Cultura Racconto di Natale

Doppio incastro

La donna che mi stava davanti era quasi curva sotto il peso degli anni, sopraffatta da verità che aveva sempre deciso di tacere

-L’altra aleggiava sulla mia vita non come un angelo buono ma come una presenza cattiva, incomoda, ingombrante che a volte mi faceva stare male.-
Zia Maria così cominciò il suo racconto, dopo mie ripetute insistenze.
Era una sera di settembre, frizzante per una brezza marina che veniva a stemperare la calura del giorno.
Sull’immensa terrazza della casa, a due passi dal molo, presi la sua mano con preoccupazione affettuosa, curioso di conoscere un tempo che mi era scivolato addosso come se fosse appartenuto a un altro.
Non sapevo spiegarmi il perché di tanti suoi silenzi, non capivo perché, avendo sposato un uomo vedovo e senza figli ma ancora giovanile e prestante, anche lei non avesse avuto dal marito una naturale discendenza. Stringevo la sua mano scheletrita e tremante per infonderle un coraggio che aveva dato prova di non avere.
La donna che mi stava davanti era quasi curva sotto il peso degli anni, sopraffatta da verità che aveva sempre deciso di tacere.
“I cosi re linzola nun si nésciunu mai fora” amava ripetere fino alla nausea anche a mia madre quando toccava argomenti delicati della sua vita coniugale.
Un’ostinazione che tutti in famiglia criticavano. Consideravano zia Maria una donna scarsamente intelligente, succube come sempre era stata di un uomo che lei si sforzava, amandolo, di fare accettare.
Mio zio, il marito, non l’aveva aiutata in questo lavoro. Aveva un carattere chiuso, scontroso. Era sempre pronto a rimproverare chi tentava anche solo timidamente di voler capire il suo strano modo di essere.
Mio padre non lo sopportava. Lo definiva borioso, a volte anche maleducato, tutto preso di sé per un impiego in un ministero romano che in paese lo aveva sempre fatto annoverare fra le persone che più contavano.
Dopo il pensionamento, la coppia aveva abbandonato la Capitale per venire a vivere in Sicilia l’ultima fase della sua vita.
Non comprarono una casa in paese. Il marito fece sistemare una vecchia e grande casa di pescatori, appartenuta a uno zio, cognato della madre, che nel dopoguerra ne aveva fatto la sua casa di villeggiatura a Sampieri. Da piccolo, infatti, era vissuto in questo borgo marinaro, lo conosceva come la sua vita. Si sentiva a suo agio in quel ritorno al passato che le abitudini romane non avevano potuto cancellare.
- Era così. - Continuò zia Maria, emettendo un profondo sospiro, parlando proprio del marito. - Un po’ chiuso per la verità. Ma non era cattivo, come ti hanno voluto far credere. Da sempre era cresciuto con la madre che aveva avuto quella gravidanza con un uomo il cui nome si era ostinata a non rivelare e per questo la famiglia l’aveva isolata e con lei anche il piccolo. Io stessa gli chiesi più volte di rivelarmi il vero nome del padre, ma lui non lo fece mai. Affermava di non conoscerlo. Sapevo che mentiva. -
- Non hai avuto dei sospetti? - Domandai.
Lei guardò l’orizzonte del mare e poi i miei occhi.
- Sì, certo. Due sospetti però non fanno una verità. Per un’ironia del destino, mio marito somigliava a suo zio, il proprietario di questa casa. Lo stesso modo di andare, il volto, il corpo, la statura. A volte la natura è beffarda.-
- Insinui allora che il cognato abbia potuto commettere un incesto, abusando della sorella della moglie?- Insinuai quasi spaventato.
- Credo poco alla storiella che abbia abusato di lei, sono più propensa a credere in un accordo segreto, tacito, tra le due sorelle, in un patto che alla fine ha dato a entrambe la gioia che cercavano.- Fece una pausa, come se fosse soprapensiero.
- Vedi, - riprese - la loro vita continuò serena, anche se l’altra, la madre, dovette affrontare il giudizio della gente. Qualcuno, malizioso, a dire il vero, sospettò una possibile relazione incestuosa col cognato ma tale ipotesi fu subito scartata e rifiutata anche come pettegolezzo. Molti, invece, in paese mormoravano su una sua relazione segreta, un amore finito male ai tempi in cui frequentava l’Università di Catania. -
- E tu perché pensi che, in realtà, l’incesto ci sia stato? - La incalzai.
