Un organo impossibile da far suonare
di Francesco Pellegrino
Scicli – Il 14 gennaio 1631 si concludeva finalmente una lunga e penosa controversia che vide contrapposti, da una parte, Don Giuseppe Miccichè e la confraternita di San Bartolomeo di Scicli e, dall’altra, il maestro organaro messinese Pier Paolo Romano.
Il motivo del contendere era un organo commissionato al Romano dal Miccichè e dai confrati che, una volta consegnato, risultava impossibile da accordare o far suonare.
Consapevole della pessima riuscita dello strumento, l’artigiano si fingeva sordo alle suppliche dei committenti.
Il Miccichè, profondamente amareggiato, inviò a più riprese “cavalcature”, vetturini cioè, a Messina – dove il Romano risiedeva e operava – con l’incarico preciso di condurlo a Scicli per montare e collaudare lo strumento.
Tuttavia, il Romano rifiutò ogni sollecito, nonostante Il contratto stipulato presso il Notaio Placido Celi di Messina prevedesse esplicitamente non solo la costruzione, ma anche la messa in opera in situ e la consegna dell’organo perfettamente accordato e funzionante.
Forse per timore di una denuncia per inadempienza, l’organaro convinse infine un collega di sua fiducia e comprovata competenza, Matteo Pisci, a rabberciare la sfortunata opera.
Il Pisci accettò l’incarico con atto pubblico firmato presso il notaio Giaquinta di Messina il 26 novembre 1630 e giunse a fine anno in una Scicli ormai esasperata, destando aspettative e alimentando speranze che, in effetti, non furono deluse. Esaminando lo strumento smontato, egli confermò immediatamente le carenze del lavoro del Romano.
Davanti a un notaio, il Pisci enumerò con meticolosità artigianale i componenti mancanti e quelli da sostituire perché difettosi o superflui. L’atto mirava a tutelare la Confraternita e Don Giuseppe Miccichè – che aveva fortemente voluto l’opera – in vista di un’eventuale azione di rivalsa contro il Romano. A tale documento seguì un nuovo contratto tra i committenti e il Pisci, che fissava un compenso di 22 onze, da cui detrarne 8 per il recupero del piombo dei pezzi sostituiti. Le spese di incasso delle parti dello strumento furono poste a carico della Chiesa, mentre il Miccichè si assunse l’onere delle spese di viaggio del maestro per le fasi finali di prova.
Il termine per la consegna fu fissato al giugno successivo, con la clausola che lo strumento dovesse finalmente “talentar à detto Di Miccichè”.
Purtroppo, il povero Don Giuseppe non poté mai udire il suono del suo organo: la salute declinò rapidamente, portandolo a dettare un ultimo testamento il 14 aprile 1631 sotto forma di Codicillo.
Il 13 maggio seguente Don Giuseppe Sammartino, cappellano, ne celebrava le esequie nella Chiesa di San Bartolomeo.
Oggi restano le sue opere, encomiabili per la città di Scicli e per l’intera Contea di Modica di cui Scicli era parte integrante.
Restano questi atti notarili, recentemente rinvenuti, a testimoniare il suo impegno per la nostra comunità e per la chiesa che ne accoglie le spoglie mortali. Documenti preziosi che rinfrescano una memoria storica troppo spesso dimenticata.
Segue la trascrizione dei documenti.
CREDITI
Archivio Generale di Simancas
Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica
Achivio Storico Nazionale dei Protocolli della Comunità di Madrid
Un Uomo libero, Giuseppe Miccichè di Scicli e la morte, www.ragusanews.com
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