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Green pass: tra privacy, disparità e coercizione

Le sentenze del Consiglio di Stato su dati sensibili, discriminazione e obbligo vaccinale

Le sentenze del Consiglio di Stato su dati sensibili, discriminazione e obbligo vaccinale

 Ragusa - Hanno ancora tre settimane di tempo i quasi 800mila lavoratori pubblici e privati siciliani, ritardatari del green pass, per mettersi in regola in qualche modo col certificato - vaccinazione, tampone, guarigione, esenzione - e poter quindi entrare in fabbrica o in ufficio da venerdì 15 ottobre, pena l’assenza ingiustificata. In pratica, un isolano su quattro in età da lavoro. Il pass indubbiamente rivela a chi lo si esibisce un dato sanitario personale, ovvero se si è vaccinati o meno, ma questa informazione non viene memorizzata in un database ed è cancellata al momento: dunque non esiste alcun “trattamento” dei propri dati, che non rischiano di diventare pubblici. Questa, in estrema sintesi, la motivazione con cui il Consiglio di Stato solleva il dispositivo del governo dalle accuse di violare la privacy dei cittadini.

L'occasione per ribadire il concetto, è arrivata da un analogo ricorso contro la Presidenza del Consiglio e lo stesso Garante, riguardo la legittimità della normativa. Confermando venerdì scorso le precedenti pronunce dei Tar, i giudici di palazzo Spada - massimo organo della giustizia amministrativa – mettono nero su bianco che anche loro non ravvisano, nell’estensione del green pass a ogni attività e servizio, un pregiudizio grave della propria privacy perché «l’attuale sistema di verifica non sembra rendere conoscibile a terzi». Il fatto, ad esempio, che al controllo possa emergere la distinzione tra vaccinati e “tamponati” non costituisce una lesione del «diritto alla riservatezza sanitaria»: «Il rischio di compromissione - scrivono le toghe - appare rivestire carattere meramente potenziale». Dunque nessuna discriminazione o disparità di trattamento sono irrilevanti se non proprio insussistenti. Ma c’è di più.

Sulla presunta «coercizione» derivante dal doversi comunque almeno tamponare ogni due giorni - non solo per lavorare ma anche per usufruire di spazi e luoghi - il Consiglio ha ugualmente respinto l'istanza, perché anche l'eventuale "danno" subìto dall'obbligo «non può ritenersi grave e irreparabile». Le possibilità per continuare volontariamente a non vaccinarsi sono poche ma ci sono e fino a metà ottobre il danno da sottoporre all'attenzione della magistratura sarà ancora solo ipotetico, non individuabile e quantificabile in un episodio concreto e specifico. La sentenza è ancora cautelare e sommaria, il giudizio proseguirà in fase di merito: sul green pass non è stata ancora messa la parola fine.


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