Lettere in redazione Fase Tre

Patente d'immunità, o di iettatore

Riceviamo e pubblichiamo

Comiso - Colti impreparati e inermi, ormai parecchie settimane or sono, ci accingiamo adesso a riprendere la consueta conduzione di vita, la normale quotidianità empia di quel linguaggio basso e impiegatizio che avevamo abbandonato in favore di un’epopea bellica che mal s’attagliava ai Fantozzi di provincia.
Tuttavia, le indiscrezioni dei sontuosi palazzi romani, da qualche tempo colonizzati da comitati d’esperti e di cavalier serventi -la Repubblica s’intende- c’inducono a ritenere che il ritorno alla normalità sarà condizionato al conseguimento di una patente.
Ebbene sì, trattasi d’una patente d’immunità, che certifica lo stato immunitario, da fornire quindi a chi ha sviluppato gli anticorpi protettivi contro il covid19 e che, per tal ragione, non sarebbe più infettante.
La patente squarcerà il velo di Maya che avvolgeva una comunità ove tutto veniva sospettato di non essere così come appare, l’opposto di quel che sembra.
Il sospetto e il timore di venire a contatto con l’untore infatti eran divenuti una forma, un collante sui generis di solidarietà tra consociati che s’affastellavano a cercar di sapere, di avere i nominativi di streghe e untori affinché questi fossero segnalati ad amici e parenti o a chi di dovere.
Insomma la cultura del sospetto, il timore d’incappar nell’untore era riuscito nell’impresa, questa sì eroica, di sfondare il famigerato muro dell’omertà, la legge del silenzio.
Innumerevoli, a tal proposito, le denunce in danno di pericolosi podisti sulla battigia e di facinorosi che, troppo spesso, portavano il cane al parco.
Trovato il contagiato lo si guardava sì come ci s’approccia al cornuto o all’impotente, ovvero con una maschera d’umana pietas piccolo-borghese che presto si traduce in scherno ed allontanamento.
I Fantozzi di provincia, con ogni evidenza, dismesse le vesti di eroi e di paladini della legalità contro ogni silenzio, s’affretteranno al conseguimento del patentino che consentirà loro di uscire liberamente senza aver troppi sguardi inquisitori intorno.
Il sano, per esser anche formalmente tale, rivendicherà pertanto, sì come lo iettatore Rosario Chiarchiaro pretendeva d’esser patentato dal regio Tribunale nell’impossibilità di integrarsi in un contesto sociale di ignoranza e superstizione, che gli venga ufficialmente riconosciuto lo status di sanità e di non pericolosità, per eliminare ogni sorta di diceria e pregiudizio.
Ne La Patente di Pirandello, il Chiarchiaro infatti, considerato iettatore e vittima degli scongiuri della gente quando lo incontrava per strada, decide di volger a suo favore e rendere proficua questa condizione chiedendo al giudice D’Andrea la pubblica patente di iettatore per farsi pagare da chi teme la sua iella.
L’aspirante sano e lo iettatore, ribaltati dalla vita alla ricerca di marchi indelebili, di maschere e patenti per essere riconosciuti dagli altri e per poter dialogare con loro, hanno arsura desertica d’ottener l’aureo riconoscimento.
E che cosa sarebbe successo se Andrea Chiarchiaro, lo iettatore, fosse stato anche sospettato d’esser infettato?
Che iella!
Non sarebbe bastato mimar le corna, toccare il ferro, fare ogni sorta di scongiuro.
Non gli sarebbe bastata nemmeno la patente di iettatore e, costretto in una forma o maschera che gli altri gli attribuiscono, avrebbe anch’egli richiesto il patentino d’immunità.
In entrambi, comunque, permane la contrapposizione tra l’individuo singolo ed una società, che costringe l’individuo in una specie di gabbia, sia pure non di chiodi e ferro, ma piuttosto di ignoranza, sfiducia e maldicenza.