Attualità L'ultimo Decreto

Conte chiude i locali, ma aprirà il portafoglio?

La stretta scontenta-tutti c’è stata, per frenare il malcontento ora lo Stato deve tirare fuori i soldi

Conte chiude i locali, ma aprirà il portafoglio?

 I più penalizzati dal Decreto della domenica non sono i ristoratori ma i gestori di teatri, cinema, palestre, piscine, pub, sale gioco e nightclub. Una bella fetta di Pil considerato tutto l’indotto che impiega. O meglio, da oggi, impiegava: fornitori, distributori, uffici amministrativi, imprese di pulizia, taxi. Cessano attività e consumi. Almeno i ristoranti potranno restare aperti fino alle 18, pur con un armamentario di accorgimenti, e tirare avanti con le consegne a domicilio fino a mezzanotte. Per tutti gli altri esercizi, inclusi i bar, cambia meno abbassare la saracinesca un’ora prima. Per alimentari, farmacie e trasporto locale poi non cambia nulla. Come sei mesi fa.

E come allora, però, dovranno tornare anche gli indennizzi compensativi dell’Inps. E stavolta più rapidi e cospicui dei  600 euro mensili erogati da marzo a maggio, che molti aspettano ancora. Va estesa la platea dei beneficiari e i requisiti di accesso dei lavoratori dipendenti e autonomi, schiacciati da quella che tutti gli economisti considerano la più grave crisi dal Dopoguerra. Perché di guerra tratta il bollettino giornaliero dei caduti al fronte col Coronavirus. Chi non ha perso la vita, ha perso il lavoro. L’esecutivo si trova a rimediare di corsa, freneticamente, all’esplosione della rabbia sociale - sconosciuta nella prima fase - e al ritorno violento di un’epidemia su cui quest’estate eravamo stati tutti avvertiti, da medici additati allora come uccelli del malaugurio. E la fretta è quasi sempre cattiva consigliera. 

L’indolenza dei cittadini è lo specchio dell’ignavia di chi li governa, spaventato come noi adesso, davanti all’incedere di un mostro di cui non ha ancora compreso le dimensioni, nutrito e rafforzato dalla pigrizia e dalla trascuratezza, nostra e di chi abbiamo investito della facoltà di decidere per noi, nei momenti di allarme ed emergenza internazionale. Le proteste stanno raccogliendo in strada differenti categorie di lavoratori, spaventate da un futuro di incognite, che non sanno se e quanto percepiranno nei prossimi mesi, unite non tanto dalla contrarietà alle ultime limitazioni quanto dalla sfiducia verso l’aiuto che le istituzioni forniranno, a breve termine, al sostentamento delle famiglie che devono mantenere. Risorse finanziarie che non si potranno neanche anticipare sperando di ripescarle, l'anno prossimo, dai primi assegni del recovery fund, destinato ad altro. Allo sviluppo tecnologico.

Delle conseguenze sanitarie ed economiche giudicherà la cronaca tra qualche settimana, ammesso e non concesso che da qui al 24 novembre - quando scadrà quest’ultimo Dpcm - non ne subentri già un altro. Ma, posto che col senno del poi son buoni tutti a fare le scelte giuste al momento giusto, la domanda politica è: Salvini e Meloni avrebbero davvero saputo fare meglio? Certo in questo momento godono del beneficio del dubbio, come ogni panchinaro che non contribuendo alla disfatta può lavarsene le mani. Ma all’estero - in paesi presi spesso a modello come Germania, Francia e Gran Bretagna - sono messi tanto meglio? Mezza Europa sta spegnendo le luci, aggiungendo ogni giorno una zona rossa, una limitazione in più sul suo territorio. Sono tutti governi formati da inetti?


© Riproduzione riservata
https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1605517077-3-bapr-arca.gif