Cultura Scicli

Scicli e la memoria ritrovata

Le "meschite"

Scicli - Il presente saggio s’inquadra nell’ambito di un progetto ambizioso che vuole riscrivere la storia della città di Scicli.
Lo studio sistematico dei protocolli di tutti i notai che vissero e operarono a Scicli dal 1473 al 1550 circa, oggi ancora reperibili e consultabili presso l’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, è stato alla base del mio impegno e posso tranquillamente affermare che non manca molto alla fine di tale fatica.
Nel frattempo voglio, però, anticipare qualche notizia che, per la sua straordinarietà, ritengo particolarmente importante per l’identità della città di Scicli, nella scoperta di fedi e tradizioni ingiustamente sepolte dall’oblio del tempo e da una colpevole o poco praticata indagine della Storia.

Già ho dato notizia dell’esistenza di un’importante anima ebraica della città di Scicli in due precedenti saggi apparsi su questo giornale on line Ragusanews rispettivamente l’1 aprile 2019 “Scicli ebraica e la sua antica sinagoga” e il 10 dicembre 2019 “San Bartolomeo a Scicli: il quartiere, la chiesa, la confraternita” ai quali rimando il lettore più interessato per una valutazione approfondita.
In essi individuavo e ricostruivo l’esatta ubicazione nel territorio sciclitano delle due sinagoghe di Scicli, citate dall’arciprete Carioti nel suo libro di memorie “Notizie storiche della città di Scicli”.
Non solo Carioti (1683-1780) ma anche Pacetto (1806-1884) e diversi storici nel tempo hanno segnalato nelle loro opere le due “meschite”. Il termine “meschita” proviene dall’arabo-giudeo, una lingua largamente parlata dalle comunità ebraiche siciliane, e denomina la sinagoga.

La Sicilia dalla fine del Trecento era sotto la dominazione spagnola.
E’ noto che per l’editto di Granada, emanato dai Re Cattolici Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia il 31 marzo 1492, gli ebrei furono espulsi da tutti i loro regni. Lasciarono anche la Sicilia e, nel nostro caso, la Contea di Modica, territorio giuridicamente soggetto ai Re Cattolici, anche se amministrato da un Conte padrone.
Gli ebrei siciliani partirono senza poter portare con loro null’altro che non fosse la vita.
Di tutti gli ebrei presenti, rimase solo a Scicli e nella Contea chi, converso, riuscì a soffocare nella sua anima l’imperativo della fede, che lo chiamava all’osservanza della Legge, per una ragionata paura dell’ignoto nella speranza di un domani più tollerante o migliore.
Il futuro, purtroppo, non fu né tollerante né migliore.

Molto tempo dopo l’Editto, i notai, che spesso appartenevano a queste famiglie ebraiche rimaste, evitarono nei loro atti riferimenti a luoghi, culti, persone o cose strettamente legati all’Ebraismo, per una disperata anestesia della coscienza. I loro accenni, infatti, nei rogiti diventarono sempre più rari e spesso vaghi.
Più che un pudore erano la paura che li spingeva a cancellare con la loro colpevole omertà un passato, il ricordo lacerante di chi era partito, affrontando con la diaspora l’ignoto e il mare, e la vergogna di chi, vile, rimanendo e abiurando, questo coraggio non lo aveva avuto.
Sulle sinagoghe sciclitane così Carioti si esprime nel suo “Notizie storiche della città di Scicli”:
“[Una] era contigua al cimitero della Matrice Chiesa”.

A causa di questa contiguità, il rabbino Alamai e alcuni probiviri della comunità ebraica sciclitana nel 1481 avevano deciso di comprare una grotta di proprietà di Giovanni Vaccaro in contrada Porta di Modica per destinarla a sinagoga. In realtà, avevano solo ingrandito la sinagoga là preesistente aggiungendovi la grotta comprata.
Non si comprende come mai Carioti considera quest’ampliamento una seconda sinagoga perché più avanti, nel suo libro, a pag. 121, continua scrivendo che “la terza sinagoga (gli ebrei sciclitani) l’avevano non lungi dalle radici della collina, e segnatamente nelle vicinanze della chiesa di santa Maria Maddalena”.
Tanto della prima grande sinagoga, ormai perfettamente localizzata nel complesso dello “Steri”, quanto di quest’ultima esistono tuttavia tracce sicure nei protocolli notarili, testimonianze preziose già pubblicate nei precedenti saggi da me indicati.
Se volessimo seguire, dunque, Carioti, il conto delle sinagoghe sciclitane non tornerebbe. Il buon Arciprete, spesso, quando non riusciva a dimostrare le cose che scriveva diventava criptico, sibillino, volutamente distratto.
Eppure sarebbe bastato a Carioti ragionare sulle parole per capire che qualcosa nei suoi dati non quadrava!
A pag. 122 del volume già citato, lo stesso scrive:
“Sino alla prima metà del secolo XVII negli atti notarili trovasi indicata la contrada del Celso dello Iudeo, la quale si era in quel rione che poi si disse Senia Minore, che oggi corrisponde con la contrada detta del Lume, non lungi dal convento di santa Maria di Gesù….”
e ancora:
“E in un altro atto della XII Indizione 1478 presso il notar Paolo Failla leggesi che nella detta contrada della Senia gli Ebrei di Scicli vi avevano un bagno ove si praticavano le loro legali purificazioni.”
Quest’ultima notizia è ripresa dal canonico Giovanni Pacetto nel manoscritto “Toponomastica di Scicli”:
“Il sullodato arciprete Cairoti nelle sue manoscritte memorie ci riferì che l’antico quartiere della Senia si ebbe una tale denominazione perché gli Ebrei che stazionavano in Scicli, avevano in esso il Bagno delle rituali purificazioni prescritte dalle Mosaiche Leggi.”
Né a Carioti, che riporta pedissequamente la notizia perché appresa da una fonte a noi sconosciuta, né al canonico Pacetto era venuto in mente che un bagno per le abluzioni senza una sinagoga non avrebbe avuto senso di esistere.

