"Camillo Sinacciolo non era appartenente a nessuna famiglia nobiliare"
di Guglielmo Penna

Scicli – Gentile Redazione de “Ragusanews.com”
Ai sensi dell’art. 8 L. 47/1948 chiedo che vengano rettificate e puntualizzate, con egual risalto e visibilità, alcune affermazioni non vere e lesive che sono state inserite nell’articolo “La nobildonna” del quotidiano “La Sicilia”, pubblicato nella cronaca della provincia di “Ragusa” del 1 Marzo 2011, pag. 36 e riportate da Voi nel Vostro sito web.
Nel suddetto articolo vengono attribuite alla sig.ra Adalgisa Lorefice dei ruoli e delle parentele non corrispondenti al vero e su cui farò chiarezza come appresso.
La sig.ra Adalgisa era coniugata con un certo Camillo Sinacciolo, e non con il barone Penna che era mio padre ed era felicemente sposato con mia madre.
Camillo Sinacciolo non era appartenente a nessuna famiglia nobiliare, bensì era figlio della cameriera di Raimondo Penna, quest’ultimo appartenente ad un ramo cadetto della famiglia Penna, di cui sono io oggi l’unico rappresentante assieme a mia madre, baronessa Angela Penna, e mia sorella d.ssa Francesca Penna.
Raimondo decise di adottare ad un certo punto della sua vita il figlio della sua cameriera, Camillo Sinacciolo appunto, il quale erediterà tutti i beni materiali dello stesso, ma senza titolo nobiliare che il donante non possedeva. I titoli nobiliari, infatti, venivano tramandati o per diritto di nascita, quindi per linea diretta di sangue, o per via matrimoniale, condizioni non riconducibili a Raimondo Penna che non aveva alcun titolo da tramandare a nessuno.
Pertanto il titolo di “baronessa per via di matrimonio” attribuito alla sig.ra Lorefice nell’articolo de “La Sicilia” poi riproposto da Voi, nel presupposto di un inesistente coniugio con il barone Penna, è del tutto errato e induce a mettere in relazione la mia famiglia con persone e fatti che sono estranee alla stessa, determinando grave ed indebita confusione di identità nella collettività dove la mia famiglia vive. Fatto di per se obbiettivamente ingiurioso perché attribuisce ad una terza persona l’identità di un’altra.
Sulla famiglia dei baroni Penna tanto è stato scritto e tantissimo altro ci sarebbe ancora da scrivere, tenuto conto del ruolo da protagonista che ha avuto nella storia sociale, politica ed economica della città di Scicli, e non solo, negli ultimi 400 anni. Ci sarebbero da raccontare molte storie di rilievo che riguardano esponenti della mia famiglia, di persone che grazie al loro genio e alla loro illuminata cultura hanno contribuito in maniera consistente alla crescita di una intera città, chi facendo del bene al prossimo, chi perdendo la vita in giovane età per i propri ideali rivoluzionari e repubblicani (Stanislao Penna), chi contribuendo alla costruzione di chiese per la comunità di cui ancora si ammirano la bellezza e la grandezza, chi donando case e beni aiutando i più bisognosi e molto altro ancora.
Dopo questa premessa appare chiaro come “la via che porta il nome della famiglia di mio marito” sia per l’appunto la via Penna e non la via Sinacciolo e che tale nome ha perché per molti anni i baroni Penna hanno avuto la residenza nel palazzo, tutt’oggi di mia proprietà, sito tra la via Penna appunto e la via Duca d’Aosta. Palazzo quest’ultimo, come tutti gli altri, nel quale hanno sempre e continuato a dimorare eleganza, signorilità e sobrietà e dove non hanno posto “atmosfere barocco-kitsch inquietanti” o ostentazioni dei propri metri quadri.
Vi ringrazio per l’ospitalità che riserverete alla superiore precisazione e Vi invio i migliori saluti.
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