Cultura Musica popolare

Zazà. Quando Gabriella Ferri cantò il Godot napoletano

Se l'interprete supera l'autore

Dove sta Zazà. Un bisillabo, ispirato all’onomatopea con cui in molte lingue si rende plasticamente l’idea di banda musicale. “Za-zà”.
E il nome di una donna, forse una maschera, napoletana, di cui nulla sappiamo.
C’è la saudade di Napoli in questa canzonetta del 1944 scritta da Raffaele Cutolo (1910-1985), compositore che nulla aveva a che vedere con l’omonimo capo della Nuova Camorra Organizzata.
Una canzone allegra, leggera, che Gabriella Ferri, nel 1973, trasformò in grido di solitudine, sovvertendone l’intenzione, ben oltre lo spirito dell’autore.
Zazà è una donna che fa perdere traccia di se’ durante la festa più importante, San Gennaro, approfittando del clamore della banda musicale. E che induce il compagno Isaia a cercarla invano e senza successo sino alla festa dell’anno successivo, quando l’uomo troverà conforto nella sorella di Zazà.
C’è la Napoli del dopoguerra nei versi scanzonati di Cutolo, il contrabbando, la prostituzione, le segnorine e gli sciuscià. Ci sono le radici della nuova camorra, i soldati alleati in cerca di calore nel quartiere Sanità, la voglia di rinascita, di nuova vita dopo le morti senza senso della Seconda Guerra Mondiale.
E saranno proprio gli americani a esportare quel motivetto facile e ruffiano in giro per l’Europa. Zazà diventa il nome-tutto, l’offesa, la denigrazione verso la donna che si concede, il tormento, il Godot napoletano.
Contro ogni previsione del suo stesso autore, “Dove sta Zazà” diventò un successo planetario capace di interpretare un sentimento epocale: la gioia dopo la morte, seppur nel dolore dell’assenza.
Dovranno trascorrere quasi trenta anni perché la maggiore interprete di una romanità burina e popolare, Gabriella Ferri, leggesse nel fondo del bicchiere di quel vino acre, un lutto irredimibile che diventa lacrima, preghiera, singhiozzo.


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