di Redazione
Perdonate il mio lungo silenzio, ma sono stato alle prese con una dura realtà americana.
Dopo tante peripezie, forte stress, senso di sconforto e spese incontenibili, adesso mi trovo a San Francisco, dove ho preso in affitto una camera per un mese.
Ho visto i bambini, solo tre volte. Li vedo presso un centro a pagamento che si chiama Terra Firma, $60 per un ora e 100 per due. In California senza una macchina ti muovi molto poco, per raggiungere il luogo devo prendere un treno per un viaggio di circa 50 minuti; poi un taxi per percorrere altri circa 3 miglia (5 km).
Arrivato lì, ci collocano in una stanza illuminata al neon, che a volte puo’ essere stretta e lunga come un corridoio, arredata solo di tavoli e sedie. Siamo costantemente sorvegliati, anche dentro ai gabinetti: una donna che ha quasi nulla di femminile ci tiene gli occhi e le orecchie addosso e scrive la qualsiasi cosa facciamo o diciamo.
Le comunicazioni possono avvenire solo in inglese. Anche un libro in italiano è proibito da leggere (ne avevo portati tanti dall’Italia, ma sono rimasti in valigia). Per accedere ai loro servizi ho dovuto firmare un contratto dai contenuti fortemente intimidatori. Il nostro non è sicuramente un caso estremo come vogliono considerarlo; siamo solo un padre e due figli che si vogliono molto bene, che sono molto legati reciprocamente e che hanno sempre vissuto assieme ogni istante della loro vita.
A Terra Firma di fatto si combinano le visite tra figli e genitori con seri problemi di violenza, alcool, demenza, droga… In una stessa stanza di solito avvengono più incontri contemporaneamente. Nel primo incontro, avvenuto il 23 Febbraio, nonostante tutto, era evidente la grande gioia dei fratellini Amore nel rivedermi. Le due ore sono volate in un baleno: tra apertura di regalini dall’Italia e disegni per papà. E’ stato così difficile dovergli parlare in inglese.
Al momento di andare via N. è diventato tanto triste: non voleva lasciarmi. Quel posto è davvero angosciante, l’atmosfera e’ proprio da visita ai prigionieri. I genitori che incontrano i figli mi fanno pena e anche io mi faccio pena ad incontrare i miei figli lì. I bambini spesso all’improvviso si fermano nella loro attività del momento, guardano gli altri nella stanza e gli cala in faccia l’espressione di chi si sente vittima di un grave inganno messo in atto dagli adulti. E è troppo intelligente, è certo che non gli sfugge nulla di questa situazione paradossale. Questo gli stanno regalando sua madre e la legge americana. Non e’ giusto che vivano una simile esperienza: questo è fargli male fino in fondo.
Al secondo incontro E. e N. erano poco contenti di rientrare lì, c’ho messo una ventina di minuti per instaurare un clima di sorrisi e complicita’ come al nostro solito. Durante la visita E. mi ha ripetuto diverse volte la parola “noioso” riferendosi alle cose che fa a scuola o a casa, è davvero triste che un bambino di 6 anni parli così. A me non è dato dire niente, nessun commento, mi è consentito solo di parlare di presente dei bambini, nè di passato nè di futuro e meno che mai di Italia, ma solo di felicità in America. Ho ancora con me i disegni coi pensierini dei compagnetti di scuola di E. e di N. che avevo messo in valigia qualche giorno prima di partire da Ispica, il mio avvocato però mi ha sconsigliato vivamente di darglieli prima dell’udienza.
Ogni gesto di questo tipo viene subito inteso come attentato alla serenità dei miei figli e l’avvocato di lei non aspetta altro che motivi di questo tipo, per dimostrare che sono un padre inidoneo.
Dopo gli incontri tento di parlargli al telefono, per poterlo fare in italiano e per dargli il coraggio e lo stimolo di volermi rivedere. Innanzitutto devo fare i conti con l’ottuso ostruzionismo della madre: nessuno in quella casa prende mai il telefono, non faccio altro che trovare segreterie telefoniche al posto delle persone, e dire che chiamo sempre negli orari in cui per forza devono essere in casa.
Inoltre è evidente che per E. e N. è una situazione difficile: non c’è nulla di bello nell’incontrare un padre in questo modo, o nel vivere una tale separazione; e’ subito chiaro, specie al momento di salutarci (allo scadere delle due ore) che ci troviamo dentro a un meccanismo assurdo e disumano, ci atteniamo silenziosamente a un regolamento disciplinare e ci sentiamo svuotati delle nostre persone. Ieri E. non ha voluto parlarmi al telefono.
Ed ha ragione, figlio mio. Purtroppo questa è la tristezza dei figli di divorziati male. Figli di una madre il cui egoismo e la perfidia non si fermano davanti a nulla, che si è convinta di voler prendere ogni diritto sui bambini e addirittura rimandarmi a un programma-percorso di riabilitazione come genitore.
N. l’ho trovato piuttosto dimagrito, lui è sicuramente più spensierato di suo fratello, ma ogni volta che mi vede o sente (lui con me al telefono ci vuole parlare) mi esprime tanta emozione. Adesso fa già fatica a parlare la nostra lingua, ma mi abbraccia sempre con tanta voglia di non lasciarmi andare.
testo di papà Carmelo.
(E. 6 anni; N. 4 anni)
Qui siamo pronti alla battaglia di martedi’ prossimo davanti al giudice. L’avvocato di qua mi ha pero’ detto che ex-parte tenderà a non farmi perdonare dalla giustizia americana quello che loro intendono grave atto di “kidnapping”. Io non ho rapito nessuno, tantomeno i figli di cui mi sono sempre occupato mentre la madre era totalmente dedita a se stessa e alla sua comunità new age.
Carmelo Amore
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