Una tribù popolata di zii e cugini siciliani, dove Monica assorbì il modo siciliano, fatto di sguardi, “taliature”, cose non dette, femminilità represse eppur dominanti
di Giuseppe Savà
“Marisa setti vistini”. In dialetto siciliano, sette sottane. Tanto era freddolosa Monica Vitti da bambina agli occhi dei familiari, nella Messina anni Trenta, senza riscaldamenti in casa.
Vitti come la mamma, Adele Vittiglia, bolognese, già che il cognome paterno, Ceciarelli, era tutt’altro che glamour per chi intraprendesse la strada dello spettacolo.
Quindi, Maria Luisa Ceciarelli, detta Marisa, figlia di Angelo e di Adele, nata a Roma il 3 novembre del 1931, inizia a fare teatro sotto i bombardamenti, a Messina. Perché Angelo faceva l’Ispettore del Commercio Estero e dalla Capitale fu spedito per otto anni nella città dello Stretto, dove Monica Vitti, con la complicità dei suoi due fratelli maggiori, Franco e Giorgio, durante lo sgancio delle bombe, in cantina metteva in scena commedie teatrali animate da burattini, buoni a scacciare la paura di una morte vicina.
Monica Vitti di quel nomignolo “setti vistini” fece un punto d’orgoglio, tanto che il suo primo libro, edito nel 1993, lo intitolò di proposito “Sette sottane”.

C’è forse in questo una chiave interpretativa della sua dimensione siciliana che come una nota di basso contrappunta la sua lucente romanità.
Monica Vitti è La ragazza con la pistola (1968, regia di Mario Monicelli) già in questa foto che Ragusanews pubblica, di bambina felice della sua prima comunione, scatto sbucato fuori dall’archivio di un fotografo messinese, Pippo La Cava, impresso in uno di quegli otto anni siciliani in cui la famigliola piccolo borghese visse in tre diverse case: quella sul viale Principe Umberto, in via Luciano Manara e in via Sant’Agostino.
Una tribù popolata di zii e cugini siciliani, dove Monica assorbì il modo siciliano, fatto di sguardi, “taliature”, cose non dette, femminilità represse eppur dominanti.
Monica Vitti fa le scuole elementari a Messina, all’Istituto Sant’Anna di via XXIV maggio, ancor oggi posto a ridosso del Monastero di Montevergine, e assorbe ironia e resilienza sicula, che riemergono nelle pellicole siciliane. La bellissima che uccide (Modesty Blaise), girato nel 1966 in parte al Castello di Sant’Alessio Siculo, ma anche L’Avventura (1960), del compagno Michelangelo Antonioni, girato tra le isole Eolie e Taormina, e 23 anni dopo Ritorno a Lisca Bianca (1983) per la regia di nuovo di Antonioni, girato a Panarea, alla stazione di Milazzo, al “San Domenico” di Taormina e nel viale San Martino a Messina.
Monica Vitti è al fianco di Antonioni in due brevi film di fine carriera del regista: Noto, Mandorli, Vulcano, Stromboli, Carnevale e uno spot realizzato per la Regione Siciliana nel 1997. E sarà fotografata sul set da autori ignoti in scatti che Antonioni lascerà nel suo fondo al Comune di Ferrara.

Cosa c’è di siciliano in Monica Vitti, oggi 89enne, da 26 anni in clausura nella sua casa romana, affetta da una malattia che le ha tolto la memoria?
C’è Assunta Patanè con la pistola, il suo bisogno di restare ancorata alle radici, nella contraddizione di un mondo là fuori che si emancipa spezzando legami, affettivi prima e culturali poi. Il mondo di una bambina che dalla paura dei bombardamenti ha imparato a correre e a scappare, ridendo della morte, e trasformando retaggi arcaici in voglia di modernità.
“Sono una donna bionda, ho gli occhi verdi, alta 1.73, presbite, miope, astigmatica, ipermetrope e ipersensibile”, disse una volta di se. Ecco, ci mancano i suoi occhi verdi.

Nelle foto, Monica Vitti a Noto, Monica Vitti bambina in Sicilia alla sua prima comunione, Monica Vitti in “La Ragazza con la pistola”, e infine Monica Vitti, occhi.
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