Cultura
|
11/09/2011 18:00

Il lupo e la luna di Pietrangelo Buttafuoco

L'ultima fatica, edita da Bompiani

di Michele Fronterrè

Pietrangelo Buttafuoco
Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco è in libreria con Il Lupo e la Luna (edizioni Bompiani). Una storia favoleggiante, nella forma de “i cunti”. Quei racconti che venivano tramandati oralmente da cantastorie che nelle piazze di paese come i pupari, personaggi senza tempo, cuntavano di fatti, gesta, amori di un tempo che fu e che forse non fu mai. Fatti che, nel loro vivido racconto,  diventavano verosimili. Veri.

Il Lupo e la Luna è il racconto di Scipione Cicala, Cicalazadè. Gran Vizir della forze armate  ottomane che invadono la Sicilia. Scipione, un Cicala, figlio della più importante famiglia di Messina. Figlio di Visconte Cicala e di Donna Lucrezia. Nato e cresciuto a palazzo Cicala, rapito da Dragut e fattosi ottomano. Rapito, torna a riprendersi la sua Messina da rapitore.

Cicalazadè è pirata, generale, ammiraglio, cavaliere, marinaio, rinnegato. Ufficiale, bandito, giannizzero. E’ tutte queste cose assieme. Perché in lui, come in ogni uomo, la vita è l’equilibrio indifferente di istinto e ragione. Il cuore pulsante del lupo imbrigliato dentro l’uniforme della ragione.

Il lupo e la luna è la storia in cui gli opposti si attraggono. Gli opposti combattono, cozzano, urtano, si squarciano l’un l’altro con fendenti scagliati con sciabole saracene e spade cristiane. E’ tutto un rimbalzare, un capovolgersi. La preda diventa predatrice. Il rapito  diventa rapitore. Il fratello Menico che è anagramma di nemico. La luna che è prima falce e poi globo che tutto comprende. La pioggia che è insidia, ed un istante dopo la goccia all’interno della quale vedere il proprio passato.

 Scipione è uomo che compie il suo ciclo esperienziale. Fatto di cerchi concentrici. Raffigurati dalle rotte seguite al comando della flotta ottomana mentre compie le sue scorribande nel Mediterraneo.  

Lo sfondo è la Sicilia. Come diceva Sciascia, dalle coste indifendibili. La più grande fonte di bellezza da una parte, la più grande fonte di debolezza dall’altra. L’arricchimento della cultura che comprendeva altre culture, quelle dei tanti che vi approdavano. L’umiliazione, i soprusi, la distruzione dei conquistatori.

Lo sfondo è la Sicilia delle tre valli. Val Demona, Val di Noto e Val di Mazara. Quella dei cartografi prima di Mercatore. Meno triangolare e più rotonda. Che Scipione doppia più volte al comando della sua flotta. Facendo vela secondo i favori del vento. Ora risalendo il Tirreno, ora costeggiando il Mediterraneo dall’Isola di Capo Passero a Capo Lilibeo. Con in mente il ritorno. A Messina che era terra, casa, madre, nutrice. Quel desiderio, carsico, del ritorno che ricorda la “legge dell’appartenenza” di cui parla Mario Sgalambro sui titoli di coda di Perduto Amor di Franco Battiato. Quel diritto che la Sicilia, attraverso una forza che ha del magico e dell’inspiegabile, esercita su coloro ai quali ha dato i natali.

 

E poi c’è la Sicilia dell’entroterra. Del Monte Altesina, lontano dal Mare, dove Scipione ha lasciato la sua Selene. La sua Luna. Cui ritorna e nella quale sparisce, – poiché se qualcuno è in possesso di grande ardimento, non sente poi alcun timore – perché – poiché il mondo passa, passa tu stesso di là.  

E infine, c’è il lungomare di Donnalucata, dove tira sempre un vento forte. Fortissimo. E che proprio quando il cantastorie giunge alla fine del cuntu si porta via il canovaccio dove u cuntu stava scritto. Sparendo tra cielo e mare.

 

L’equipaggiamento linguistico ha i colori, la varietà, l’esotico del mercato delle spezie di Istanbul, là, sotto la Torre di Galata.  Un linguaggio che è barocco. Pieno di orpelli. Che è combattivo, guerrafondaio perché è la lingua degli opposti che lottano sulla pagina dallo sfondo esotico. Ci sono gli archibugi dai calci di avorio, le picche vuote di arabeschi, ma anche sete cangianti decorate con mezzelune. C’è la natura che è un dilagare di topi, rospi, ramarri, mosche, bisce.

 

Il miglior complimento che si può fare a questo libro è la sua capacità di darsi ad un pubblico molto vasto.

Può essere raccontato alla sera, prima di andare a dormire, ai bambini. Può essere la lettura adolescenziale, fantastica ed avventurosa, quella tipica del romando di formazione. Incontrando il gusto del letterato, del filosofo, di colui che indaga sui mille rivoli della convivenza tra islam e cristianesimo là nelle remote sacche della storia in cui la Pangea era anche del pensiero.