Cronaca Diffusione

Coronavirus, l'Africa insegna: una ondata di caldo ci salverà

Se il comportamento del virus ricalcasse quello di raffreddore e influenza è possibile che l'aumento delle temperature aiuti

Che ruolo potrebbe avere, ancora, l'arrivo della bella stagione con l'aumento delle temperature nella diffusione del Coronavirus?

"Ad oggi non è ancora certo che sia un virus maggiormente legato al freddo e non si può affermare che con il caldo scomparirà – spiega Matteo Bassetti, direttore Malattie Infettive dell'ospedale San Martino di Genova -. Ad esempio un coronavirus della stessa famiglia contagiò numerosi cammelli in Medio Oriente nel 2014, in condizioni climatiche dunque non necessariamente fredde. Per contro la Sars, della medesima famiglia e scoppiata alla fine del 2002, si estinse nel luglio del 2003".

Se da una parte è impossibile scommettere sul modo in cui le temperature influenzeranno il virus, dall'altra alcuni fattori farebbero ben sperare perché si assista a un indebolimento dell'epidemia, come la similitudine con altre condizioni tipicamente stagionali. "Altri virus, quali quelli del comune raffreddore e dell'influenza, si diffondono di più durante i mesi freddi", scrivono i Center for Disease Control and Prevention (Cdc) americani, che avvertono però: "Questo non significa che sia impossibile ammalarsi con questi virus durante gli altri mesi. Al momento non si sa se la diffusione dell'infezione Covid-19 diminuirà con l'arrivo del caldo".

"La bella stagione diminuisce le occasioni di contatto con le persone al chiuso, e alcuni precedenti, come quello della Sars, suggeriscono un andamento stagionale per questo tipo di virus", aggiunge Massimo Galli, direttore del reparto di malattia infettive dell'Ospedale Sacco di Milano. Ma non si tratta che di un precedente, che impedisce di trarre conclusioni su quello che ci aspetta per i mesi a venire, anche perché andrebbero considerati altri aspetti: "Non possiamo dir nulla con certezza sull'andamento del virus, perché, sempre guardando al caso della Sars, siamo intervenuti con fattori di contenimento, sia nei Paesi dove ci sono stati i contagi che da dove tutto è partito, che hanno aiutato a limitarlo". Il ruolo effettivo delle stagioni in tutto questo rimane speculativo e al momento, di nuovo, non è possibile dire se sarà maggiore il peso delle misure contenitive o il comportamento del virus stesso sull'evoluzione dell'epidemia, va avanti Galli.

«Epidemia in Africa? Il caldo può essere un nostro alleato»

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A parlare è Stefano Vella, ex direttore del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto Superiore di Sanità e docente di Global Health all’Università Cattolica di Roma.

"In Africa poi in questo periodo è come se fosse agosto. Ha mai visto ammalarsi qualcuno di influenza d’estate? Questa è una malattia respiratoria stagionale, a Wuhan adesso è inverno. Noi abbiamo a che fare con dei coronavirus ogni volta che ci raffreddiamo. Penso che la nostra preoccupazione sia soprattutto che questo è un virus nuovo. In sostanza, è come se fosse una nuova epidemia influenzale".

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Secondo lei c’è il rischio che qualche migrante eventualmente porti il nuovo coronavirus arrivando dall’Africa sui barconi?
«Assolutamente no. Questa è una malattia che è acuta. Non è che il virus si fa 6 mesi nel deserto, poi 5 mesi di Libia e poi va in barcone e arriva in Italia».

Ma se l’Oms si dice preoccupata ci sarà un motivo.
«Certo. Se l’epidemia colpisce Paesi dove i sistemi sanitari non sono in grado di contenere il virus, e di curare le persone, potrebbe essere un problema. Ma per ora in Africa c’è solo un caso importato. E poi in tutto il mondo c’è stato un cordone sanitario mai successo prima. Nel mese di febbraio probabilmente i casi di epidemia scenderanno».

Eventualmente quali provvedimenti si potrebbero prendere?
«Nel caso in cui si dimostrasse che c’è un’epidemia da coronavirus in Africa, cosa di cui dubito fortemente, andrebbero aiutati dal punto di vista della diagnostica. Bisogna portare lì i sistemi di diagnosi che tra l’altro i cinesi hanno messo a punto».

Ma il sistema secondo lei è in grado di affrontare l’epidemia?
«Si tenga presente che ai tempi della Sars già allora all’aeroporto misuravano la temperatura. Poi c’è stata la Mers, epidemia da coronavirus portata dai cammelli in Medio Oriente e anche quella si è spenta subito».