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Ragusa – Quattro. Ovvero scarso. È il voto che spetta alla provincia di Ragusa secondo l’ultima indagine realizzata da Legambiente attraverso il monitoraggio sulle attività delle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico.
C’è la presenza di industrie e quartieri in aree a rischio (circa il 42%), c’è qualche vincolo di edificazione, e ci sarebbe anche un Piano d’emergenza provinciale con relative esercitazioni.
Scarse invece la manutenzione ordinaria degli alvei e le opere di difesa idraulica, addirittura inesistente la delocalizzazione di case o fabbriche da aree a rischio, così come i sistemi di monitoraggio, allerta della popolazione e le attività di informazione e sensibilizzazione.
Assenti anche i Piani comunali. Non solo: i Comuni sono in ritardo con la pianificazione dei progetti, visto che solo negli ultimi anni le amministrazioni locali hanno cominciato ad elaborare interventi per risanare e consolidare alcune aree a rischio. Piani che, secondo legge, bisognerebbe consegnare entro il dicembre 2009.
“Una scadenza in realtà già passata, ma formalmente prorogata nella speranza di poter avere per quella data qualche carta in mano”, precisa l’ingegnere Chiarina Corallo, responsabile del dipartimento di Ragusa della protezione civile regionale. Eppure già da ora i Comuni hanno annunciato di avere una struttura operativa. O meglio. La Provincia è da tempo impegnata nella realizzazione del Piano provinciale di protezione civile e i primi risultati sono stati ottenuti con lo sviluppo del Piano d’emergenza per quanto riguarda il rischio incendi di interfaccia.
Piano che dovrebbe per così dire “incrociarsi” con il Pai (Piano d’assetto idrogeologico) ancora in via di definizione. Il piano comunale di emergenza predisposto dal sindaco, l’autorità di protezione civile più vicina al cittadino, dovrebbe contenere una descrizione dettagliata dei rischi presenti sul territorio e delle misure con le quali fronteggiare l’emergenza, spiegando cosa fare prima, durante e dopo l’evento.
“Un evento – spiega Ignazio Fiorilla, responsabile del servizio di protezione civile per il comune di Scicli, – che non è un fenomeno ipotizzato, ma è già accaduto. Basti pensare all’alluvione del 1902 o del 1931 o al più recente evento dell’ottobre 2005, quando a Comiso un uomo venne travolto dalla piena del torrente Cucca, che ha il suo letto naturale lungo la via Papa Giovanni XXIII e che sfocia nel fiume Ippari”.
Ma cosa s’intende per rischio idrogeologico?
“In termini analitici il rischio è un termine composto da pericolosità, vulnerabilità ed esposizione. La pericolosità esprime la probabilità che in una zona si verifichi un evento dannoso di una determinata intensità entro un determinato periodo di tempo; la vulnerabilità indica l’attitudine di un determinata “componente ambientale” (popolazione umana, edifici, servizi, infrastrutture) a sopportare gli effetti in funzione dell’intensità dell’evento; l’esposizione invece indica l’elemento che deve sopportare l’evento e può essere espresso o dal numero di presenze umane o dal valore delle risorse naturali ed economiche presenti, esposte ad un determinato pericolo. In altre parole il rischio è il prodotto della probabilità di accadimento di un evento per le dimensioni del danno atteso”.
Se i principali fenomeni di rischio sono costituiti da frane, alluvioni, possibilità di crollo di dighe, mareggiate, erosioni costiere, quanto si può prevedere o prevenire in merito?
“Sicuramente abbastanza. Un significativo passo in avanti è stato compiuto nel 2004 con l’emanazione di una direttiva che prevede l’istituzione di un sistema di allertamento integrato nazionale, statale e regionale, basato sull’attività di appositi centri, denominati Centri funzionali, che hanno il compito di raccogliere, elaborare ed integrare dati meteorologici, idrologici, geologici e geomorfologici al fine di fornire supporto alle attività ed alle decisioni di protezione civile. In altre parole il sindaco, che ne risponde anche penalmente, e che da un anno a questa parte è anche allertato quotidianamente tramite sms, deve dotarsi di tutti gli strumenti di prevenzione che la legge prevede: fare una radiografia del territorio, presentare la criticità delle aree e capire quali zone possono creare un serio pericolo”.
