Economia
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09/10/2010 11:22

I cinesi che investono in Sicilia

Ma la Sicilia è pronta?

di Redazione

E’ il momento della Cina. Il premier Wen Jiabao è a Roma con una folta delegazione, parte della quale si trasferirà oggi in Sicilia. E’ stato firmato un memorandum di intesa tra la più grande banca cinese di investimenti e la Regione siciliana. Ma cosa ci possono dare i cinesi, e loro cosa vogliono da noi? Lo abbiamo chiesto ad Antonino La Spina, un siciliano direttore dell’Istituto italiano per il commercio estero a Pechino che è stato il più costante sollecitatore dell’interesse cinese verso la Sicilia. «I cinesi sono consapevoli dell’importanza della posizione geografica della Sicilia che galleggia tra l’Europa e l’Africa nel cuore del Mediterraneo. Si sono anche resi conto che la Sicilia ha una serie di ritardi nel settore delle infrastrutture, dove c’è bisogno di grandi risorse. Oggi il sistema cinese è stato in grado di accumulare 2500 miliardi di dollari di riserve valutarie. Allora stanno facendo investimenti a non finire nelle infrastrutture in Cina, centinaia di aeroporti, centinaia di porti, migliaia di chilometri di ferrovie e autostrade e sono diventati anche bravi nel sistema finanziario. Quindi ora cominciano a guardare all’Europa, all’Italia e alla piattaforma logistica siciliana. Non è più un problema di scarpe, di abbigliamento, di mobili da giardino. Qui è uno scenario diverso, si sta presentando una nuova Cina che vuole in qualche modo interagire con la finanza internazionale. Dobbiamo dire che ha anche i professionisti all’altezza perché è tutta gente che ha studiato all’estero e che in Cina ha potuto fare grandi esperienze».

 

Loro darebbero i soldi per le infrastrutture, ma in cambio cosa vogliono?

«Intanto è come una banca. Loro sono disposti a dare risorse, perché a fronte di queste risorse c’è un ritorno anche per il fatto di internazionalizzare la loro economia. Se loro supportano le grandi infrastrutture c’è un arrivo di tecnologia dalla Cina che può essere accompagnato da questi capitali. Quindi siamo al livello più alto, non è più il sostegno a quelle migliaia di lavoratori cinesi che aprivano negozi dai prezzi bassi, siamo di fronte ad un sistema sofisticato che si sta sperimentando anche nel Sud Est asiatico, in Africa, e che oggi si sente maturo per potersi presentare anche in Europa».

Ma a cosa sono più interessati?

«Loro quando parlano di infrastrutture non prediligono una cosa o l’altra, nel loro modello quando hanno pensato di fare l’aeroporto di Pechino hanno anche realizzato un’ autostrada a otto corsie. In questo modello non c’è un discorso di priorità, ma tutto si deve legare, l’aeroporto, l’autostrada, il porto, le ferrovie. Loro dicono: “Fateci l’elenco delle vostre priorità e in base a questo calcoliamo quante risorse dobbiamo mettere in campo. Loro parlano di sviluppo integrato delle infrastrutture, considerano superato il concetto di andare a fare le cattedrali nel deserto».

E in Sicilia c’è tanto da fare.

«Tutto il sistema ha bisogno di riqualificarsi per recuperare competitività. Il Padreterno ci ha messo al centro del Mediterraneo e questo per i prossimi decenni sarà sicuramente un’opportunità. Basta pensare come stanno crescendo Paesi come Marocco, Algeria, Tunisia che marceranno al 5% l’anno, questo significa mercato, significa opportunità per chi sta nel Mediterraneo, però da questa posizione naturale dobbiamo essere in grado di costruire il futuro».

Ma la Sicilia è pronta?

«Può essere pronta perché oggi il discorso è quello di non fare da soli, la novità è che nell’economia globale non hai la necessità di fare da solo, ma attraverso un sistema di alleanze puoi arrivare a raggiungere obiettivi che da solo non avresti potuto raggiungere. La Cina guarda con occhio particolare l’Italia, l’anno scorso è venuto il presidente della Repubblica, adesso c’è a Roma il premier Jiabao, tra queste due cose c’è stata la grande missione che l’Italia ha fatto nel giugno di quest’anno in Cina, e questa è la prova che c’è un interesse in crescita da ambo le parti».