Cultura Scicli

O’ntraunìri l’ura, il nuovo libro di Pino Nifosì

Il dialetto che scompare

Scicli - Ieri sera, nella sala del Movimento Vitaliano Brancati, in via Aleardi, ha avuto luogo la presentazione del libro sul dialetto che scompare dal titolo O’ntraunìri l’ura di Giuseppe Nifosì. Presente un numeroso pubblico, hanno relazionato il Direttore del Giornale di Scicli, Franco Causarano, don Ignazio La China, il prof. Giuseppe Pitrolo e il restauratore Dott. Luciano Bombeccari.

Il prof. Pitrolo ha dialogato con l’autore sulla ricerca da lui condotta per circa ventisette anni sul dialetto di Scicli e, quindi, sul dialetto degli Iblei. Don Ignazio La China ha messo in luce le radici bibliche ed ecclesiastiche del nostro dialetto che, nel libro occupano la prima parte di sette libri, nei quali l’autore ha suddiviso tutta la materia raccolta. Ha detto, tra l’altro, che profonde sono le radici, sia vetero-testamentarie del nostro dialetto, con particolare riguardo ai “detti” o “proverbi”, contenuti sia nei libri sapienziali che in quelli profetici, sia ecclesiastiche, in questo caso, parliamo di espressioni di fede, del tipo “Simu nne manu ro Signuri”, “A nnomu ri Ddiu”, e di “modi di dire”, parlati normalmente dal popolo, che hanno una matrice ecclesiale, che abbraccia tutto quanto riguarda l’ambiente religioso, liturgico, e delle funzioni religiose. Il dottor. Luciano Bombeccari ha colto aspetti generali sulla valenza sia biblica che su quella letteraria classica greco e latina. Franco Causarano di è soffermato sulla lettura di alcuni brani del testo.

In sintesi, riguardo al libro c’è da dire, a partire dal titolo O’ntraunìri l’ura, che alla lettera, tradotto in italiano, vuol dire “quando l’ora comincia a farsi buia” - l’ora in cui il contadino smetteva di lavorare nei campi e raccoglieva “i mmarazzi” e col carretto si avviava per tornare in paese - , che il prof. Nifosì più che una raccolta di detti e modi di dire, come aveva già fatto nella prima pubblicazione di ventidue anni fa, cioè, nel dicembre del 1997, che aveva per titolo “Ariu niettu” (“un cielo pulito”, ovvero “una coscienza pulita”), ha voluto cogliere tutta quanta la civiltà contadina degli Iblei, presentando una silloge del lavoro di ventisette anni (con articoli pubblicati periodicamente sul Giornale di Scicli) che comprende racconti biblici, racconti esemplari, enigmi, detti e modi di dire e tutto un parlare per similitudini e metafore. Una silloge di 250 pagine per un “materiale“ complessivo di circa 1500 pagine. Un libro-poema, che abbraccia tutti gli aspetti del vivere quotidiano del popolo degli Iblei e della visione della vita nei suoi aspetti esistenziali, morali, antropologici, etnologici, affettivi, e in tutti gli aspetti della comunicazione interpersonale: dei detti e modi di dire sulla comunicazione interpersonale, al parlare per similitudini e metafore, tratte dalla persona umana, dal corpo umano, dal pane, dal “carretto”, degli animali, al parlare per antifrasi, per raddoppiamento ed endiadi.
La silloge ora presentata è suddivisa, appunto, in sette brevi sezioni che hanno per argomento: radici bibliche ed ecclesiastiche, “frammenti di radici classiche, le “Opere e i giorni della civiltà contadina degli Iblei”, detti e modi di dire sul lavoro e sulla condizione sociale di sudditanza del contadino, come pure sulla società in generale; un libro sulla persona, sulla casa e gli affetti; infine altri due libri, un sesto sulla comunicazione e un settimo sulla diegesi o narrazione.


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