Scrive la Uilcem Ragusa
di Redazione
Da una prima lettura del dato che negli ultimi giorni viene riportato su tutti i giornali a proposito dell’aumento del 39,7% delle retribuzioni dei pubblici dipendenti, quasi doppio rispetto agli aumenti di quelli privati, dato riportato dalla pubblicazione del Rapporto Trimestrale fornito dall’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (ARAN), si traggono alcune considerazioni.
Innanzitutto, le percentuali sono state calcolate solo sulla retribuzioni dei dipendenti degli Enti Pubblici non Economici, degli Enti Locali, della Sanità, della Ricerca e dell’Università, calcolando la dinamica retributiva di fatto.
Due sottolineature: si tratta di comparti che coprono solo c.a il 40% del settore pubblico e che hanno la retribuzione più elevata.
La combinazione di tali due dati già abbassa di molto la media complessiva del P.I., dal conteggio sono esclusi i dirigenti pubblici e, nel privato, dirigenti e quadri, i quali ultimi alzerebbero il dato del settore privato.
Inoltre, per le retribuzioni pubbliche, calcolando al dinamica retributiva di fatto, non si considerano solo le percentuali di aumento degli istituti fissi (stipendio tabellare e indennità di ente), ma anche i fondi (relativamente a produttività distribuita) e i fondi riguardanti l’istituto degli straordinari (effettuati). Inoltre, per i comparti considerati, si considera il costo delle progressioni di carriera (orizzontali e verticali).
Il fatto che nel calcolo non siano inseriti 1.200.000 “scolastici” che non hanno progressione verticale falsa evidentemente la media.
Infatti, già dai dati messi in risalto possiamo dire che il calcolo retributivo non è quello giusto, perché dalla percentuale del 39,7% non è stato considerato il numero dei dipendenti facenti parte dei Ministeri e della Scuola dove si evidenzia un numero molto più elevato di forza lavoro. E’, inoltre necessario verificare nel merito quali sono i settori privati presi a raffronto, e, in essi, quali voci concorrono al monte di spesa. In generale, comunque, si noti che nel P.I. i costi del CCNL sono comprensivi anche di gran parte dei costi del II livello di contrattazione, che è generalizzata in tutte le P.A. (possono sfuggire solo le progressioni verticali, ove effettuate), mentre nel privato i II livelli di contrattazione per la gran parte non sono finanziati dal CCNL e, quindi, costituiscono costi aggiuntivi – spesso verificabili solo in sede di singola azienda – che probabilmente sono sfuggiti alla rilevazione, così come gli istituti discrezionali (v. “superminimi”). Il conto ARAN è falsato da un dato: si fa un rapporto tra le crescite nell’ultimo decennio, senza considerare che nel decennio precedente il pubblico inseguiva il privato a 15 punti sotto. Sul piano delle retribuzioni da CCNL il pubblico è in linea con agricoltura e servizi privati ed è sotto l’industria. Settore in cui la contrattazione di II livello gioca un ruolo importantissimo, dove le promozioni avvengono con meccanismi discrezionali non quantificabili e non quantificate nel dato ISTAT. Stesse considerazioni per l’agricoltura. E i dati ISTA sembrano dimostrare la fondatezza di tale assunto. Infatti, nel decennio preso a riferimento, nella gran parte dei casi la retribuzione da CCNL e quella lorda, comprensiva del secondo livello, sono simili, ed in almeno oltre un terzo dei casi è addirittura inferiore. Segno evidente che la contrattazione di secondo livello, che non è finanziata dal livello nazionale, molto spesso non agisce o agisce poco.
Si allega il Dossier 2 dell’ISTAT “Le retribuzioni dei dipendenti pubblici. Dinamiche e confronti con il settore privato” preso a riferimento dall’Aran, e l’”Anteprima Rapporto semestrale sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti
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Uilcem Ragusa
Segreteria Generale Territoriale
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