Cultura Racconto

La spocchia

Quello strano modo di portare in giro la Madonna

La spocchia

Gino era un cugino acquisito. Originario di Enna, si era da poco sposato con Gianna, la figlia di mio zio.
Un amore nato per caso, tra conoscenze dell’università. Lui un ingegnere affermato, lei commercialista.
Fu una festa grande quella delle nozze. Io già ero al corrente del loro rapporto, li avevo pizzicati più di una volta assieme, mano nella mano, in via Etnea e in Corso Sicilia, a Catania.
Gianna mi telefonò per invitarmi a cena, di ritorno dalla luna di miele.
Non avevo mai parlato col nuovo cugino, lo conoscevo solo di vista e un contrattempo mi aveva impedito di partecipare alla celebrazione del matrimonio.
Avevo un bel rapporto però con mia cugina. Eravamo cresciuti assieme e m’incuriosiva conoscere il tipo che era riuscito a espugnare la rocca del suo cuore.
Forse una sottile gelosia, quella che spesso si accende tra fratelli, pervadeva il mio animo e mi spingeva a cercare nel giovane marito difetti inesistenti, che io poi esageravo ad arte per convincermi della sua mediocrità.
Tuttavia Gino era perfetto. Un uomo attraente, di buona famiglia, dal futuro roseo.
Parlava un italiano cadenzato, un po’ diverso dal mio, con un marcato accento dialettale che non era catanese, nonostante la sua lunga frequentazione di Catania e dintorni.
Da ragazzo, la famiglia lo aveva fatto studiare presso un importante convitto di Acireale e poi all’Università.
Mi accolse con uno splendido sorriso che presupponeva una vecchia conoscenza.
Gianna era radiosa di felicità. Ci accomodammo in salotto, nell’attesa che fosse servita la cena. Mio zio fumava uno dei suoi sigari pestiferi, stravaccato sulla sua solita poltrona, perso nei suoi pensieri, immerso in una densa nuvola di fumo come un’antica divinità olimpica.
- Sei di Enna città? - Chiesi per dire qualcosa.
- No. - Rispose lui con premura. - I miei sono originari di Assoro, Papà ha insegnato sempre, per questo ci trasferimmo nel capoluogo.-
-Ah! - Esclamai io, fingendomi ammirato. - Cosa ha insegnato? -
- Lettere. - Precisò. - Ma io, invece, ho sempre mostrato un grande interesse per le materie scientifiche e la matematica. - Aggiunse.
- Eh sì! Capita sempre così. - Commentai. - Io sono un appassionato di letteratura e di poesia, di matematica non capisco un tubo.-
Sorrise. Gianna venne per sollecitarci a prendere posto a tavola. Ci accomodammo. Mi sistemarono di fronte allo sposo per poter agevolmente chiacchierare con lui tra una portata e l’altra.
- Io sono della provincia di Ragusa. - Dichiarai in tono banale.
- Sì, Gianna mi ha detto. Mi ha raccontato in questo tempo che siamo stati assieme tutto sulla vostra famiglia. La casa di Sampieri, il mare, la spiaggia. Donnalucata con il suo aspetto decadente e borghese, Marina di Ragusa così tanto animata di movida…-
- Vedo che sei ben informato… - Osservai.
- In estate mio papà affittava una casa a Donnalucata… per molte estati l’ha fatto. Ma io adoravo Pisciotto e, appena potevo, scappavo là. -
- Purtroppo non posso dire altrettanto di Enna io…- Mi scusai. -La nostra Sicilia è molto diversa, come hai potuto constatare. Sarà stato il boom degli anni Sessanta dovuto alle serre, la verità è che da noi il progresso e la modernità sono arrivati presto, molto prima che nel centro dell’isola. Per me Enna è il simbolo di una Sicilia lontana, senza riscatto, arretrata culturalmente e socialmente. In un documentario dell’altro ieri, proiettato sul canale tre della RAI, mostravano che da quelle parti il latte lo mungono, caldo caldo, come un tempo, dalle caprette che visitano la mattina le case… pastorizia come ultima risorsa. -
Gino mi guardò e non rispose. Gianna s’intromise e dirottò il discorso su altri temi.
Capivo di essere stato villano, era più forte di me.
Prima di accomiatarmi, volli comunque farmi perdonare lo scivolone sulla pastorizia.
