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26/03/2012 21:13

Carofiglio: Il potere delle parole può cambiare il mondo

Incontro coi lettori

di Elisa Mandarà

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Gianrico Carofiglio a Ragusa
Gianrico Carofiglio a Ragusa

Ragusa – Qualcosa di nuovo forse c’è, sotto il sole. Se la biblioteca civica di una città si satura di presenze attive, di ragazzi, intervenuti alla presentazione dell’ultima fatica di Gianrico Carofiglio, “Il silenzio dell’onda”.

Perché è particolare di sostanza il fatto che, come dichiara l’assessore alla Cultura di Ragusa Sonia Migliore, promotrice della manifestazione, “siano le istituzioni ad aprire le porte alla cultura viva”. Sui sensi di una letteratura densa e avvincente, come comprova il prestigio dei premi negli anni collezionati da Carofiglio, oltreché il dato numerico delle migliaia di vendite, s’intrattiene con noi l’autore.
Magistrato, scrittore, politico. Esistono relazioni tra i versanti della sua attività?
«Individuo un elemento forte in comune: il potere delle parole di cambiare il mondo. Con la scrittura delle leggi e la comunicazione onesta ed efficace verso chi deve votare, da parte del politico, con un’interpretazione delle leggi corretta, del giurista, con l’uso delle parole giuste per raccontare, dello scrittore».
Quali valori etici e civili lei affida ai suoi personaggi?
«Amo raccontare personaggi ampiamente imperfetti, come siamo tutti, capaci, al momento delle scelte cruciali, di decidere da che parte stare. Contesto l’idea un po’ provinciale per cui quello che è interessante dal punto di vista letterario è il racconto della parte peggiore di noi. Trovo che sia altrettanto affascinante la parte migliore umana, la possibilità del riscatto».
Pensa che l’intellettuale debba coltivare l’impegno e che l’arte possa salvare il mondo?
«La bellezza può aiutare a salvare il mondo. Sul concetto di intellettuale impegnato, io non amo l’idea di una scrittura narrativa che proceda per tesi. Mi piace l’idea di uno scrittore che ha una storia da raccontare, con personaggi veri, e che nel narrare cali tutte le sue prospettive, ivi incluse quelle morali, civili, politiche».
Esiste un fil rouge robusto, nella sua opera, esplicito nella materia saggistica dell'”Arte del dubbio”: la riflessione sul concetto di verità…
«Io propongo un gioco quando parlo della verità, sintagma che si presta a numerosi anagrammi, come ‘rivelata’, ‘evitarla’, ‘relativa’. Ognuno contiene un’opzione filosofica di verità: ‘rivelata’ allude a una dimensione metafisica. ‘Evitarla’ a uno scetticismo radicale. Mentre ‘relativa’ è la mia idea: una pluralità di verità, in relazione ai punti di vista, e la necessità della discussione, per arrivare a un concetto condiviso di verità”.
Con “Testimone inconsapevole” lei ha inaugurato il thriller legale italiano. Quali materiali, biografici o di lettura, vi sono confluiti?
«Col primo romanzo ho scelto un’ambientazione giudiziaria, a me familiare, per vincere la paura di cominciare l’avventura di costruire un mondo. Molti materiali che vengono dal mio lavoro giudiziario sono entrati nei miei libri. Anche se ho scritto molte storie usando il punto di vista dell’avvocato difensore. La dimensione romanzesca per me è dipesa dunque dal cambio di prospettiva. Proust diceva che il vero viaggio di scoperta non è vedere posti nuovi, ma avere occhi nuovi. Rappresentare quel mondo che mi era noto da un’altra prospettiva è stato dotarmi di occhi nuovi: la base della narrazione».
E in questa ricerca del tempo perduto come colloca la metafora dell’onda, che troviamo nel titolo del suo ultimo romanzo?
«Anzitutto è l’onda vera dei ricordi di Roberto. Poi è una metafora, come risulta esplicitamente da una conversazione tra Roberto e il suo terapeuta. In più le onde, come entità reali, a me piacciono tantissimo. Sono oggetti poetici».

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