunemente con Chiafura, riservando solo alla parte alta -e cioè agli ultimi livelli della collina/necropoli nei quali le grotte sono numerosissime e presenti- tale toponimo.
Non credo che questa intuizione sia comunque del tutto errata.
Ma c’è un “però”…
Quello che nel saggio testé ricordato io bollavo come l’errore di un copista sprovveduto o distratto, invece tale non è.
Avevo trovato, infatti, un atto rogato dal notaio Antonino Militello il 17 agosto 1517 quinta indizione nel quale Andrea Falla e Antonina sposi avevano venduto
a Petro Chazenio presente una loro casa posta in territorio di Scicli in contrada di Chafura vicino alle case del ven/ Don Paolo di Arrabito e vicino alla casa dello stesso venditore…
Finalmente compariva il toponimo della contrada, ma era un unico atto!
In seguito, studiando a fondo il notaio Terranova, il toponimo di Chiafura si è regolarmente presentato, a distanza di pochi anni, per indicare certamente un luogo o uno spazio ricadenti in contrada di san Bartolomeo.
Il 23 gennaio 1538, dodicesima indizione, il Rev/ do Dionisio Cuffaro, procuratore e beneficiato della chiesa di sant’Agrippina della Terra di Scicli, volendo aumentare le rendite della chiesa, gravava per una scrittura rogata dal notaio Terranova di un censo perpetuo di tarì sei un antrum esistente in contrada Chiafura confinante con grotta di Chicca Chimino e altra grotta di proprietà della stessa chiesa.
Il 13 giugno del 1539, dodicesima indizione, Violante, vedova di Nicola La Miraglia vendeva, col consenso del padre, per un rogito del notaio Terranova a Pietro Agnello un censo di tarì ventiquattro che gravava su una casa e su una grotta esistenti in contrada di Chafura, entrambe confinanti con casa dello stesso Pietro e grotta di proprietà di Laynora La Maltisa.
Il 27 settembre 1541, quindicesima indizione, infine, in un elenco di varie proprietà compilato dal mag/co Giovanni Brancato, tutore dei figli del defunto nob/ Francesco Denaro, alla presenza del notaio Bartolomeo Terranova, fra i beni gravati da censo segnava alcune case esistenti in contrada di “li Grutti Minutilli”.
Quest’ultimo atto, posteriore agli altri precedenti è molto interessante perché oltre a escludere l’equivalenza del toponimo, Grutti Minutilli=Chiafura, dimostra, invece, che i due etimi convivevano perfettamente nello stesso periodo e con certezza indicavano particelle di territorio confinanti.
Dopo questi ritrovamenti non si può più affermare, dunque, che Chiafura è stato un errore o non è esistito mai come toponimo prima del secolo diciottesimo quando i notai regolarmente lo impiegavano per indicare tutta l’area di grotte che ancora oggi fa da quinta scenografica alla chiesa di san Bartolomeo.
Chiafura è esistito già dal primo Cinquecento, com’è stato sufficientemente provato, e penso che anche nel Quattrocento il toponimo avesse una sua ben precisa collocazione spaziale.
Purtroppo la perdita di molti protocolli notarili come prima ho accennato ha reso ogni ricerca complicata e difficile.
Le calamità naturali non furono estranee alla dispersione di documenti. Nel 1538, per esempio, una grande alluvione sommerse tutta la città cresciuta a valle. I quartieri nuovi si trasformarono in un vasto acquitrino e il torrente di san Bartolomeo, straripando, cancellò le case di Francesco Manenti, ubicate all’incirca nella stessa area dove oggi sorge Palazzo Fava. La splendida fontana rinascimentale progettata da Guglielmo Belguardo che aveva dato il nome alla nuova piazza fu ridotta una montagna di detriti dalla furia implacabile delle acque.
Era l’anno del Signore 1538, lo stesso in cui fu beatificato il Beato Guglielmo. Mai la città ebbe più bisogno della sua celeste protezione come in quell’anno!
Voglio dichiarare qui il mio fermo convincimento per il quale nel periodo da me analizzato nessuna diatriba religiosa abbia sconvolto mai l’equilibrio perfetto tra le due grandi cave, quella di san Bartolomeo e l’altra di santa Venera.
L’opulenza della città rinascimentale era tale da incoraggiare semmai le faide tra le grandi famiglie che trovarono, però, nell’Inquisizione il nemico comune contro il quale fare subito quadrato.
Questo è un altro grande e importante capitolo della storia della nostra città che merita di essere raccontato e approfondito, possibilmente in una prossima occasione, per il piacere e la curiosità di conoscerlo.

CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica (ASM)
Carioti Antonino, Notizie storiche della città di Scicli, vol. I e vol. II, testo a cura di Michele Cataudella, Comune di Scicli, 1994
La China Ignazio, Chiafura sì Chiafura no, Ignazio La China dice la sua, Il Giornale di Scicli, 20.05.2019
Pacetto Giovanni, Toponomastica Contrate di Scicli, Biblioteca Comunale Carmelo La Rocca, Scicli
Sitografia aggiornata a 8.12.2019
Anno santo e Giubileo nella storia della Chiesa

Chiafura e il suo mistero Scicli - RagusaNews.com
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