Perchè questa disparità?
di Redazione
Questa è proprio clamorosa: la Sicilia è la regione con la corrente elettrica più cara d’Europa. E per quanto riguarda le regioni italiane, mentre al Nord un MWh costa 55,23 euro e al Centro-Sud 57,08, in Sicilia il costo è di 65,56 euro.
Perché questa disparità?
Ma perché l’energia elettrica arriva dal Continente in Sicilia attraverso il «collo di bottiglia» di un insufficiente elettrodotto da 100 megawatt.
Non solo. Il gestore nazionale dei mercati energetici (Gme) ha fatto registrare venerdì scorso un costo di 175 euro per un megawatt in Sicilia contro una media nazionale di 80 euro.
Questo significa che, essendo il prezzo dell’energia elettrica stabilito unitariamente per tutto il Paese, il maggiore costo in Sicilia si ripercuote in un aggravio medio di 2 euro a megawatt per tutti gli italiani, vale a dire oltre un miliardo l’anno.
Sia chiaro, comunque, che la Sicilia non paga più delle altre regioni perché appunto c’è un prezzo unitario per tutto il Paese: insomma, il maggior costo siciliano viene spalmato sull’intero Paese. E naturalmente questo suscita mugugni, anche giustificati.
Il fatto strano è che in Sicilia si produce più energia elettrica di quanta ne consumi l’Isola, eppure l’energia costa di più non solo per la «strozzatura» lungo lo Stretto, ma soprattutto per la vecchiezza degli impianti e della rete che andrebbero ammodernati. E’ più o meno la stessa storia della benzina che da noi costa più cara perché abbiamo una rete di distribuzione carente, mentre al Nord dove la rete di distribuzione è ampia, e quindi c’è più concorrenza, costa di meno.
Ad esibire questi numeri è la società Terna, che gestisce l’energia ad alta tensione e che ha proposta nel 2005 di realizzare tra Sicilia e Calabria un elettrodotto di 100 km di linea (di cui 38 km sottomarini) a 380 kv a corrente alternata per un investimento di 300 milioni di euro. Il progetto, che si chiama «Sorgente-Rizziconi», ha ottenuto tutti i pareri positivi, quello di impatto ambientale, l’ok degli enti locali, il via libera del ministero dello Sviluppo economico. Manca soltanto un sì, quello del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo chiamata in causa da Terna.
Il progetto di Terna sarebbe la chiave per raddrizzare le distorsioni di prezzo perché l’energia in Calabria e Puglia è la meno cara d’Italia e avere una linea con la capienza necessaria per farla arrivare in Sicilia equilibrerebbe la situazione «magari limando – dice sempre Terna – i maxiprofitti dei produttori di energia in Sicilia, oggi i maggiori beneficiari di questo sistema elettrico a due velocità». Il che in poche parole vorrebbe dire che i produttori siciliani di energia ci speculano.
E dire che l’investimento della Terna per il nuovo elettrodotto (i cui lavori durerebbero tre anni) si ripagherebbe in un solo anno. Anche chi ha poca dimestichezza con i costi della corrente elettrica capisce da solo l’assurdità di una situazione che vede penalizzata la Sicilia (anche con frequenti black out) e conseguentemente tutto il Paese a causa del prezzo unitario nazionale. Ma il ministro Prestigiacomo non ci sta ad essere indicata come responsabile dei ritardi (e in questa pagina leggerete le sue reazioni).
In sostanza l’elettrodotto progettato da Terna è diventato indispensabile. Quello attuale, come già detto, è ampiamente insufficiente: è un cavo sottomarino piazzato nel 1994 sostituendo la linea aerea ad alta tensione con due tralicci posti uno in Calabria, a Santa Trada, e l’altro a Punta Faro di Messina.
Ora i piloni sono diventati archeologia industriale, arrugginita per via della salsedine.
Considerazione banale: è mai possibile che siano trascorsi cinque anni dalla presentazione del progetto di Terna e che ancora l’iter non si sia concluso? Prima questo progetto è passato per i vari uffici della nostra Regione dove è stato corretto e «rivisitato», poi è stato esaminato negli uffici del ministero dello Sviluppo economico, poi è stato trasmesso a quelli del ministero dell’Ambiente?
Se poi una società si stanca di aspettare anni ed anni e se ne va dalla Sicilia è pienamente giustificata.
Quanti imprenditori hanno delocalizzato le loro attività per non avere a che fare con due burocrazie, quella regionale e quella ministeriale? Ci decidiamo a semplificare, oppure andiamo a ramengo?
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