Comunicazione già inviata ai comuni iblei
di La Repubblica


Pozzallo – La Transunion ha già annunciato ai comuni iblei che a fine aprile inizierà a sondare il fondale dello specchio d’acqua davanti a Pozzallo, a 27 chilometri dalla costa. L’Audax, invece, di sonde non ha più bisogno: in estate, si legge sul suo sito web, potrebbe cominciare a trivellare a 13 miglia da Pantelleria. Non molto lontano, nei dintorni delle Isole Egadi, anche la Northern Petroleum riscalda i motori delle sue piattaforme.
Sotto l’ombra dell’inferno libico e quella di un possibile blackout energetico, la primavera delle trivelle sul mar Mediterraneo – esorcizzata dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo che prometteva di difendere a spada tratta il Canale di Sicilia, costi quel che costi – è oramai alle porte.
Secondo i dati delle associazioni ambientaliste, sarebbero più di cento i permessi di ricerca di idrocarburi richiesti o vigenti nel Mediterraneo. Alcuni concessi a un tiro di schioppo da sabbie dorate e banchi corallini. Le piattaforme, che – secondo quanto riportato dai bollettini pubblicati sui siti delle compagnie petrolifere – potrebbero già entrare in azione tra poche settimane, confermano i timori manifestati negli ultimi mesi dagli ambientalisti: il decreto anti-trivella, firmato e fortemente voluto dal ministro Prestigiacomo, emanato lo scorso 26 agosto, non servirà a proteggere le acque del Mediterraneo.
La Northern Petroleum lo sa e lo scrive: “La legislazione italiana che vieta le trivellazioni off-shore entro le 12 miglia dalla costa – si legge nel comunicato – avrà un effetto irrilevante sugli assetti della compagnia”. Così, in barba al no della Regione e a quello dei sindaci, la Northern fa sapere di poter estrarre dai suoi giacimenti ben 4 miliardi di barili che tradotti in quattrini significano 400 miliardi di euro nelle tasche dei petrolieri. Briciole o nulla per lo Stato italiano dove le royalty che le compagnie minerarie lasciano al territorio dove estraggono senza imporre franchigie arrivano a malapena al 4 per cento contro l’85 di Libia e Indonesia, l’80 di Russia e Norvegia, il 60 in Alaska, e il 50 per cento in Canada.
“Al di là dell’aspetto ecologico, per l’Italia le trivelle sono anche antieconomiche” spiega Mario Di Giovanna, portavoce di “Stoppa la Piattaforma”. “Se ci adeguassimo agli standard delle royalty degli altri paesi, facendo i conti della serva, potremmo estinguere, solo con una minima parte del canale di Sicilia, il 25 per cento del debito pubblico italiano”.
In Italia, la franchigia per le piattaforme off-shore è di circa 50.000 tonnellate di greggio l’anno, equivalenti a 300 mila barili di petrolio. Sotto questo tetto di estrazione, le società non sono tenute a pagare nemmeno l’esiguo 4 per cento di royalty. La piattaforma Gela 1, a 2 km dalle coste siciliane, dal 2002 al 2008 ha prodotto petrolio e gas sempre sotto la soglia di franchigia. La Prezioso e la Vega producono invece il doppio oltre il limite (circa 100/120 mila tonnellate), pagando la franchigia solo per la metà della loro produzione. Forti delle agevolazioni fiscali italiane, le società le decantano ai loro investitori. A pagina 7 del rapporto annuale della Cygam (società petrolifera con interessi nell’Adriatico) si parla del nostro paese come il “migliore per l’estrazione di petrolio off-shore”, sottolineando la totale “assenza di restrizioni e limiti al rimpatrio dei profitti”.
Intanto Atwood Eagle, la contestatissima trivella dell’Audax che dall’11 luglio scorso galleggiava a 13 miglia dalle coste di Pantelleria, dopo un temporaneo abbandono dell’area, tra qualche mese potrebbe riprendere i sondaggi, mentre Shell ha già detto di aspettarsi dal Canale di Sicilia 150mila barili al giorno. Qualche settimana fa la Transunion Petroleum Italia ha inviato ad alcuni comuni della zona iblea, tra cui Pozzallo, Modica e Ragusa, un’istanza di avvio della procedura di valutazione d’impatto ambientale relativa ad un’area con un’estensione di 697,4 km quadrati, situata nel Canale di Malta. Le autorità locali hanno tempo fino al 27 aprile per le dovute osservazioni.
Il decreto anti-petrolio potrebbe non salvare nemmeno il mare agrigentino, dove la Hunt Oil Company ha avanzato una richiesta di permesso a poche miglia dall’Isola Ferdinandea, una delle tante bocche vulcaniche di un massiccio complesso sottomarino: il regno di Empedocle, l’Etna marino, il gigante sommerso che fa ancora tremare i fondali.
L’on.le Ammatuna sulle trivellazioni nel mare antistante le coste siciliane: “è utile per i territori correre il rischio di subire danni ambientali per ricevere in cambio una sorta di elemosina?”.
“Apprendo da notizie di stampa che a breve potrebbero cominciare i sondaggi per la ricerca di idrocarburi nello specchio d’acqua antistante la città di Pozzallo. Non intendo assumere aprioristiche posizioni di chiusura nei confronti di questa attività. Purtuttavia è innegabile la mancanza di coinvolgimento dei territori, limitrofi alla sede di estrazione, prima del rilascio dei permessi di ricerca. Non può essere considerata tale, infatti, la sola possibilità concessa alle autorità locali di presentare osservazioni alla procedura di valutazione di impatto ambientale. Sarebbe estremamente riduttivo pensare di assolvere tale compito soltanto attraverso la partecipazione ad un procedimento. E’ la gente, sono i cittadini direttamente che devono poter esprimere la propria opinione, manifestare i propri dubbi, porre i loro quesiti. Sono anche loro, se non soprattutto loro, ad avere il diritto di conoscere preventivamente a quali rischi va incontro il loro territorio e quali possono essere i vantaggi che deriveranno dall’attività estrattiva. Pur non volendo scendere in considerazioni di carattere tecnico, è indubbio che i rischi esistono, tant’è che è stato emanato un decreto anti-trivelle da parte del Ministero dell’Ambiente, anche se non sortisce effetto per le acque del Canale di Sicilia e che la Regione Sicilia e molti comuni hanno manifestato il loro diniego a questo tipo di attività. Anche per quanto riguarda le eventuali ricadute economiche sul territorio, derivanti dal pagamento delle royalties da parte delle compagnie petrolifere, siamo davanti ad importi irrisori rispetto alle percentuali che impongono le altre nazioni. A questo punto, il quesito che mi pongo è il seguente: è utile per i territori antistanti l’attività estrattiva correre il rischio di subire danni ambientali che inciderebbero negativamente sull’attività turistica e sulla salvaguardia ambientale per ricevere in cambio una sorta di elemosina? A questa domanda dovrebbe essere chiamati a rispondere i cittadini”.
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