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Covid, nuovo record mondiale di contagi: perché riguarda anche noi

La sanità è la prima “patologia pregressa”

La sanità è la prima “patologia pregressa”

 Con 338.779 nuovi casi nel mondo in 24 ore, e 5.514 nuovi decessi, il Coronavirus ha segnato giovedì un nuovo record di contagi quotidiani: si è trattato del livello più alto mai registrato a livello globale dall'inizio della pandemia. Il precedente primato giornaliero, riportato dall'Organizzazione mondiale della Sanità, era stato registrato il 2 ottobre scorso con 330.340 infezioni. In Italia al momento la situazione continua ad essere più contenuta che altrove, ma il virus è alle porte: nella confinante Francia i nuovi casi ieri sono stati oltre 18mila. In un mondo sempre più interconnesso, in cui decine di milioni di persone si spostano ogni giorno su treni e aerei, è una pia illusione che ciò che accade oltre i nostri confini prima o poi non si ripercuota  anche da noi, in assenza di un nuovo lockdown nazionale. 

I 4.458 nuovi contagi registrati ieri, senza più una sola regione Covid-free, ci hanno ricatapultato in un attimo ai numeri di aprile. E’ vero che allora i decessi erano centinaia al giorno (il 4 aprile, ad esempio, furono ben 681) e oggi sono poche decine, ma è anche vero che la bella stagione è appena finita. L’arrivo dell’inverno, aumentando fisiologicamente raffreddori e influenze, potrebbe tornare a innescare negli organismi più deboli quelle famose condizioni critiche pregresse  che, insieme al Covid, sono risultate fatali finora a oltre 36mila nostri connazionali. E infatti i ricoveri stanno aumentando. Ciò che doveva salvarci, in attesa di un vaccino, era l’auspicabile miglioramento della macchina sanitaria pubblica e privata che, rodata dalla prima ondata di ricoveri, avrebbe dovuto farsi trovare pronta a fronteggiare una nuova annunciata emergenza. 

Il servizio sanitario e le strutture private, gestite da medici e scienziati, hanno avuto tutta la pausa estiva per prepararsi. Invece hanno perso tempo, dismettendo i reparti covid con la stessa fretta e furia con cui li avevano allestiti solo qualche mese fa. Ciò che preoccupa  e stupisce è che, a fronte dell’aumento dei pazienti ricoverati con sintomi (3.625) e in terapia intensiva (319), molti ospedali siano di nuovo già in crisi. Questo significa che non si è provveduto a rinforzare la trincea nel periodo di calma apparente compreso tra giugno e settembre, né si è provveduto – come promesso dal ministro della Salute, Roberto Speranza - ad assumere medici e infermieri e ad acquistare nuovi strumenti e dotazioni. Per mancanza di risorse, che infatti siamo andati a chiedere in Europa; ma anche per l’eccessivo ottimismo seguito alla riapertura delle attività e della libera circolazione. Il rischio è dunque che,  come a inizio anno, anche stavolta sarà la disorganizzazione del nostro sistema sanitario a contribuire al numero di decessi. La sanità pubblica allo sbando resta tra  le principali “patologie pregresse” corresponsabili della strage. 


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