Cultura Scicli

Don Antonino Lo Monachello: il sacerdote scultore

Una ricerca storica di Padre Ignazio La China

Scicli - L’articolo appena pubblicato a firma di Un Uomo Libero su RagusaNews riporta l’attenzione su un valente quanto quasi sconosciuto scultore di fine Cinquecento: Antonino de lo Monachello, con la comunicazione del ritrovamento di un pagamento per la sua opera scultorea sciclitana a santa Maria la Nova.
Era da tempo che mi ero ripromesso di mettermi sulle sue tracce e di saperne di più, se non fosse che per la chiusura da quasi due anni dell’Archivio storico della Curia di Siracusa non mi ha permesso di ricostruire anzitutto la sua figura sacerdotale e il suo cursus ordinum.
Perché di due cose siamo sicuri: che era netino e che fosse sacerdote. E di levatura, dato il titolo di Venerabilis Dominus con cui con rispetto è sempre chiamato.

Già Gioacchino Di Marzo nel suo I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI (1880) alle pagg. 699 – 700 annotava: <<e parimente nient’altro si sa d’un prete Antonino del Monachello da Noto, se non che in quell’altro estremo dell’isola esercitò pure l’arte di statuario in legno, e che per pubblico atto in Scicli a 5 di giugno del 1564 si obbligò per once novanta a scolpirvi quattordici statue al naturale, oggi non più esistenti in massima parte, fatto a comporre una rappresentazione della Sepoltura del Redentore insieme ad un simulacro anco in legno di Nostra Donna della Pietà, stimato ivi antichissimo ed in molta venerazione fin oggi, nella chiesa a lei dedicata. >>
In nota poi il Di Marzo riporta: <<Da un repertorio di atti concernenti la detta chiesa, da me veduto in Scicli ed ove a fog. 44 retro si legge: Contratto facto di lo venerabili don Antonino de lo Monachello di la c. de Noctu per costruire et fatichari lo SS.mo Sepulcro dni. Nostri J. Kristi in la ecclesia S.a M.a Pietati et in la cappella, in qua est imago marmorea Dive Marie ad Nives, cumposito di xiiij personai, chi si divono adjungere a lo antiquissimo simulacro Dive Marie Pietatis, videlicet iiij angeli, lo Cristo dinto lo sepulcro, iiij Marii, zoè Maria Madalena, Maria Cleopa, Maria Salome et Maria de Alfeo, Joseph Nicodemi, S. Joanni et iij custodi di la centuria. Et se convenni et obligao mag.co Antonino q.m mag.ci Cola Giluso, uti procuratori confraternitatis dicte ecclesie, nec non Leonardo lo Xifo, Cola Cassarano, Petru de Fide et hon. Dominico Guarrasi, mastri confrati dicte ecclesie, nec non hon. Antonio de Arrabito, alias Imbilli, procuratori dicte ecclesie, contrahentibus et stipulantibus in nomine dicte ecclesie et pro parte nobilis Mariani Lo Granco et Vincentii Schifitto …, pro pretio unciarum XC in tribus solutionibus, ut in actis nobilis notarii Cola de Damiata sub die v° junii vij° ind. 1564>>.
I lettori hanno già intuito che stiamo parlando della Addolorata e delle vicissitudini del gruppo scultoreo delle 14 statue di cui faceva parte. Di queste ho già parlato ricostruendo le fasi del culto nel mio libro su le Feste del Signore e delle successive interpolazioni dell’atto di commissione dell’opera.
Anche quello riportato dal Di Marzo è la copia interpolata del Pinzero, di cui ho parlato l’anno scorso in un articolo su Il Giornale di Scicli. Riprenderò in un mio libro di prossima pubblicazione proprio tutta la vicenda dei falsi del Pinzero messi in giro nel 1874.
Ma qui voglio parlare di altro. Studiando la vicenda ho avuto già in passato due dubbi. Il primo, su quando fu effettivamente finita e consegnata l’opera. E questo perché leggendo i verbali delle visite pastorali della chiesa di Santa Maria la Nova la “Cappella del Sepolcro di Cristo” (sarà per secoli chiamata così prima che a fine Settecento assumesse la definizione de “I sette dolori di Maria”) e dell’altare risultano presenti solo molti anni dopo la commissione.

La ricevuta, prodotta da Uomo Libero, del 1569 mostra che ancora a quella data siamo in corso d’opera. Certo scolpire 14 statue di legno a grandezza naturale dovette richiedere tempo. Anche perché non sappiamo quando effettivamente si mise all’opera.
Nel Dizionario Netino degli uomini illustri del Balsamo troviamo che il Monachello nacque a Noto nel 1515 e il primo incarico che gli viene conferito come scultore è del 26 aprile 1549 per la realizzazione di una “cona” in legno per la chiesa del Crocefisso di Noto. Sono pure attribuite a lui la Madonna del Carmine di Noto e quella della Immacolata ma senza riscontri. Queste sono le sole altre notizie su di lui che abbiamo, oltre al fatto che, nel contratto di Scicli, si richiamino analoghe sculture della Compassione sul Cristo morto realizzate per la Chiesa di san Giovanni di Modica e il duomo di San Giorgio a Ragusa. Ora però sappiamo dai due atti conosciuti che nel 1564 è già a Scicli e nel 1569 è ancora dimorante a Scicli. Cosa potremmo dire di altro? Non dobbiamo dimenticare che questo è il periodo in cui tutte le chiese di Scicli stanno uscendo dalla fase della maramma, cioè la fabbrica dell’edificio e si stanno dedicando all’abbellimento con cappelle, altari, statue e “cone”. In particolare due chiese, per la loro emulazione stanno crescendo quasi come “gemelle” nella stessa forma a croce latina e per numero di cappelle e altari. Si deve immaginare la chiesa di santa Maria La Nova non come è ora ma con la stessa forma del San Bartolomeo attuale. Unica differenza è che la grande cappella che a san Bartolomeo racchiude la scena della Natività nell’altra racchiude invece la rappresentazione della Sepoltura del Cristo. Grandi spazi per statue lignee a grandezza naturale: anche il primo presepe era infatti a grandezza naturale. Le vicende di questo presepe le ho riassunte pure nel mio libro sulle feste da me precedentemente citato. Qui però, a pag. 274 riporto una nota ripresa dallo studio del prof. Paolo Nifosì sul presepe che cita un atto del 1576 in cui abbiamo la prima notizia della cappella della Natività. Ma è interessante un fatto (ed è curioso che finora non sia stato notato): in quell’atto, oltre ai nomi dei procuratori della chiesa e dei confrati, ci sono i nomi dei due Cappellani, Don Giacomo de Mancarella e Don Antonino de Monachello.

E qui il secondo dubbio. E’ un caso di omonimia? O dobbiamo pensare che il Monachello, che è pure prete, essendo stabilito a Scicli, sia entrato a far parte del clero di San Bartolomeo? E se oltre a celebrarvi le messe, a san Bartolomeo vi avesse pure realizzato il presepe? E’ una probabilità che io a priori non scarterei. Scoprirlo sarebbe davvero una sorpresa di Pasqua.