Economia
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28/08/2010 23:23

Al Sud tasso di assenteismo doppio del Nord

Manca la cultura del lavoro

di Redazione

Quando l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha detto che non si può investire al Sud perché il tasso di assenteismo è del 10%, il doppio che al Nord (in Francia è del 2%), sulle prime ci siamo sentiti offesi.

Ma come, un manager di Stato invita ad abbandonare il Mezzogiorno che Tremonti il giorno prima ha definito «questione nazionale»? Poi ci siamo informati e abbiamo scoperto che il dato è reale: nel Petrolchimico di Gela 10 lavoratori su 100 marcano visita. Non sappiamo se questo è anche uno dei motivi per cui Marchionne vuole chiudere alla fine del 2011 Termini Imerese, ma qualche sospetto può essere lecito perché non può esserci nessun’altra ragione al mondo per smantellare una fabbrica attiva da 40 anni. 

Detto brutalmente, questi assenteisti non solo rubano il salario, ma rubano il futuro a questa terra compromettendo il lavoro degli altri perché impediscono investimenti. I primi colpevoli siamo noi, come siamo colpevoli noi per primi del degrado del territorio. Nel frattempo l’enormità del numero dei lavoratori pubblici e dei precari a carico della Regione dai bilanci dissanguati restringe gli spazi del lavoro privato e spinge i giovani a pietire il «posticino» invece di cercare vie autonome. A Palermo la disoccupazione giovanile sfiora il 40%, un dato che Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, definisce «terrificante».

Occorre che tutti si rendano conto che il lavoro è un bene prezioso da tutelare, senza lavoro c’è solo degrado, disperazione e disordine sociale. Certo è difficile cambiare mentalità, i vecchi vizi sono i più difficili da debellare, ma se vogliamo dare un futuro ai nostri figli è necessario che ciascuno si responsabilizzi imparando la cultura del lavoro.

Non sappiamo come farà la Regione a pagare gli stipendi della sua elefantiaca burocrazia e dei precari, ma almeno quegli imprenditori che operano nel privato debbono poter contare sulla correttezza dei propri dipendenti. Non è più tempo di scioperi per rivendicare privilegi, né di fare i furbi, ma è il momento di rimboccarsi le maniche perché solo così si potrà uscire dal momento buio.

Come dice Lo Bello ci vuole un «nuovo patto sociale» con imprenditori e lavoratori insieme per ricostruire l’immagine di una Sicilia dove sia possibile investire e produrre. 

 

La sfida di Enrico Mattei all’Anic di Gela

Anche il Petrolchimico di Gela, che una volta si chiamava Anic, compie mezzo secolo, perché la sua storia industriale cominciò nel 1960. Aveva 5000 dipendenti, oggi scesi a 1500. Se Enrico Mattei non fosse stato assassinato dalla mafia nel ’62 siamo certi che non ci sarebbe stato questo declino, perché l’insediamento dell’Eni a Gela era considerato da lui un fiore all’occhiello, una sfida per l’industrializzazione della Sicilia. Comunque ancora oggi lo stabilimento di Piana del Signore estrae e lavora petrolio, il cosiddetto «greggio Gela», pesante, che soltanto quelle maestranze e quelle macchine sono capaci di far diventare petrolio.

Il cuore dell’economia gelese resta il Petrolchimico perché attorno lavorano le aziende dell’indotto. E quando alcuni anni addietro l’Eni bloccò le commesse un corteo di mezzi pesanti dei «padroncini» sfilò per protesta per le strette strade della quinta città siciliana.

All’inizio fu un’avventura esaltante, per la prima volta una popolazione di contadini aveva indossato la tuta da metalmeccanico e per la prima volta quegli ex braccianti avevano ricevuto una busta paga e i contributi. Nella zona di Macchitella nacque anche un villaggio residenziale per funzionari, tecnici e lavoratori dello stabilimento. Era il mito delle ciminiere che diventava realtà. Poi con gli anni questo mito ha fatto vedere anche il risvolto negativo, atmosfera inquinata dai fumi, malattie tumorali, malformazioni dei neonati, tutto abbondantemente oltre la media nazionale.

C’è stata una battaglia per l’utilizzazione del pet coke, la magistratura gelese lo aveva considerato nocivo alla salute degli abitanti, ma il governo Berlusconi dispose una norma che ne consentiva e ne consente l’uso a fini industriali. E così gli ambientalisti persero la battaglia. Dobbiamo onestamente aggiungere che sono stati fatti dei lavori di ristrutturazione che hanno migliorato l’ambiente e che altri ne sarebbero in programma. Ma il famigerato pet coke al momento resta ancora. 

In tempi più recenti c’è stata anche una lunga contesa dell’allora sindaco Rosario Crocetta con l’Eni per l’acqua potabile. Dalle condutture delle case dei gelesi usciva dell’acqua ferruginosa proveniente dal dissalatore gestito dall’Eni, e perdipiù a caro prezzo, mentre lo stabilimento dell’Eni usava l’acqua del Ragoleto molto più pulita e molto meno costosa. La battaglia dell’acqua si risolse con una tregua, nel senso che la distribuzione idrica venne migliorata.

Mattei in qualche modo rimase vittima della sua creatura, nel senso che fu ucciso in occasione del suo ultimo giorno in Sicilia, il 28 ottobre 1962. Era arrivato il giorno prima per dare solennità con la sua presenza all’iniziale attività dello stabilimento Anic. Il giorno dopo si recò anche a Gagliano Castelferrato dove la popolazione era in rivolta per chiedere lavoro: nel paese si estraeva metano che però veniva convogliato a Gela e quindi la gente voleva qualcosa in cambio. Mattei, affacciatosi dal balcone del Municipio, promise che sarebbero state realizzate nuove aziende locali, e in effetti fu creato uno stabilimento tessile dove trovarono lavoro quasi tutte le donne del paese. Poi anche questo sogno si sfarinò per una serie di fallimenti.

La morte di Mattei – e quella collegata del giornalista de «L’Ora» Mauro De Mauro, che raccolse informazioni per il film di Rosi sul presidente dell’Eni – resta avvolta nel mistero. La notte tra il 27 e il 28, mentre dormiva al Motel Agip di Gela, era stato raggiunto da una telefonata che lo invitava a fare rientro a Milano con urgenza entro le ore 20.

Mattei non poteva fare altro che anticipare l’appuntamento di Gagliano alle ore 10 invece alle 15.

Chi aveva telefonato? Chi sapeva che Mattei aveva detto al pilota Irnerio Bertuzzi di spostare l’aereo da Gela alla pista di Fontanarossa, tenuto conto che gli spostamenti del presidente dell’Eni era segreti? Chi era il sedicente capitano Grillo che con due altre persone si avvicinò al «Morane Saulnier» approfittando della momentanea assenza di Bertuzzi per una falsa chiamata al telefono?

E’ un grande «giallo» dove entrano l’inimicizia delle «sette sorelle petrolifere» verso la spregiudicata politica petrolifera di Mattei, il finanziamento ai rivoltosi algerini, le rivalità in Italia, e infine la mafia come braccio operativo. Nessuno ha mai parlato, tranne Buscetta, il quale disse: «E’ stato Peppe Di Cristina con i suoi a sabotare l’aereo». In quell’attentato è morto uno dei più grandi manager che l’Italia abbia avuto e nello stesso tempo Gela ha perduto il suo sponsor.