Attualità Milano

Noi siciliani dell'ex zona rossa

Milano chiama Sicilia

Milano - Noi, i siciliani dell’(ex) zona rossa.
Emigrati al Nord Italia per lavoro (o studio) abbiamo deciso di non tornare a casa, ma di resistere qui, dove il contagio è più forte.
Le immagini della stazione Centrale di Milano presa d’assalto sabato scorso, dopo l’annuncio da parte del governo della chiusura della Lombardia, ci hanno lasciato sgomenti. Sembrava di essere dentro un film di guerra dove la gente armata di beni di prima necessità si accalcava sui treni, pestandosi i piedi l’uno con l’altro, spintonandosi per la paura che non ci fosse più posto e nessuna possibilità di salvezza.
Eppure non tutti hanno deciso di ‘abbandonare’ la nave.
C’è chi è rimasto, incollato al televisore mentre il presidente del consiglio Giuseppe Conte annunciava che non ci sarebbe stata più nessuna zona rossa, ma ci sarebbe stata “l’Italia protetta”, elencando le restrizioni previste fino al 3 aprile per il nostro bene, per contenere il virus, per fermare i contagi, per evitare che i reparti di terapia intensiva subissero il collasso.
Come Giovannella, 33 anni, a Milano per motivi di lavoro. “Ho deciso di rimanere perché è giusto così. Per proteggere la mia famiglia, innanzitutto. Milano è una delle città con il maggior numero di contagi, anche se mi fossi rinchiusa in casa per 15 giorni, sarei comunque venuta a contatto con i miei genitori, i miei fratelli, i miei nipoti e ho voluto salvaguardarli. In questa fase la prevenzione e l’altruismo sono fondamentali”.
Da giorni Instagram è diventato il diario di bordo della nostra quarantena, il tutto accompagnato dall’hashtag #iorestoacasa che è anche il nome del decreto ministeriale approvato lo scorso 8 marzo dalla presidenza del consiglio dei ministri.
C’è chi da insegnante di educazione fisica si è scoperto con una passione folle per la falegnameria, come Daniele, 22 anni, chiuso nel suo appartamento di Parma con la fidanzata Stefania.
“Mi ha costruito una libreria nuova – dice lei divertita al telefono – sono un’insegnante e ho una montagna di libri che non so più dove mettere”.
E mentre lui si diletta nella costruzione di mobili, Stefania si dedica ai suoi alunni, preparando lezioni on line e correggendo compiti, aspettando di tornare presto in classe. Così come Sara, insegnante in una scuola elementare di Rovigo nel Veneto.
“Sono preoccupata si, non posso nasconderlo – dice – perché mi sento impotente di fronte a tutto questo, perché non so come andrà domani, né dopodomani, e come ne usciremo da tutta questa storia”.
E’ dura far passare le giornate quando sei costretto a stare in casa e non è una tua scelta. In questi giorni il web si sta popolando di consigli su cosa fare quando ci si annoia troppo in casa.
Eppure c’è chi in questi giorni lavora il triplo. Sono medici e infermieri che con turni infiniti, sono in trincea da circa un mese, assistendo i malati e cercando di trovar soluzioni rompicapo per i posti che cominciano ad essere un bene prezioso negli ospedali italiani, e della Lombardia soprattutto. Un esempio è Simone, neo infermiere a Pavia, laureatosi pochissimo tempo fa e che ha iniziato la sua prima esperienza lavorativa con quest’emergenza.

“Vorrei tanto essere a casa anche io – dice Simone con la voce stanca dopo l’ennesima giornata impegnativa in ospedale – ma penso che questo sia il modo migliore per esprimere il senso del nostro lavoro, a prescindere da tutti i rischi che corriamo”. E aggiunge: “Non posso permettermi di avere paura, non adesso. Per cui resto qui e combatto. Per me, per l’Italia, per la mia famiglia”. Poi a bassa voce dice: “Andrà tutto bene”.
Si, andrà tutto bene.