- Il testamento e questa casa. - Rispose con voce calma e sicura.
- Spiegati meglio … Non ti seguo. - La supplicai.
-Semplice! Quando il cognato della madre morì e fu pubblicato il testamento, si scoprì che aveva nominato erede universale il bambino, cioè mio marito, e la moglie, usufruttuaria, rimasta sola, chiese alla sorella di farle compagnia. Convissero serenamente per tutti i giorni della loro vita, godendosi il figlio. -
- Le due donne avrebbero allora aggiustato con un tacito accordo ciò che la Natura non era stata capace di fare?- La interpellai, sempre più intrigato dalla storia.
- Esatto! - Confermò lei, con uno scintillio intelligente sulle pupille degli occhi.
- E l’altra, cosa c’entra? - La incalzai.
- C’entra, c’entra …- Sospirò con una grande tristezza nella voce. - Mia suocera, - continuò zia Maria - dopo la gravidanza abbandonò gli studi universitari, era una maestra, insegnò per molti anni in paese. Il piccolo, ormai ragazzo, frequentò le superiori a Modica. Fra i banchi di scuola mio marito conobbe una ragazza e s’innamorò perdutamente di lei. Dopo il diploma, l’università, la laurea e il concorso al ministero. Un posto d’indubbio prestigio e un ménage familiare sereno con la donna della sua vita coronarono infine le sue grandi ambizioni. -
- Tutto normale, mi pare. - Conclusi.
- Sì, certo. - Affermò zia Maria. - Tranne un particolare: lei, la giovane sposa, non poteva avere figli. Questa verità affiorò quasi subito dopo il matrimonio e per mio marito fu un vero e proprio dramma. Non si rassegnava all’idea di non potere diventare padre! Mio marito la costrinse a sottoporsi a vari esami, ma tutto fu inutile. Col tempo una malattia terribile la uccise. -
-Che storia molto triste! - Esclamai.
- Sì, hai ragione. - Concordò lei.
- Conobbi mio marito in casa di amici in una delle rare volte che veniva al paese da Roma. - Riprese. - Era vedovo da qualche anno, non cercava una moglie. Mi affascinarono lo sguardo malinconico e una rabbia invidiosa per la felicità degli altri. Non ero più una ragazzina e condividevo con lui soprattutto la rabbia. Fui io che lo convinsi a risposarsi. Mi ero attaccata a quell’uomo come una cozza allo scoglio. In effetti, ero innamorata. Ci sposammo. Andai ad abitare nel suo appartamento romano dove lui aveva raggruppato in una stanza gli effetti personali della moglie, i vestiti, le foto. La teneva sempre ben chiusa a chiave, geloso delle memorie e dei ricordi. Imparai a convivere con quell’ombra, l’ombra dell’altra. Pur di sentirmi accettata e amata, fingevo di non accorgermi della sua personalità sdoppiata, in bilico sempre tra il presente e il passato, tra l’amore verso una morta e il rispetto e la benevolenza verso una viva che tuttavia nel suo intimo soffriva per non riuscire a svincolarlo dalla sua ossessione. Col passare del tempo ci rinunciai. Mentre aveva desiderato tanto avere un figlio dall’altra, dopo esserci sposati, fece di tutto per non avere figli da me. -
-Mia mamma, infatti, era furiosa con te e con lui. Aveva intuito il problema, immagino. - La interruppi.
- Mia sorella non capiva e mi rimproverava l’accondiscendenza eccessiva e servile con la quale restavo al suo fianco. Ma era più forte di me, non avrei saputo inventarmi una vita diversa. - Fece un’altra pausa, come se stesse meditando sull’ultima frase.
-Si mise in pensione, - continuò - lasciammo Roma e traslocammo a Sampieri, quando questa casa fu perfettamente ristrutturata e accogliente. Lui insisté perché io partissi da sola per la Sicilia. Mi avrebbe raggiunto, dopo aver impacchettato le ultime cose, assicurò. Dopo aver ricevuto, dalla ditta che fece il trasloco, il carico a Sampieri, frugavo tra i pacchi e i bagagli sperando di trovare oggetti o cose che in qualche modo fossero appartenuti a lei, alla prima moglie. Non trovai nulla. Ti confesso, rimasi molto delusa. Lui giunse qualche giorno più tardi, riordinò le sue cose in questa casa senza che ci fosse più un indizio che avrebbe potuto ricordare il passato. Mi sembrò addirittura tanto tenero e affabile negli anni che seguirono. Finalmente si era liberato del suo incubo, pensai. M’illudevo di averlo guarito. La malattia, purtroppo, logorò il mio idillio e la morte scrisse ben presto poi la parola fine nella nostra storia. -
Zia Maria fece una lunga pausa. Gli occhi socchiusi, respirava appena. Stringevo sempre la sua mano.