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I “miqwè”, questo era il nome ebraico dei bagni, erano strutture collegate alle sinagoghe e realizzate proprio per poter adempiere il rituale della purificazione prescritto dalla Legge Mosaica.
Viene da sé, dunque, che la terza sinagoga, quella che a Carioti sfuggiva, sorgesse proprio nel quartiere sciclitano con più forte presenza ebraica, cioè nella Senia.
Dopo la lenta espansione dell’abitato sciclitano verso le fertili pianure che corrono incontro al mare, cominciata già nel Trecento, il quartiere Senia di Scicli aveva concentrato nel suo territorio, grazie all’esistenza di un “acquedotto” e di un abbeveratoio, la maggior parte delle concerie.
Il quartiere era diventato così popoloso da frazionarsi in grandi e piccole zone catastali: la Senia Minore corrispondeva all’attuale zona dove oggi si trovano l’Ufficio postale, via del lume e la parte alta di Corso Mazzini fino all’incrocio con via Marconi; la Senia Vecchia si estendeva dalla via Marconi in giù e includeva l’odierna parte finale di via Fiumillo, l’ “acquedotto”, il mulino della Botte, la vanella della Botte, le zone adiacenti fino a risalire l’attuale via Fiumillo all’altezza della chiesa di san Michele, al confine con l’antico Corso San Michele.
La parte della Senia Vecchia, e cioè quella in cui oggi insiste il tempio della Chiesa Metodista era anche conosciuta come “Li Qonzirej” per l’alta concentrazione di concerie presenti nel suo territorio.
Oggi diremmo che sarebbe stata la periferia industriale della città e le case in essa si sviluppavano su più piani perché la conceria quasi sempre occupava i bassi.
Quando gli ebrei lasciarono la Contea, parecchie di queste case-concerie furono messe in vendita mediante asta pubblica dal Patrimonio del conte che prima le aveva incamerate. Furono acquistate da conversi che sulle sfortune dei loro correligionari in diaspora, in effetti, si arricchirono.
Purtroppo non molti atti relativi a queste vendite si sono salvati.
Di una di queste concerie, per dimensioni e antichità sicuramente la più importante della zona, comunque ho trovato significante traccia.
Di un’altra conceria ho, invece, intercettato un secondo o terzo passaggio di proprietà.
In quest’ultima, ubicata nelle vicinanze della prima, finalmente emerge l’indicazione di una sinagoga.
Secondo una mia valutazione, la conceria doveva sorgere proprio nelle immediate vicinanze dell’area sulla quale oggi insiste la Chiesa Metodista di Scicli.
Faccio notare che il miqwè aveva bisogno dell’acqua e anche la conceria aveva bisogno di molta acqua. L’acquedotto con buona probabilità si potrebbe collocare nell’attuale via Celestre, dove a memoria mia ancora era visibile fino agli anni Ottanta del Novecento un grande canale d’acqua ricoperto da lastroni di pietra a mo’ di tavelloni.
La conceria fu venduta nel 1548 dalla famiglia Manenti, un’importante famiglia di conversi, ultima proprietaria in ordine di tempo.
Nell’atto di vendita furono apposte alcune clausole:
1) che il venditore avesse potuto continuare a conciare pelli per uso familiare o anche per venderle nella sua bottega.
2) nel caso in cui il venditore avesse voluto vendere le pelli conciate, che i compratori “non passino la meschita” cioè non fossero transitati per il luogo sacro in esso ricavato allo scopo di evitare ogni profanazione.
3) Il venditore s’impegnava a non conciare pelli su incarico di terzi.
4) Il venditore chiedeva ancora che alcuni importanti esponenti della famiglia ebraica Chazenj (cognome poi trasformato in Gazzé) e della famiglia Giluso avessero potuto continuare a fruire della conceria per il bisogno dei loro nuclei familiari ad libitum.
Al di fuori di queste quattro clausole, il compratore avrebbe avuto tutto il diritto di pretendere un corrispettivo in denaro da chi avrebbe fatto richiesta di utilizzare lo stabilimento.
Ecco la terza sinagoga, dunque, quella che era sfuggita a Carioti!
Nonostante fossero trascorsi oltre cinquant’anni dal drammatico esodo, questa famiglia di ebrei convertiti da alcune generazioni al cattolicesimo conservava tuttavia gelosamente la memoria del luogo sacro e la difendeva in un atto pubblico anche a costo di andare incontro a ritorsioni e denunce! E questo lo trovo davvero molto insolito e affascinante.
I testi ritrovati, puntualmente trascritti e contestualizzati, corredati dei necessari riferimenti archivistici, saranno inseriti in una prossima pubblicazione.

CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica (ASM)
Archivo Histórico Nacional (AHN)
Carioti Antonino, Notizie storiche della Città di Scicli, Edizione del testo a cura di Michele Cataudella, Voll. I e II, Comune di Scicli, 1994
Pacetto Giovanni, Toponomastica di Scicli, manoscritto, Biblioteca Comunale “Carmelo La Rocca”, Scicli
Pellegrino Francesco, La Contea di Modica nei primi anni del Cinquecento/storia di un giallo e di una contabilità ritrovata, The Dead Artists Society, 2019
Sitografia aggiornata al 01.04.2020:

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