- L’estate è quasi alle porte - proposi - non sarebbe bello ritrovarci a Donnalucata e magari fare un tuffo a Pisciotto?-
Gino s’illuminò. Gianna fu entusiasta del mio invito.
- Magari aspettiamo che passi Ferragosto - Osservò lei. - Evitiamo così il grande affollamento in spiaggia, anche se la spiaggia di Pisciotto è così grande da poter reggere agli assalti di qualsiasi affluenza.-
-Perfetto! - Esclamai. - Ci conto. Vi aspetto!-
Dopo Ferragosto squillò il telefono. Era Gianna che mi preannunciava l’arrivo.
Feci grandi preparativi. Prenotai ristorante, albergo, organizzai al minuto la visita.
Gino era molto affabile come sempre. Gli invidiavo una calma serafica e un sorriso discreto che lo rendeva anche mio malgrado terribilmente simpatico.
Il giorno dopo l’arrivo li sorpresi felicemente con una visita alla città. Scicli offriva tanto al visitatore. Le sue chiese monumentali, i palazzi barocchi, le piazze sempre tanto colorate e animate di gente e di turisti.
Partimmo la domenica mattina da Donnalucata. Un orario comodo per un’escursione rilassante. Imboccai intorno alle nove via Bixio per arrivare nel cuore del centro storico con la mia automobile. Subito una grossa fila di macchine mi obbligò a fermarmi e a ripartire a piccoli tratti.
- Il solito traffico caotico! - Esclamai, fingendomi spazientito. - Troppe macchine da noi, meglio dalle parti vostre…-
Ero scivolato di nuovo sulla Sicilia arretrata.
La fila riprese lentamente la marcia. Quando si giunse con la macchina alla confluenza con Corso Garibaldi, ci trovammo improvvisamente circondati da centinaia di capre e di pecore - un gregge così numeroso mai lo avevo visto in città! - e non riuscivo a capire perché diavolo si trovasse là e a quell’ora. Era stato quello il motivo della coda.
Mia cugina non fiatò. Sudavo per la vergogna. Mentii, dicendo che già l’afa si faceva sentire nonostante l’aria condizionata della vettura. Gino sorrideva. Gustammo un’ottima granita alla fine della visita. Salimmo in macchina e ci dirigemmo verso Sampieri.
Di colpo sulla litoranea, dopo una curva, apparve come un miraggio un camioncino con qualcosa sopra. Era parcheggiato ai bordi della strada, vi era caricata una statua della Madonna. Uno strepito di canti mariani sparati a tutto volume da un altoparlante disturbava la magia selvaggia di un paesaggio immobile e deserto reso ancora più surreale dalla calura.
- Che processione è questa senza neppur un’anima? - Gino si domandò titubante, come per convincersi di aver visto bene. - Che strano modo di portare in giro la Madonna e i santi… - Aggiunse poi come sovrappensiero.
Balbettai qualcosa. Mia cugina mi venne ancora in soccorso, togliendomi dall’imbarazzo.
La visita terminò. I mei ospiti partirono. Abbracci, ringraziamenti. Ero frastornato.
Ci sentimmo più volte per telefono nelle settimane seguenti, ricordando il mare, il sole, le granite e la buona tavola.
Un giorno ritrovai nella cassetta della posta un plico. Lo aprii con grande curiosità e interesse. Mio cugino mi aveva inviato copia di tutte le foto scattate durante la vacanza in mia compagnia. Molto belle. Le guardai a una a una. Le ultime erano strane. Le osservai meglio. Una lo ritraeva davanti a uno scaffale di un supermercato con tanti cartoni di latte e l’altra riprendeva la Madonna sul furgone, abbandonata ai bordi della litoranea. In una terza una lunga processione d’incappucciati: portavano sulle loro spalle l’urna col Cristo morto.
Non capivo. Voltai le foto. Gino si era vendicato della mia stupida spocchia. Sul dorso, nella foto del supermercato, aveva scritto: anche noi, a Enna, il latte lo beviamo dal brick; e nella foto dei “Misteri della Settimana Santa” aveva precisato: a Enna le processioni le facciamo così.
Sarei sprofondato volentieri sotto terra, se solo avessi potuto farlo!

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