Cultura Racconto dell'estate

Lola

Un leggero sorriso si dipinse sulle sue labbra raggrinzite e violacee

-Il primo amore non si scorda mai, un antico stornello me l’ha detto….- recitava lentamente quasi canticchiandoli con la sua voce sfiatata i versi di quella famosa romanza di Carlo Buti che tanto aveva segnato la vita degli italiani negli anni Trenta.
Lola, una vecchia signora borghese, era davanti a me, gli occhi chiusi, trasfigurata, assorta nel riesumare un’antica memoria.
Era arrivata al suo capolinea, come spesso amava dire sorridendo. Presto il tram della sua vita si sarebbe fermato in una stazione sconosciuta e per sempre.
Lola viveva di ricordi ormai. Aveva smesso di fare progetti da un bel po’. Viveva nel passato. Il presente le serviva a ricordarlo. Il racconto esorcizzava l’immenso vuoto di affetti che la morte aveva scavato nella sua fragile vita.
Per un attimo credei che morisse, respirava affannosamente, ma era ancora tanto viva per tirare fuori i suoi fantasmi dal cassetto segreto dei ricordi.
- Mi chiamo Giuseppina - mi confidò - ma nessuno mai da troppi anni mi ha chiamato con quel nome. Io stessa l’ho quasi dimenticato. -
Lola ebbe un sussulto, aprì gli occhi e un leggero sorriso si dipinse sulle sue labbra raggrinzite e violacee.
La guardavo con interesse ma anche con un’infinita tenerezza.
-La mia famiglia era benestante, papà era medico, era stato distaccato da Siracusa al Busacca, il nuovo ospedale di Scicli destinato ad accogliere alcuni feriti della Grande Guerra. Scicli era ancora in provincia di Siracusa. Ero già una ragazza quando i miei genitori si trasferirono da Siracusa in questa città. I miei fratelli nacquero tutti qui.-
- E come fu che Giuseppina diventò Lola? - Chiesi con impertinenza.
- Era un giovane bello, robusto, alto. Veniva dal fronte, era stato l’attendente di un capitano. Una scheggia lo aveva ferito a una gamba. A volte restava sdraiato immobile per giorni al sole, fuori dal reparto, immerso nel verde del parco, il volto coperto da un panno bianco, la gamba ferita stesa su una sedia e fasciata, fumando svogliatamente un sigaro. Ero solo un’adolescente ma già percepivo una certa inquietudine. Incrociai per caso il suo sguardo mentre cercavo mio padre. I suoi occhi mi turbarono e capii che dentro di me era nato un sentimento nuovo, strano, che mi faceva arrossire davanti a lui. -
-Un autentico colpo di fulmine! - Esclamai.
- No. - Disse lei. - L’unico vero grande amore della mia vita. Oltre alla stampa reperibile locale e nazionale -continuò- leggeva libri che mio padre gli prestava della sua biblioteca. Romanzi, pubblicazioni scientifiche, saggi filosofici. Un giorno chiese a mio padre una chitarra, era molto bravo a suonarla, aveva una voce splendida e impostata, da tenore di grazia. Quando cantava suscitava fra i presenti o i passanti, oltre le mura dell’ospedale, ammirazione e applausi.-
-Avrà studiato musica e canto, immagino. - Dissi di getto.
- Sì, infatti. - Ammise lei. - Cominciai a cercare sempre più spesso mio padre ma era solo una scusa per intrattenermi a parlare con lui, per scoprire la sua identità, per capire il suo mondo ed entrarci. Appena sentiva la mia voce, attaccava la splendida siciliana di Cavalleria Rusticana di Mascagni: “O Lola ch’hai di latti la cammisa, si bianca e russa cuomu la cirasa…” allora tanto in voga. Mi sentivo lusingata dalle sue attenzioni, da questo modo romantico e strano di richiamarmi a sé, dai suoi occhi socchiusi e febbricitanti che meglio di qualsiasi parola raccontavano quanto agitassi i suoi sogni la notte. Quando la sua voce vibrava nell’aria, la mia anima volava a rincorrerla perché quella romanza ormai era diventata la nostra. Seppi che era di Messina, aveva circa otto anni più di me e un giorno, non so come fu, mi trovai fra le sue braccia con le sue labbra incollate alle mie. Era un uomo dolce, accarezzavo il suo corpo guidata da un istinto materno che lo credeva mio.-