Cosa che però non è stata fatta.
“No, purtroppo nessun comune ha ancora un Piano d’emergenza ma alcuni stanno lavorando in merito. Per esempio il comune di Scicli ha eseguito i lavori di consolidamento del colle San Matteo e a breve presenterà il Piano di protezione civile del rischio idrogeologico da sottoporre agli organi competenti. Scicli è stata infatti già interessata dall’evento e ha portato avanti dei progetti di consolidamento e di manutenzione con la frantumazione di massi instabili e l’utilizzo di reti paramassi nei versanti collinari a ridosso del centro abitato che, per intenderci, erano stati classificati come R4, cioè a rischio molto elevato. Adesso è sotto attenzione la collina Imbastita che, in caso di evento, potrebbe essere molto rischiosa per la città”.
E questo ovviamente in caso di frane. Ma se in provincia cadessero 250 mm di acqua in tre ore come nel messinese a quali conseguenze si andrebbe incontro?
“E’ difficile dare una valutazione precisa. Sicuramente i rischi maggiori sono nei piani e a valle del bacino imbrifero. Andrebbero immediatamente attenzionati tutti quei ruscellamenti superficiali, dai maggiori fiumi, come l’Irminio, l’Ippari e l’Acate ai tre torrenti Cucca, Petraro e Porcaro. In questo caso si attiverebbero, attraverso una serie di fasi in crescendo ed un primo report, i presidi operativi e nello specifico il centro operativo comunale, un organismo che dispone in breve tempo di tutte le varie funzioni necessarie, dai mezzi e le attrezzature da utilizzare al reclutamento dei volontari, alle funzioni di assistenza alla popolazione”.
Ma il Coc ha tutto quello che occorre?
“Ci sono diverse migliorie da fare, ma in buona sostanza, con una sinergia tra gli Enti, disponiamo di mezzi a sufficienza per poter arginare il rischio”. Prima dell’evento rischioso però c’è la prevenzione, che si può e si deve fare, come ripete all’infinito l’ingegnere Chiarina Corallo.
“Bisogna rimuovere quelle situazioni che potrebbero contribuire ad aggravare possibili fenomeni alluvionali e di esondazione, quali la mancata pulizia degli alvei e degli argini di fiumi e torrenti nonché dei canali di deflusso delle acque o dei corsi d’acqua intubati. Perché senza un’accurata manutenzione, anche con eventi di criticità ordinaria, possiamo subire dei pericoli. Poi sarebbe necessario anche valutare la possibilità di imporre un vincolo idrogeologico per le aree che hanno già fatto registrare un potenziale dissesto. Stiamo cercando di rafforzare il sistema di relazione con i Comuni per avere un quadro aggiornato nel seguire un programma di interventi strutturali e non strutturali a breve, medio e lungo termine e conoscere quindi, alla luce della storia del territorio, i punti critici.
A dire il vero l’operazione più ampia sarebbe quella di andare a verificare i Piani regolatori perché attraverso una corretta pianificazione territoriale delle aree edificabili il lavoro di messa in sicurezza sarebbe certamente molto velocizzato e soprattutto ci sarebbe una maggior prevenzione. Le strutture operative esistono ma sono ancora fragili, per questo cerchiamo di spronare quanto più possibile – ora anche attraverso gli sms – i sindaci nel loro ruolo di competenza”.
Di risposta però c’è sempre la stessa denuncia, mancano le risorse.
“Credo che prima di mettere le mani avanti occorrerebbe quantificare e capire a quanto ammonti veramente la richiesta di risorse – precisa la dirigente – e sono pure sicura che, tirate le somme, non sia una cifra così onerosa da non poter essere recuperata nelle pieghe di un bilancio. Davanti alla sicurezza di una popolazione non si può raccontare che non ci sono i soldi, c’è una responsabilità morale non indifferente. E poi c’è un altro grave problema. Nessuno sa come comportarsi in caso di calamità. Quartiere dopo quartiere i cittadini dovrebbero essere informati sui rischi e sui siti critici che spesso sono quotidianamente attraversati: basti pensare ai tre torrenti di Comiso che sono delle vere e proprie strade, o alle intersezione di corsi d’acqua ad Acate, tra le statale 115 e la provinciale o ancora alle zone serricole di Vittoria. Il vero problema allora è la mancanza di una cultura della gestione dell’emergenza”.
