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08/04/2011 19:32

La libertà della parola, Memoria e cecità di Riccardo Emmolo

Sabato 9 aprile

di Redazione

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Riccardo Emmolo
Riccardo Emmolo

Scicli – Sabato 9 Aprile alle 19 presso il “Brancati” di Scicli (Via Mormina Penna)  Giuseppe Pitrolo presenterà il libro “Memoria e cecità” di Riccardo Emmolo. 

Presentiamo qua la recensione di Emanuela Pitrolo

 

Riccardo Emmolo ha raccolto alcuni suoi saggi critici nel volume Memoria e cecità, pubblicato da Moretti e Vitali, il cui titolo si riferisce ad Argo il cieco di Bufalino.

I testi di Riccardo Emmolo scardinano l’idea tradizionale di critica come analisi di particelle di testo, come invenzione di formule, per esprimere, piuttosto, il gusto della casualità e la pura bellezza della narrazione, anche se  priva di un senso compiuto (Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe scrive Montale).

Così nel primo saggio, dedicato a Meursault, protagonista de Lo straniero di Camus, Emmolo pone l’accento sulla contemplazione senza scopo di questo personaggio che dal balcone, da una prospettiva, dunque, distaccata, osserva il cielo e i passanti. Non c’è da arrovellarsi a cercare spiegazioni: quello è, semplicemente, il suo modo di essere al mondo e lo capisce bene chi vive lo stesso atteggiamento, estatico e profondo, pur se apparentemente fermo sull’esterno. E’ illogico, è irrazionale, eppure possibile, esserci senza partecipare, sentire intensamente pur dal distacco, con la trasognata, semplice lucidità di Meursault.

Lo capisce bene chi viene raggiunto dalla letteratura, come osservava il prof. Antonio Sichera nella presentazione modicana di Memoria e cecità, individuando in questo legame esistenziale l’importanza di certe pagine, capaci di svelarci a noi stessi, di raggiungerci offrendo forma concreta alle nostre emozioni.

Evidente è, a proposito, nell’opera, la scelta libera degli autori, non guidata da raggruppamenti schematici di periodo, correnti, etc. ma dal gusto personale. Una scelta soggettiva e, dunque, autobiografica (frequentemente lo scrittore utilizza la prima persona), che vola da Quasimodo a Henry Miller, da Nietzsche a Leopardi, a Baudelaire, fino a evocare la pittura di Guccione e la poesia di Giuseppe Conte, definito giardiniere e astronomo dell’Anima.

Perché la letteratura fa volare: offre il meraviglioso potere di creare corrispondenze spirituali e di trasportarci nel tempo facendoci compiere un viaggio interiore, senza confini. (Ho dimenticato chi sono e dove sono scrive Primo Levi, nel lager, ma ricordando i versi che Dante dedica al folle volo di Ulisse).

Così il vento nella poesia di Quasimodo trasporta Riccardo Emmolo fino all’ Ascesa al monte Ventoso di Petrarca e al dolce naufragio di Leopardi ne L’Infinito, per fargli notare come a Quasimodo, però, la dolcezza finale è preclusa perché il poeta sale e precipita allo stesso tempo, nella dimensione inquieta della vertigine.

Nella Lettera a Piero Guccione, i cui luoghi iblei sono gli stessi di Riccardo, si sottolinea che, se il pittore sembra aver compiuto un lento viaggio dall’interno […] all’esterno, tuttavia la materia si alleggerisce, sfuma dal visibile verso l’indistinto: nei pastelli dedicati a Tristano e Isotta si stempera nella luce, in quelli della facciata di San Giorgio il barocco rivela una bellezza essenziale. Finchè si arriva al mare, il liricissimo mare di Guccione, che sembra fondersi con il cielo e l’orizzonte, per annullarsi e vivere nella sola luce. In quell’ultima sfumatura (il raggio verde?) che è già al di là del visibile ma non vuol perdersi nell’invisibile.

La prosa di Riccardo Emmolo è percorsa dal lirismo, spesso ripudia la ragione: della scrittura di Henry Miller pone in rilievo la fisicità prepotente e la conoscenza per istinto, emozionale piuttosto che logica.

E nelle pagine su Leopardi esalta il legame tra poesia e musicalità più che quello, tradizionale, tra poesia e pensiero. Si dichiara stregato dai versi del poeta per la loro funzione di mantra e conclude scrivendo: la poesia rappresenta un naufragio salutare per la ragione, una pausa ristoratrice […] La ragione ha bisogno, di tanto in tanto, di mollare gli ormeggi, di lasciare che il respiro si faccia pian piano musica, di cantare.