Ritorna la coltivazione del cotone in Sicilia
di Redazione
Catania – La Sicilia fino agli anni Settanta era il più grande produttore di cotone in Europa: c’erano circa 130mila ettari in tutta l’isola. Gela e Catania erano le piane dell’oro bianco. L’industria è sparita nel tempo per la mancanza di manodopera che si è spostata nelle raffinerie e anche perché i clienti maggiori erano gli americani i quali però hanno iniziato a comprare i semi e a coltivarlo nelle loro terre. Quando è stato necessario acquisire nuovi macchinari per evitare la raccolta a mano, e avviare un’industrializzazione, la Sicilia non ce l’ha fatta a seguire questa strada e la cultura si è persa.
«Ci siamo resi conto che sul mercato non c’è nessuno che fa una coltivazione e produzione del cotone in Italia. I capi che indossiamo, considerati Made in Italy, hanno il cotone che viene da altri Paesi, ci sembra paradossale e abbiamo intenzione di crearlo noi», dice Riccardo Cammalleri Vice presidente Ics Group, conglomerato attivo nei settori dell’energia, dell’agricoltura, dei biocarburanti e del real estate di cui fa parte anche il brand Sofine. «Come azienda energetica puntiamo a introdurre all’interno dei nostri impianti agrivoltaici pratiche di autoconsumo e di riduzione dell’impatto ambientale, dalla semina alla raccolta alla ginnatura, attraverso l’utilizzo di macchinari alimentati prevalentemente dall’energia elettrica rinnovabile che produciamo».
«Negli ultimi quattro anni abbiamo messo a dimora quattromila ettari di terreno dove stiamo sviluppando questi impianti e volevamo individuare una coltura che fosse adatta e il cotone lo è», continua Cammalleri, «abbiamo deliberato un piano di investimento che porterà a avere una coltivazione di mille ettari nel territorio siciliano entro il 2027 e migliorare i processi di coltivazione, raccolta e ginnatura del cotone. Nel nostro caso è il fotovoltaico che si adatta alla nostra agricoltura e non viceversa come solitamente avviene. Abbiamo modificato gli impianti che normalmente hanno un’altezza dei pannelli di un metro e mezzo portandoli a tre per consentire alla pianta del cotone, che si estende fino massimo a un metro e cinquanta, di crescere senza problemi. Inoltre, per alcuni terreni la prima raccolta del cotone avviene a mano per non stressare la fibra».
Normalmente lo standard di questa fibra è di 28 millimetri ma l’azienda si è specializzata in una più lunga, di 37 millimetri, e morbida per le aziende del lusso. «La pianta del cotone ha un fitone molto profondo, di un metro e mezzo alcune volte anche due, quindi l’acqua per vivere se la cerca sotto terra, quella che noi diamo con delle manichette a goccia in modo sostenibile per risparmiare i consumi dell’acqua serve per sostenere i capillari attorno all’apparato radicale per far si che la pianta sia sempre in vegetazione. Più ne fa e più fiorisce perché è un arbusto floreale. Quando siamo soddisfatti e riteniamo sia arrivato il momento di passare alla produzione, dopo circa sei mesi, leviamo l’acqua e la pianta va sotto stress idrico e incomincia a seccare. Il campo è tutto bianco ed è pronto per essere raccolto», spiega Manlio Carta Chief Operating Officer di Sofine. «Abbiamo una trebbia aspirante e otteniamo il cotone frutto che ha ancora il seme all’interno quindi è necessario un ulteriore step, la ginnatura. Abbiamo un impianto di ginnatura che fa 5mila chilogrammi di cotone al giorno. Dopo la separazione otteniamo il cotone fibra che va nell’industria tessile filato e tessuto e otteniamo i semi dai quali noi estraiamo l’olio che trasformiamo in biodiesel. La nostra ambizione è di dare un prodotto di qualità così che il consumatore quando leggerà nell’etichetta cotone Sofine riconoscerà che è stato fatto in Sicilia».
Il loro cotone viene coltivato nei campi di Delia, Menfi e Catania ma hanno preso accordi anche con le autorità competenti a Palermo e Cefalù per poter raccogliere a mano il fiore del Kapok: l’albero importato dagli arabi all’epoca della loro dominazione, dal quale si produce un cotone molto pregiato e più resistente. «A noi interessa creare un prodotto italiano di qualità e fornire il cotone Made in Italy ai grossi brand di moda, ma abbiamo interlocuzioni anche nel settore dell’arredamento degli yacht di lusso e anche nell’arredamento di ville di lusso», conclude Cammalleri. «La sfida è sviluppare un’azienda etica che racconti il “bello che genera la terra».
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