Attualità Città del Vaticano

Faccio il Ministro dell'Economia, a patto di non diventare Cardinale

Lo strano caso del gesuita spagnolo padre Juan Antonio Guerrero Alves

Città del Vaticano - Una richiesta insolita per Papa Francesco. Il Ministro dell'Economia dello Stato Vaticano ha accettato l'incarico a una condizione, anzi, due: non diventare Vescovo, nè Cardinale. Lui è Juan Antonio ed è il Segretario di Stato all'Economia nominato da Sua Santità. Il gesuita spagnolo padre Juan Antonio Guerrero Alves (Mérida, 1959) è personaggio insolito. 

L'uomo che tiene in mano le chiavi delle casse dello Stato Vaticano ha fatto il missionario in Mozambico, e oggi, per volontà del Pontefice che ha scelto per se il nome del Santo povero di Assisi, gestisce un bilancio di 300 milioni di euro l'anno. 

“I conti – spiega padre Guerrero con la calcolatrice in mano – ci dicono che tra il 2016 e il 2020 sia le entrate che le uscite sono state costanti. Le entrate intorno ai 270 milioni. Le spese in media intorno a 320 milioni, a seconda dell’anno. Le entrate derivano da contributi e donazioni, rendimenti degli immobili e in misura minore dalla gestione finanziaria e dalle attività degli Enti. Un contributo importante è quello del Governatorato dello Stato Città del Vaticano; e dipende in larga (ma non esclusiva) misura dai Musei oggi chiusi e nella restante parte dell’anno in probabile difficoltà per la ripresa che sarà lenta. Se guardo solo ai numeri e alle percentuali, potrei dire che le uscite si distribuiscono più o meno così: 45% personale, 45% spese generali e di amministrazione e 7,5% donazioni. O potrei dire che il deficit (la differenza fra entrate e uscite) negli ultimi anni ha oscillato fra 60 e 70 milioni”.

“Abbiamo fatto – rivela a questo punto padre Guerrero – alcune proiezioni, alcune stime. Le più ottimistiche calcolano una diminuzione delle entrate intorno al 25 per cento. Le più pessimistiche intorno al 45 per cento. Noi non siamo in grado di dire oggi se ci sarà una diminuzione delle donazioni all’Obolo, o una diminuzione dei contributi che arrivano dalle Diocesi. Sappiamo però, perché lo abbiamo deciso noi e per la difficoltà di pagare il canone da parte di alcuni affittuari, che ci sarà – prevede il religioso – una contrazione delle rendite derivanti dagli affitti. Avevamo già deciso, approvando il budget di quest’anno, che le spese andavano ridotte, per abbassare il deficit. L’emergenza del dopo Covid ci obbliga a farlo con maggiore determinazione. Lo scenario ottimista o quello pessimista dipendono in parte da noi (da quanto saremo capaci di ridurre i costi) e in parte da fattori esterni, da quanto realmente le entrate diminuiranno (le entrate non dipendono da noi). In ogni caso, se non ci sono ricavi straordinari, è evidente che ci sarà un aumento del deficit”.

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“Sulla sola base di questi numeri – ammette il gesuita – qualcuno potrebbe pensare che il deficit è un buco che deriva da cattiva amministrazione. O che finanzia una burocrazia immobile. Non è così. Niente a che vedere con questo”. “Quanto ai numeri – premette il segretario per l’Economia – quelli della Santa Sede sono molto più piccoli di quanto in tanti immaginano. Sono più piccoli di una media università americana, per esempio. E anche questa è una verità spesso ignorata”.

“Dietro questi numeri – tiene a sottolineare il prefetto del dicastero per l’econimia – c’è la missione della Santa Sede e del Santo Padre, c’è la pienezza della vita e del servizio ecclesiale. Non è giusto dire che il deficit si finanzia con l’Obolo di S. Pietro come se l’Obolo riempisse un buco. L’Obolo anche è una donazione dei fedeli: finanzia la missione della Santa Sede, che include la carità del Papa, e che non ha ricavi sufficienti”.

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L'ufficio stampa della Santa Sede impiega 500 persone
"Comunicare quello che il Papa fa in 36 lingue, attraverso la radio, la tv, il web, i social, un giornale, una tipografia, una casa editrice, la sala stampa (e così via) è una impresa che non ha eguali al mondo. Ha un costo, certamente. Ha anche dei ricavi. Assorbe circa il 15 per cento del budget. Ci lavorano più di 500 persone. Non so se si può fare meglio. Sempre si può. Ma se facciamo una comparazione, non credo che troviamo altri che producano così tanto con così poco. Un altro dieci per cento del budget va alle nunziature. Qualcuno magari pensa che siano chissà cosa. Sono piccole ambasciate del Vangelo, che difendono nelle relazioni internazionali i diritti dei poveri, che portano avanti una diplomazia del dialogo, della pace, della cura della terra come nostra casa comune. Un altro dieci per cento si spende per le Chiese Orientali, che sono spesso perseguitate o nella diaspora. Per l’attenzione alle Chiese più povere, alle missioni, attraverso la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, si eroga un altro 8,5 per cento. Poi c’è la tutela della unità della dottrina, ci sono le cause dei Santi. C’è la preservazione di un patrimonio dell’umanità come la Biblioteca Vaticana e gli Archivi. C’è la manutenzione, doverosa, degli edifici: un altro dieci per cento. Ci sono le tasse italiane, che paghiamo: il 6 per cento circa del budget, cioè 17 milioni”.


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