"E' la cavatina di Stanley Myers. Ogni volta che la ascolterà, voglio che si ricordi di me"
di Un Uomo Libero

Lo conobbi in una mattina calda di luglio, passeggiando per la strada principale di Palma de Mallorca.
Lo accompagnava una signora anziana, molto avanti negli anni che leccava un cono gelato. Un ragazzone robusto, di pelle scura forse eccessivamente abbronzata. Due basette folte e lunghe. Due occhi neri e dolci, spesso puntati sull’asfalto. Le sue dita abilissime costruivano sulla tastiera della chitarra armonie e sortilegi. Stregavano folle di turisti, paralizzate da una musica divina.
Rimasi per ore e ore davanti a lui immobile, catturato dall’agilità delle sue dita instancabili.
Miguel, questo era il suo nome. Quando il mezzogiorno si fece torrido e la fame mise in fuga gli spettatori di quello strano concerto, mi avvicinai a lui per comprare alcuni suoi CD.
-Gracias. – Mi ringraziò porgendomi i CD che avevo indicato.
-Potrebbe farmi una dedica?- Chiesi timidamente.
-Sì, perché no?-Mi rispose. Prese un pennarello. – Il suo nome?- Domandò con voce abituata.
-Giovanni.-Risposi contento.
Miguel scrisse qualcosa e poi me li restituì. Lessi soddisfatto le dediche.
-Andaluso, vero?- M’informai.
-Mio padre era di Jaén, però mio nonno paterno era murciano, mia madre calabrese, io sono nato a Buenos Aires.-
La signora annuì, strofinando le dita sporche di gelato in un fazzolettino di carta che pescò in una tasca dell’ampia gonna.
-No me diga!- Esclamai sorpreso.
Il giovane mi guardò con aria interrogativa.
-Sono italiano.- Mi affrettai a precisare -Italiano del sud, siciliano per l’appunto.-
Il volto di Miguel s’illuminò di gioia, la madre si avvicinò e mi scrutò con aria investigativa.
-Sa, avrei voluto suonare a Taormina che mi dicono bellissima.- Mi confidò.
-Sì. Una delle mete turistiche più note e frequentate del mondo.- Ammisi.
-Ho tante volte richiesto al Consolato d’Italia di Buenos Aires la nazionalità italiana -riprese- e sempre mi hanno fatto mille difficoltà. Mia madre avrebbe voluto finire i suoi giorni in un vecchio paesello sull’Aspromonte, da dove, piccolissima, i genitori la portarono via inseguendo un sogno americano che mai si realizzò.- La sua voce si colorò di tristezza. Appoggiò delicatamente la chitarra allo sgabello, dove sedeva e si alzò. La signora le disse in uno spagnolo molto imbastardito qualcosa. Lui fece di sì col capo e lei si allontanò.
-Ho studiato con Narciso Yepes, – continuò- sono professore di chitarra al Conservatorio di Buenos Aires. Guadagno però una miseria. Se non fosse per lei -e alluse alla madre- che sa essere parsimoniosa, eroica, quasi moriremmo di fame. E’ uno scandalo. La musica riempie la vita di chi si consacra anima e corpo ad essa, imponendo spesso sacrifici e rinunzie inimmaginabili. Agli alunni racconto sempre le mie difficoltà ma anche testimonio la mia tenacia, la forza della mia passione. Suono Napoli perché la sua musica la sento mia. Capri, Sorrento, autentiche magie, fascinazioni.-
Sorrisi, imbarazzato da una confessione così spontanea e amara.
-Io e mia madre veniamo tutte le estati a Palma, – aggiunse – da quando mio padre non c’è più. In Spagna sbarco il lunario più facilmente che in Argentina. Mi esibisco la notte, qua, per gli ospiti di alcuni grandi alberghi. Così sovvenziono le nostre vacanze. Ogni anno che passa, mia madre è sempre più acciaccata, poveretta! Non so che cosa farò da solo, quando anche lei mi lascerà.-
La signora intanto sopraggiungeva portando due sacchetti di plastica nelle mani. Era andata a comprare dei panini per lei e per il figlio, delle aranciate e una bottiglia di acqua minerale.
-Vuole favorire?- Mi domandò in un calabrese stentato la donna.
-Grazie. -Risposi. -No. Devo rientrare in albergo. Ho prenotato il pranzo.-
Sorrisi ancora.
Miguel si sedette sullo sgabello, imbracciò la chitarra e accennò “Torna a Surriento”. Gli occhi, mentre suonava, mi guardavano lucidi, pieni dell’invidia sincera di un figlio rifiutato. L’Italia, patria lontana, riviveva nella sua musica con tonalità e accenti nostalgici e struggenti.
-Voglio eseguire solo per lei -mi disse a un tratto- la mia musica preferita.-
Non sapevo cosa rispondere. Rimasi rapito davanti ai primi accordi.
-E’ la cavatina di Stanley Myers. Ogni volta che la ascolterà, voglio che si ricordi di me. –
Eseguì il pezzo con rara maestria. Alla fine mi congedai da questa strana e incredibile coppia.
Il giorno dopo ritornai a passeggiare per quella strada. Al solito posto c’era un folto numero di persone che ascoltava la sua musica. M’intrufolai fra la gente. Lui alzò gli occhi e mi riconobbe. Le note della cavatina di Myers cominciarono improvvisamente a stregare i presenti. Mi allontanai discretamente per non cedere allo struggimento. Lui mi seguiva con lo sguardo mentre le note della sua malinconia volavano nell’aria, leggere, strappate dalle dita alle corde della chitarra.
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