Cultura
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29/05/2011 17:08

Le cose devono avere lo stesso numero di ruote per camminare insieme

La storia inventata di due campioni di umanità

di Giuseppe Savà

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Ape Piaggio
Ape Piaggio

Vigata – Filippo e Gregorio. Erano due fratelli di Vigata, pescivendoli. Non proprio pescivendoli. Erano qualcosa di più.
Filippo, camicia nera aperta sul petto villoso, anelli e collane d’oro, capelli ricci, tinti di nero seppia.
Gregorio, enorme, pachidermico. Cieco.

Viaggiavano, insieme al loro carico di pesce rigorosamente vecchio di tre giorni, su una motoape con cui la domenica pomeriggio facevano il loro ingresso trionfale al Bonetti Alderighi, lo stadio, per sostenere il Vigata calcio.

Filippo raccontava la partita al fratello cieco, e la sua telecronaca era più irresistibile di una gag di Franchi e Ingrassia.
Filippo alla guida, Gregorio sul cassone posteriore del pick up a tre ruote.

Accanto a Gregorio c’erano sempre le cassette di pesce. Sempre tranne la domenica pomeriggio, quando si andava allo stadio, per la partita.

Una scena usuale a Vigata fino agli inizi degli anni novanta. 

Ero fresco di patente e tornavo dal Kanguro Maxi di Playa del Sol. 
Mariadora era bella e supponente.
Sapeva di piacermi e se la tirava.
Ero impacciato e timoroso di fare brutta figura.
Passammo il sabato notte in discoteca. Alle due e mezzo lei fu perentoria, come Cenerentola: “Peppe, accompagnami a casa”.

Salimmo sulla Thema di mio papà, e senza dire nulla mi incamminai sulla Playa-Donnafugata-Vigata, lasciando a Battiato il compito di parlare per me.

“Saturday night I’m a dreamer,
I can’t live without you
on my own, lies a photograph,
please come back and stand by me”

All’altezza di contrada Piattaforma, come la chiamano a Vigata, una sagoma, un’ombra balenò sulla carreggiata.
Un uomo chiedeva aiuto. 
Mi fermai spaventato, Mariadora più di me.
Era Filippo. 

L’Ape Piaggio non voleva saperne più di muoversi.
I due fratelli erano stati a rifornirsi di pesce, dalle “varcuzze”, a Donnafugata.

Filippo davanti, Gregorio, sul cassone, dietro, insieme alle cassette di sogliole. 

“Maestro, mi traìna?”, chiese Filippo guardando il gancio della mia Thema.
“Certo”, risposi, mosso a pietà cristiana e chiedendo scusa a Mariadora per questo imprevisto e poco glorioso finale di serata.
Li agganciai. Io davanti, loro dietro.  
Era notte alta e c’era un silenzio che si tagliava a fette.  

“Siggnor Lei, caminassi aciddu” mi diede istruzione Filippo gridando dal megafono con cui vanniava.

Ci incamminammo.
Tutto andò bene fino alla curva della Cirasedda.

La Thema è un’auto, l’Ape è un’Ape.
Quel trabiccolo carico di pesce, Filippo nella cabina, a darmi istruzioni in vigatese stretto, Gregorio dietro, nel cassone, tra le sogliole, non superò lo scoglio della prima curva. Si inclinò sul fianco sinistro, e cappottò violentemente a terra. 

Io e Mariadora subito a soccorrerli.
Nella notte si sentì un grido di disperazione.
Gregorio, tra calamari e sarde, si dimenava a terra. Filippo intrappolato nella cabina aveva lasciato il megafono aperto:

“Comi n’ammazzarru, comi n’ammazzarru!!” gridava… Per fortuna, non si fecero nulla di grave.
Li ho rivisti al cimitero, qualche anno dopo.
Morti in rapida sequenza, a distanza di qualche mese, per malattia: mi ricordai di loro come di due campioni di umanità.  
Li avevo persi di vista, come avevo perso di vista Mariadora. Seppi che si era fidanzata con un altro. Ma io ricordo con rimpianto quella notte in cui imparai che le cose devono avere lo stesso numero di ruote per camminare insieme.