SCENARIO RISCHIO
Esercitazioni, studi territoriali e ipotetici scenari. Ignazio Fiorilla srotola sul tavolo una serie di mappe. Poi racconta della sua recente osservazione della diga di S. Rosalia, nella sua veste di specialista in tema di rischio idrogeologico nonché di disaster manager formato sotto l’egida del dipartimento nazionale di protezione civile.
“Abbiamo ipotizzato una serie di scenari che potrebbero verificarsi in seguito a degli eventi simili a quelli accaduti a Messina. Da una parte, attraverso le valvole di sfioro e di sfondo, il rischio diventa controllabile perché ad un certo punto, quando la capacità dell’invaso aumenta e si rischia la tracimazione e la conseguente esondazione a valle dell’invaso, è possibile aprire le valvole per fare defluire le acque dall’invaso ed immetterle nell’asta fluviale in modo controllato. Può diventare un problema quando la mole di acqua raccolta nel bacino supera la soglia critica per cui necessità sversare l’acqua in eccesso in tempi e modi che devono essere previsti nel Piano di Emergenza. Tale Piano allo stato attuale è in corso di perfezionamento da parte dell’Ufficio Territoriale di Governo – Prefettura di Ragusa. La diga non è costruita tutta in cemento armato, ma è in muratura.
Solo la parte esterna che blocca l’invaso è in cemento armato. Se dovesse crearsi una feritoia il rischio diventerebbe molto elevato. L’acqua raggiungerebbe alte quote di livello che spazzerebbero via tutte le strutture e le abitazioni lungo gli argini del fiume Irminio, al di sotto delle soglie critiche già individuate, trascinando fango e detriti fino a valle. E non solo. Il rischio di esondazioni coinvolgerebbe tutta una serie di strutture e/o abitazioni costruite anche nei pressi della foce del fiume Irminio. Le abitazioni in questione non potrebbero comunque salvarsi.
“Direi di no. Se a Messina abbiamo contato numerose vittime, non è solo a causa dell’abusivismo che ha comunque delle responsabilità precise. Molte case investite dalla piena erano perfettamente regolari dal punto di vista delle autorizzazioni. E questo anche nel nostro territorio. Se poi al rischio idrogeologico sommiamo quello sismico e la desertificazione incombente si capisce che c’è una vera e propria emergenza che va affrontata con strumenti ben precisi, come un serio programma di intervento ambientale, programmato sulla base di priorità e seguìto da politiche di manutenzione.
Non è più tollerabile, anche se dal punto di vista normativo è previsto, che, ad esempio, si possa spianare di calcestruzzo quel tratto di terra che sta tra una serra ed un’altra, rendendo un terreno sempre più vasto completamente impermeabile. Qualsiasi modifica allo stato della natura o alla consistenza del terreno dovrebbe essere valutata preventivamente per evitare di creare un grave danno rispetto al rischio di calamità.” E quindi, senza prendere in esame le precedenti costruzioni che meriterebbero un’accurata indagine urbanistica, tutte quelle abitazioni nate recentemente a ridosso dei torrenti, benché con tutte le autorizzazioni previste, in realtà non dovrebbero essere state costruite.
Come, ad esempio, le nuove case di Punta Braccetto, costruite praticamente sul letto del torrente della Cava Mistretta, che attraversa il borgo nella sua corsa verso il mare. Normalmente il torrente non ha nemmeno una portata d’acqua, ma se dovesse accadere un fenomeno atmosferico da preallarme, l’acqua giunta dalla montagna a forte velocità (perché la caratteristica dei nostri corsi, come ribadisce Fiorilla, è proprio la velocità) travolgerebbe tutta quella zona.
