Cultura Misantropia celeste

Quando Pertini e Moro inseguirono Arturo Benedetti Michelangeli

Il 12 giugno l'anniversario della morte

C'è un episodio della vita di Arturo Benedetti Michelangeli (Brescia, 1920 – Lugano, 1995) poco noto alle cronache e oggi tenero nel suo racconto, a cento anni dalla nascita del pianista -uno dei più grandi del Novecento, accanto a Rubinstein- e a venticinque anni dalla morte, il cui anniversario ricorre il 12 giugno. Bizzoso e bisbetico, perfezionista sino alla follia, decise di vivere in Svizzera, nel paesino di Pura, vicino Lugano. Era proprietario di una Ferrari su cui una volta fece salire Salvatore Accardo (che promise, chiudendo lo sportello a fine viaggio: "Mai più!"), fu divoratore dei fumetti di Topolino, e suonava solo Chopin, Ravel, Mozart, Debussy e Beethoven, ricoprendo Scarlatti. 

Imperscrutabile e inarrivabile, una volta accettò di suonare in Giappone a costo che gli spedissero il suo pianforte in aereo. La sera del concerto annunciò che non avrebbe suonato, e gli organizzatori giapponesi, per ripicca, gli sequestrarono il piano, che come reliquia mostrarono agli spettatori delusi. Litigò con l'Italia dopo che a seguito del fallimento di una casa discografica di cui era diventato socio, la Bdm, gli pignorarono alcuni beni. Da allora rifiutò i concerti in Italia; ne fece solo uno, per beneficenza nella sua Brescia, e uno nell'aula Nervi, nello Stato del Vaticano, nel 1987. Un biglietto costava 308 mila lire. 

Negli anni precedenti, Aldo Moro e Sandro Pertini lo inseguirono per convincerlo a suonare in patria e a fare pace con il suo paese. Fallirono. Di lui Franco Battiato ha cantato: "Mi piacciono le scelte radicali, la morte consapevole che si autoimpose Socrate, e la scomparsa misteriosa e unica di Majorana, la vita cinica ed interessante di Landolfi, opposto ma vicino a un monaco birmano, o la misantropia celeste in Benedetti Michelangeli". Arturo non rispondeva agli applausi: pensava che fossero rivolti ai compositori dei brani eseguiti.

Amava giocare a braccio di ferro con i suoi studenti, da cui non si fece mai pagare, perchè il sapere, sosteneva, è un diritto, e chi insegna non può pretendere compenso. 


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