- Per me fu un colpo duro da accettare, la sua morte. - Proseguì. - Mi ripresi lentamente. Qualche settimana dopo il funerale, misi ordine fra le sue cose, disperse nel tempo della malattia. Lo feci soprattutto per distrarmi un po’, per un segreto desiderio d’immaginarlo ancora vivo. Mi accorsi, pulendo la sua scrivania, che un cassetto era chiuso a chiave. Cercai dappertutto la chiave senza trovarla. Tentai di forzarlo ma fu inutile. Chiesi l’aiuto di un falegname che venne e lo aprì. Un pacchetto attirò subito la mia attenzione. Una busta di plastica trasparente conteneva alcune vecchie lettere e un anello nuziale che con certezza era appartenuto alla prima moglie. Presi le lettere e, tremante, cominciai a leggerle.-
Zia Maria si era intanto rabbuiata nel volto.
-In quelle lettere era la chiave del mistero? - Azzardai con un fil di voce.
-Sì. -Rispose. - Un mistero terribile che di colpo cambiò la mia vita.
-Che cosa c’era di tanto terribile, dunque, in quella corrispondenza? - La incalzai, ormai intrigato dal racconto.
-Erano lettere della sorella della prima moglie. Con quelle le chiedeva in ginocchio di perdonare suo marito per averla stuprata da ragazzina. La implorava fra le lacrime di non rivelare mai quel terribile segreto. -
Ora zia Maria taceva. Il sole scendeva sull’orizzonte e la sera si stendeva con ampie pennellate di grigio su un mare immobile dai riflessi d’oro. Io ero senza parole.
- Ecco il motivo della sua infertilità! - Esclamò quasi con rabbia zia Maria. - Che cosa non dovette sopportare quella povera donna e quale calvario continuo non fu la sua vita! Questo era stato il vero motivo della stanza chiusa nell’appartamento di Roma e la spiegazione del cassetto chiuso nella scrivania di questa casa! -
-Sicuramente tuo marito avrà distrutto ciò che di lei ancora custodiva nella stanza proibita, nei pochi giorni in cui rimase solo a Roma per impacchettare i mobili. Perché non distrusse con le altre cose anche quelle lettere?- Chiesi.
Lei aprì gli occhi e mi fissò a lungo per pensare una risposta alla mia domanda.
- Immagino che non ebbe il coraggio di bruciarle e forse ho il sospetto che le conservò perché io, dopo la sua morte, le ritrovassi. La prima moglie gli ricordava la madre. Due storie diverse con due epiloghi differenti ma simili nei protagonisti si sovrapponevano come un doppio incastro nella sua mente per segnare profondamente la vita. Dopo la lettura delle lettere, quella donna non fu più un fantasma scomodo per me. Una profonda pietà me la fece accettare e amare e mio marito, discreto custode del suo dolore, diventò davvero grande ai miei occhi. -
Zia Maria tacque. Per un attimo temei che si fosse appisolata. Sentii dal fremito della sua mano che tuttavia era vigile e sveglia.
-Vedi quella barca laggiù? - Mi domandò dopo il lungo silenzio, indicando con la mano tremula una barca che navigava sull’orizzonte del mare. - Vorrei che fosse la barca di Caronte sulla quale poter affrontare il mio ultimo viaggio verso un aldilà in cui la verità è come l’acqua cristallina di questo mare. Essa lambisce annoiata lo scoglio, come la verità le nostre vite, immemore delle passioni degli uomini e dell’amore vero che tante volte si è sacrificato per purificarle e redimerle. Fa un po’ freddo. - Aggiunse, rivolgendosi a me. - Prendimi dentro casa una giacchetta e un plaid, voglio rimanere qui, dove la sua felicità abitò per un tempo, il tempo della sua prima giovinezza spensierato e ingenuo e poi dove il tempo consapevole della sua vecchiaia fu trasfigurato e pacificato dai ricordi.-
Presi la giacchetta e il plaid, la coprii. Il mare ora era scomparso per fare posto a un’oscurità indefinibile e vuota che somigliava tanto alla morte.
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