Stesso scenario per il torrente Porcaro. E la nascita del nuovo centro commerciale in contrada Arizza, di cui tanto si discute, dovrebbe essere attenzionato e valutato in ordine al rischio idrogeologico incombente nella zona.
INFORMAZIONE E GIAMPILIERI
“Non uscire, rifugiarsi nei piani alti, non andare a prender i figli a scuola perché le insegnanti sanno cosa fare e intasare le vie di comunicazione è la più grave disattenzione al problema, considerando che, se dovesse accadere un evento straordinario, la nostra provincia sarebbe la prima ad essere tagliata fuori dai collegamenti”.
Sono solo alcune delle informazioni che la responsabile della protezione civile di Ragusa Chiarina Corallo elenca. Ma c’è dell’altro quando si percepisce che la messa in rete dei Piani d’emergenza di protezione civile è vitale.
“La scorsa settimana sono stata a Giampilieri dove ci sono delle nostre squadre che stanno aiutando la popolazione. Se solo avessimo avuto le carte, una mappatura, un’indagine del territorio e dei Piani di emergenza dove fossero indicate le aree di ammassamento, forse si sarebbero potute salvare altre vite. Avere una pianificazione significa non dover perdere tempo nei soccorsi, significa intervenire con tempestività – ribadisce -, perché la conoscenza del territorio può salvare veramente la vita. Considerato che la provincia di Ragusa è da tutti definita una provincia virtuosa credo che, con un minimo di attenzione nei diversi comuni, si potrebbe davvero mitigare il rischio in modo sostanziale”.
Cosa ha provato in quelle zone disastrate?
“Al di là delle indagini che mi competono professionalmente, è un’emozione difficile da raccontare. Ho conosciuto una signora che ha perso la casa, eppure la disperazione del suo volto non era legata a quella perdita, ma alla perdita dei ricordi, del proprio passato. Voleva a tutti i costi entrare dentro solo per recuperare qualche fotografia. A Giampilieri si è persa l’identità. E quando una comunità perde la propria identità, la propria storia, diventa fragile. Un popolo che ha perso la memoria non può prevenire eventuali rischi”.
TERRITORIO RAGUSA
“Un complesso argilloso – marnoso che offre resistenze diverse all’azione degli agenti erosivi”.
Il geologo Rosario Ruggeri, dirigente della sezione “Risorse idriche e regime delle acque” dell’ufficio del Genio civile di Ragusa, fondatore e presidente del Centro ibleo di ricerche speleo-idrogeologiche allontana subito qualsiasi parallelo tra il territorio messinese e quello ragusano.
“I territori della nostra zona, caratterizzati dall’Altopiano ibleo, si compongono di un complesso carbonatico di formazione calcarea e calcarenitica e quindi con resistenze morfologiche molto più rafforzate”.
Quali sarebbero le zone più a rischio se dovessero verificarsi eventi climatici estremi?
“Intanto i fondi valle, dove si possono determinare delle piene, delle esondazioni e delle inondazioni che potrebbero causare delle erosioni sui versanti soggetti a degrado. Si potrebbero creare dei ribaltamenti di massi rocciosi, quindi con possibili frane e smottamenti, ma non avendo del materiale argilloso difficilmente saremmo soggetti ad un livello di rischio così grave. I dissesti del messinese sono sicuramente poco probabili. A parte alcuni casi particolari”.
Cioè?
“Come la storia c’insegna sicuramente il versante dei canaloni nel comisano o il fondo valle del versante modicano. A rischio esondazioni invece c’è il litorale sciclitano. Poi ci sono le zone vuote. Ragusa, Modica e Chiaramonte, ad esempio, potrebbero andare incontro a cedimenti, dovuti ad una lenta e continua erosione, dettata anche da infiltrazioni di acqua. È per questo andrebbero fatti periodicamente dei sopralluoghi”.
Silvia Ragusa
In alto, serre allagate in contradad Arizza.
La A112 è rimasta sott’acqua in viale delle Regioni in contrada Spinello a Donnalucata.
Foto ufficio protezione civile Comune di Scicli
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