La Gdo emette fatture per contributi non concordati, per incentivi o sconti. E così evapora un altro 2% del nostro basso guadagno
di Andrea Lodato

Avola – L’assessore è rimasto quasi impassibile, anche di fronte a quel documento che veniva agitato davanti al tavolo del convegno. Impassibile per forza di cose, diremmo, un po’ come molti altri operatori agricoli che erano andati ad incontrare l’assessore regionale all’Agricoltura, D’Antrassi, e sapevano bene che cosa si nascondeva dietro quel documento. Una fattura, una vera fattura, regolarmente emessa da un gruppo che si occupa in Veneto di grande distribuzione, con una catena di circa 150 punti vendita. Uno dei tanti gruppi e una delle tante fattura in buona sostanza falsa. Nel senso che al commerciante siciliano del comparto agricolo che intrattiene rapporti con la Gdo, è da tempo, forse a sempre dice qualcuno, prassi consolidata chiedere a fine anno una sorta di bonus, giusto per confermare il rapporto, per consolidarlo se serve e per far arrotondare il fatturato della Gdo. Una supertassa abusiva. Esageriamo? Mariano Ferro, che è stato uno dei fondatori dei battaglieri Comitati di rete del comparto agricolo nel Siracusano, non fa sconti: «Come lo vorremmo chiamare, se no? Le aziende si vedono recapitare queste fatture, anche per piccole cifre, per servizi che non sono stati richiesti, per collaborazioni e contributi mai concordati. Nel caso delle tre fatture che sono state mostrare all’assessore D’Antrassi, il gruppo veneto che si occupa della grande distribuzione aveva fatturato all’azienda siciliana 600 euro per «contributo assortimento», 748 per «contributo collaborazione assortimentale», 480 per «contributo apertura nuovi punti vendita». L’imprenditore non ne sapeva nulla e non ha pagato. Risultato? E’ stato fuori dal circuito dei 150 punti vendita di quel gruppo. Anche altri operatori, del resto, hanno spiegato che di fatture di quel tipo ne hanno a decine. Ognuno paga un contributo straordinario in proporzione al giro di affari che ha con la Gdo. Certo che dalle nostre parti si chiamerebbe pizzo, pizzo pagato con tanto di fattura. Ma per loro non lo è e la nostra agricoltura paga anche questo assurdo prezzo».
Cose da pazzi, ma non tanto. Nel senso che sulla problematica le associazioni di categoria da tempo hanno posto la loro attenzione. Proprio a Siracusa il presidente provinciale della Cia, Fabio Moschella, spiega: «E’ una consuetudine, pessima diremmo, della Gdo chiedere ai clienti una sorta di contributo a sostegno della loro attività, sotto forma di contributi per l’apertura dei punti vendita, sconti di fine anno sui fatturati e altri benefit. Il che finisce con il rendere sempre più basso il margine di guadagno degli operatori. Ciò che fa rabbia è che, naturalmente, la Gdo si permette di far questo con piccole medie aziende agricole, perché quando tratta con i grandi gruppi sono loro che dettano le condizioni e si fanno fare sconti e dare contributi per stare in quelle catene. Purtroppo le nostre aziende agricole finiscono con il ritenersi fortunate se stanno dentro la Gdo, anche con margini di guadagno bassi, perché i piccoli che ne sono fuori fanno sempre più fatica a resistere».
Mariano Ferro è anche amareggiato quando racconta: «Un mio amico mi ha detto che non c’è nulla di cui stupirsi, che è un prezzo che va pagato. Un prezzo che si aggira sul 2% e da cui non si scappa. Insomma la vittima, perché giusto chiamarla così, finisce con l’essere anche contenta di stare dentro quel meccanismo, per sopravvivere anche se maltrattato».
Sopravvivere è la parola d’ordine, ancora. Anche perché la situazione è davvero molto fuori controllo in questo comparto, com’è emerso anche dopo l’incontro di Pachino con il ministro Galan e la ministra Prestigiacomo. Anche su questo Ferro non può nascondere la gravità della fase che la nostra agricoltura attraverso. E anche sulla questione controversa dello stato di crisi decretato ma che non ha ancora portato alcuna conseguenza, i Comitati di rete sono più che altro perplessi.
«Da un punto di vista operativo non è un documento come quello che certifica lo stato di crisi a potere aiutare la nostra agricoltura. Perché in questo momento ci vorrebbe una forte volontà politica per superare una serie di ostacoli che ci penalizzano. E, ripeto, così come è concepito il decreto sullo stato di crisi resta un foglio di carta, mentre migliaia di imprese sono già al collasso e anche oltre».
Anche oltre, perché i debiti stanno diventando insostenibili e gli agricoltori facevano affidamento proprio sullo stato di crisi per cercare di avere uno strumento per potere rinegoziare con le banche i debiti.
«Anche qui, poi, ci sarebbe – dice Ferro – da cercare di capire che gioco sta facendo lo stato. Perché questo Stato ha venduto i debiti Inps a Unicredit con l’interesse del 10%. Poi Unicredit li ha offerti a noi agricoltori prima con lo sconto del 30%, ora del 40%. Ma perché, domandiamo, lo Stato non praticava a noi quella percentuale del 10% di pagamento sui debiti contratti per la crisi del mercato?».
Se sul fronte delle fatture della Gdo può consolare, oppure, meglio, se può servire a rendere meglio l’idea del quadro dentro cui ci si muove, la questione non è soltanto italiana. E’ un modello collaudato della Grande distribuzione che, com’è noto, ha una grande forza soprattutto in Francia, paese da cui arrivano le più importanti catene. E proprio in Francia, evidentemente, i produttori che hanno chi garantisce i loro diritti tanto quanti quelli della ricca Gdo, hanno ottenuto giustizia. Dice Moschella: «La Francia ha vietato questa pratica delle fatturazioni compensative, cioè di queste cifre chieste dalla Gdo e le ha messe fuori legge. Noi come Cia chiediamo da tempo che avvenga anche da noi la stessa cosa, per proteggere le fragili economie dei nostri produttori».
La Sicilia
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