Cultura
|
02/12/2007 21:07

Santiapichi: La mia Scicli

di Redazione

Meteo: Scicli 11°C Meteo per Ragusa

“Penso di avere saldato una parte del debito, ho chiuso il conto con la Scicli della mia infanzia quando le dedicai un intero romanzo”. Piazza Italia è finalmente baciata dal sole e alla spicciolata gli sciclitani raggiungono “il Collegio”, come qui chiamano la chiesa Madre, per la messa domenicale. Severino Santiapichi sorseggia una tazza d’orzo al bar e parla della sua città natale.

Il procuratore ad honorem della Suprema Corte di Cassazione, che ha legato il suo nome ai processi sul rapimento Moro, e sull’attentato a Giovanni Paolo II, vive vicino Roma, ma da quando ha lasciato le aule torna sempre più spesso a Scicli. “Quando scrissi “Romanzo di un paese” ho saldato il mio tributo alle persone verso le quali avvertivo un debito formativo”. A pochi mesi dall’ultimo libro, “Tracce nella memoria”, Santiapichi parla di nuovi impegni editoriali: “Ho un altro debito da saldare, con la Somalia (nazione in cui è stato Vice Presidente della Corte Superiore, ndr). 

Ho portato a termine un romanzo, una sorta di giallo africano, una vicenda intricata, con risvolti che investono il mestiere di giudice e quello di imputato. Del resto anche fare l’imputato, a volte, è un mestiere: faccia caso alle persone recidive o ai delinquenti professionali…Tornando a Scicli, oggi il mio rapporto con il paese è spassionato, non è viziato dalla passione come in passato. Scicli per me non è mai stata Itaca.

Non appartengo a quella schiera di siciliani che, vivendo a Roma, consideravano una parentesi vuota la loro vita nella Capitale, apprezzando come vero solo il loro stare qui. Ricordo le comunità di sciclitani alla stazione Termini che la domenica mattina aspettavano l’arrivo del treno con i paesani che portavano un po’ d’aria di Scicli. A Roma ho vissuto la mia vita romana, portando dentro la stessa formazione culturale di cui parla Quasimodo quando ringrazia la madre dell’ironia che gli ha messo sulle labbra. Siamo bravi a smitizzare, cerchiamo di sopravvivere e per sopravvivere non possiamo fare della vita una tragedia. Negli anni della guerra per superare le avversità chiamavano tutto il paese ad ascoltare il racconto del nostro dolore. Vivevamo il presente come un passato, per farci forza. Quando c’era un momento difficile dicevamo: “Tanto poi lo racconteremo”. Ci sentivamo parte di un gruppo, e questo era uno scudo. Oggi molte solidarietà di gruppo sono finite, è cambiata la socialità”. Si ferma, abbassa gli occhi e riprende: “Questo è un paese strano, che ha un rapporto di orgoglio con me. I siciliani, e gli sciclitani ancor di più, parliamo male di noi stessi. Se chiedete di me forse diranno un gran bene, “però…”. Ecco in quel “però” c’è tutto, ci siamo noi. Smitizziamo, non ci prendiamo sul serio, “sentirsi tuttu iddu” non fa parte della nostra tradizione, però lavoriamo.

La città da un punto urbanistico è diventato disastro, non ha più un cimitero, però ha ricercato le tracce del passato: il convento della Croce, San Matteo. Ci siamo inventati di volta in volta un lavoro: il pomodoro, i fiori; sono il “darsi di verso” dello sciclitano”. Presidente, quali sono i momenti religiosi che la legano alla città? “Ah, uno della mia generazione invoca “Maria delle Mulici”, ma giovani hanno un rapporto intenso con “l’Uomo Vivo”, il Cristo Risorto. A Pasqua la comunità si salda con la propria tradizione. La festa parla della potenza dell’uomo, del suo essere manifestazione del Divino.

Se vado al presepe di San Bartolomeo mi coglie la tristezza quando mi accorgo di quante statuite sono state rubate. Da bambini quel presepe era la prima occasione in cui vedevamo il trionfo dell’abbondanza: le ghirlande di mandarini, la palma nana, i “cucciddati”. Ora sento dire che dentro la chiesa ci sono i topi. A decorare la Santa Cassa, un’opera di oreficeria di alto stile, furono il mio nonno materno e il mio bisnonno. Abbiamo saputo conservare questi beni culturali, e ne do atto ai politici locali, mi spiace non ci sia attenzione al verde, i sindaci siciliani dovrebbero curarlo di più. Oltre al recupero del giardino Penna, proporrei di recuperare, secondo l’idea di Vittorio Sgarbi, le mine di gesso del colle Imbastita, che va salvato dallo sventramento edilizio, perché sito di archeologia industriale”. Parliamo della Stradanuova, il quartiere di nascita, “un quartiere di eguali in una società di diseguali. Non c’erano palazzi, a parte quello del cavaliere Favacchio, che però non era fortilizio.

La Stradanuova aveva le viuzze come gli affluenti di un fiume, chiusa dalla curva di San Nicolò quella strada era una saettata, e la cui gente doveva sbrigarsi a crescere. Tredici, quattordici figli a famiglia, ogni generazione era premuta da quelli che venivano subito dopo, e per questo eravamo senza condizionamenti, capaci di sperimentare. In estate, per le vacanze, andavo dal mastro carrettiere. C’era don Meno Savà, e poi uno altissimo di cui non ricordo il nome, ma il soprannome, che era molto offensivo. Nelle belle giornate andavamo ad assaggiare i gelsi neri della pianta di Cialuchieddi,  “dassutta a china”, vicino il torrente”.

Poi l’amarezza: “Venendo da Catania ho la sensazione di attraversare una grande periferia di una megalopoli, in via di sfacelo o in via di costruzione, anzi, di una città che non esiste. Qui c’è un rapporto viscerale dell’uomo con la terra. Nessuno è disposto a lasciare un metro per farvi costruire un marciapiede”. E le prospettive di crescita? “Abbiamo gruppi intellettuali e risorse per superare qualunque crisi, anche se gli unici negozi nuovi li aprono i cinesi”. Perché Severino Santiapichi scrive? “Forse per farmi compagnia, per dare testimonianza. Anche da giudici, siamo sempre testimoni”.

E che mestiere è quello di giudicare? “Nel nuovo libro racconto di un giudice che ritiene che il suo mestiere si possa definire con l’assillo del sarto che prima di cucire un paio di pantaloni voleva sapere dai clienti dove portavano i coglioni, se sulla destra o sulla sinistra. Questo impicciarsi dei coglioni degli altri è il mestiere del giudice”.