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Cabbanna dabbanna ma’ nora

S'annaca

Cabbanna dabbanna ma’ nora

È immobile, eppur si muove. Anzi, s’annaca.
Annacare è in siciliano il verbo principe della polisemia: non si può tradurre letteralmente. Impossibile. Il suo significato si adatta al contesto. Un camaleonte, appunto. Si annacano i bimbi in culla per la ninna nanna. Se l’annaca l’amico che perde tempo. Al tempo stesso si esorta sempre l’amico a non perdere tempo: annacati! Tesi e antitesi. Ordine e caos. Annacare è un verbo magico dalle apparenti contraddizioni, stemperato, però, negli immobili mutamenti del dialetto siciliano. Me l’annachi! Ovvero, mi fai un baffo. Potremmo continuare quasi all’infinito, è impossibile determinare i confini semantici di “annacare”.
Nell’immaginario erotico del maschio del sud, è bella da vedere la donna che si annaca. L’annacata della donna è un vezzo cucito sui fianchi, che sinuosi ondeggiano nell’atto della passeggiata. Monica Bellucci in Malena, non passeggiava a Ortigia, si annacava.
Ma anche i maschi si annacano. Che vi pare.
E in dialetto l’espressione dell’uomo che si annaca prende la piega di una sentenza, pronunciata, con saggezza, dalle donne contro il maschio, grazie a una figura retorica: chiddu fa cabbanna e dabbanna ma’ nora.
Questa volta il verbo annacare è taciuto, sottinteso. Ma c’è. Non si vede eppure si può toccare anche con mano: cabbanna e dabbanna, destra e sinistra, ondeggia, appunto, come i fianchi di quella scostumata di mia nuora quando passeggia. Anzi, s’annaca. Bellezza.

Vi consigliamo “L' arte di annacarsi”. Un viaggio in Sicilia, di Roberto Alajmo, editori Laterza. 


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