Attualità Ragusa

La Feccia, un libro di Luca Farruggio

La prefazione di Andrea Parasiliti

La Feccia, un libro di Luca Farruggio

Ragusa - È uscito il nuovo libro del poeta-filosofo Luca Farruggio, “LA FECCIA” (editore Nulla Die). Si tratta di una raccolta delle sue – ironicamente – peggiori poesie pubblicate dal 2006 ad oggi. Riportiamo interamente la prefazione dello scrittore futurista Andrea G. G. Parasiliti.

Un tappeto di ortiche
Mi sono sempre chiesto il motivo per il quale i nostri antenati latini dicessero “dulcis in fundo”. Se dal punto di vista delle prescrizioni alimentari il detto torna - al netto degli strabilianti impasti della cucina gourmet (giusto qualche mese fa ho avuto il privilegio di essere ospite dello chef Claudio Ruta che oltre a definirsi “cuoco” - e subito gli fa eco Totò: “Cuoco, che bella parola: cuoco...” - mi ha servito dei Gamberi rossi di Mazzara in granita vulcanica), nella realtà delle cose la fine della corsa è spesso il momento della scoppola, della resa dei conti, dell’assegno di mantenimento, dell’accendere la luce e di rialzarsi le mutande. In altre parole, è dolce l’inizio. Sarebbe, pertanto, più coerente parlare di “in cauda venenum”.
Il lettore più smaliziato chiederà a questo punto la parola per tenere la propria lectio magistralis latinorum obiettando che i latini pensassero piuttosto a un artificio retorico, a una sottesa ironia, rievocando lo spirito di un centurione romano a scelta nell’atto di mulinare il braccio al verso di “vedrai che bel dolce [disgustoso] ti aspetta a fine pasto!”.
Il punto è proprio questo: possiamo essere sicuri, oltre ogni ragionevole dubbio, che il veleno della coda o l’ultimo piatto indigesto non siano, invece, piuttosto desiderabili?
Ormai molti anni fa, il maestro Sufi Gabriele Mandel Khan raccontò la storiella di un padre contento del fatto che il figlio fosse stato gravemente ferito a un piede in battaglia e che, pertanto, il giovane, successivamente, era stato esonerato dall’incarico, ottenendo così salva la vita. Un giorno, il padre si ritrovò a parlare dell’avvenuto a un saggio ottenendo questa risposta “non è detto che questo sia accaduto per il suo bene o per il suo male”. Il saggio, infatti, sosteneva che sarebbe potuto anche succedere che, a causa della menomazione subita, il giovane adesso non sarebbe stato più in grado di lavorare e, a quel punto, avrebbe potuto dedicarsi ad attività illecite agli occhi di Dio e degli uomini guadagnandosi così la dannazione dell’Uno e degli altri, mentre se l’incidente non fosse mai avvenuto avrebbe magari potuto distinguersi in battaglia oppure trovare una morte santa e dignitosa, assicurando riposo alla propria anima e contestualmente godere, presso gli uomini, di fama di eroe. “E viceversa, all’infinito”, conclude lo Shayk Mandel.

Mi sembra che questo sia il caso di molti scritti di Luca Farruggio, amico poeta e filosofo d’Oriente, mistico del monte Athos e pessimista gaudentemente sgalambriano. Adesso, con un guizzo di follia autosabotante, Farruggio sceglie le poesie, ai propri occhi, peggiori da lui stesso prodotte e pubblicate dal 2006 a oggi e le raccoglie in questo volume dal titolo programmatico: “La feccia”.
Ma è proprio per questi capovolgimenti e interrogativi perpetui del linguaggio, dell’esistere e della ricerca spirituale, sui quali mi sono attardato, che mi chiedo, come nel caso dei veleni e delle indigestioni, cosa intendere per “feccia”. Bene, la feccia, residuo della botte impasto evacuazione intestinale come da definizione etimologica, ha, sorprendentemente, nel caso di Farruggio il sapore dolce-amaro del reale e della ricerca trascendentale, di una verità corpuscolare allergizzante, del “rimpianto di non aver potato i rami del nulla”, da godere, come sembra giustamente consigliare il poeta all’interno del suo omonimo volume, “sopra un tappeto di ortiche”.
Tappeto è parola magica nella poesia e nella fiaba. Il lettore più accorto cercherà indicazioni ne “Il flauto e il tappeto” di colei che a me sembra essere la più grande scrittrice del ‘900, e stiamo parlando, ovviamente, di Cristina Campo. Mentre noi, invece, ci addormentiamo in questo autunno di pandemia e di peste, con la consapevolezza che “Siamo poca cosa, / forse niente, / tuttavia in cielo si combatte per noi...”. Nella speranza di svegliarci domani al primo sole d’aprile, quando “andremo a cogliere / i frutti della salvezza / e i fiori della Gloria / che deve venire”.


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