-Innamorata cotta. - Conclusi.
- Sì.- Mormorò con un lamento.
- Mio padre capì. Mia madre, sarà stata informata da lui, cominciò a non trattarmi più da adolescente ma da donna adulta. I suoi occhi mi sfuggivano per una complicità colpevole che non poteva o non voleva negare al marito. Un giorno, come il solito, andai a trovare con una scusa mio padre in ospedale ma la romanza non accompagnò più la mia voce. Cercai di chiedere a papà, fingendo vaghezza, notizie del ferito. Mio padre tacque e poi cambiò discorso. Piansi per un tempo dilatato dalla memoria. Rifiutai in seguito molti pretendenti che bussavano al mio cuore e alla mia porta. Il mio rapporto con i genitori diventò prima conflittuale poi triste, malinconico, quasi opaco. Speravo sempre in un suo ritorno per andare con lui, dentro la sua vita. Aspettavo questo momento felice, ascoltavo e riascoltavo infinite volte colle orecchie del cuore la romanza galeotta di Mascagni.
- Ma poi non venne. - Conclusi amaramente.
Lei sgranò due occhi severi come per rimproverarmi.
-Mio padre dopo molti anni si ammalò gravemente e fu in procinto di morire. Al suo capezzale, con un filo di voce mi disse: “Lo so che non mi perdonerai mai, che dentro di te mi hai accusato di averti rovinato la vita. Non è però come pensi tu”. Io lo guardavo con uno sguardo privo d’interesse, senza saper dire una parola. “Il ragazzo ferito di cui ti eri innamorata - continuò - era sposato e la moglie aspettava un bimbo quando lo ferirono. Per te io aprii la sua corrispondenza di nascosto e così seppi tutto e lo feci trasferire in un altro ospedale. Perdonami, se puoi. Non sempre le apparenze sono verità e non sempre la verità è suggerita dal cuore.” Abbracciai mio padre fra le lacrime e lui morì in pace ma questa rivelazione alla fine non produsse in me alcun effetto.-
- Perché?- Domandai con grande curiosità.
-La vita - rispose Lola- è fatta di momenti. Attimi rari nei quali ognuno è ciò che vuol essere e non ciò che realmente è. Io ero innamorata di quel ragazzo e anche lui in quel momento corrispondeva al mio amore. Eravamo parte di un sogno che escludeva il mondo perché era solo nostro. Mio padre mi amò alla maniera sua come anche il ragazzo fece. Due modi diversi d’amare che obbedivano a regole differenti della vita ma uguali nella loro sostanza. Rispondeva ai condizionamenti sociali il primo, al proprio egoismo il secondo. Io ho scelto, però, la libertà del sogno. E nel sogno il ragazzo è stato sempre davvero mio e lo sarà fino a quando vivrò.-
- Per questo hai deciso di chiamarti Lola? - Conclusi.
-Lola è la donna libera che ho deciso di essere, la donna che aspetta ancora il suo primo amore col pudore e la trepidazione di quella ragazzina anche quando sa che non verrà, perché non è importante nella vita possedere ma desiderare ed io desidero che il mio sogno non si avveri mai per poter sperare ancora che succeda e sempre. -
La guardai sorpreso.
-Chissà a quale Lola si sarà ispirato Mascagni mentre componeva quella splendida siciliana?- Si chiese quasi soprappensiero.
Mi strizzò l’occhio e mi strinse la mano inoculandomi il veleno di quel sospetto.
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