Gio-gio-gio-ia
di La Repubblica
Agrigento – Vinicio Capossela ama le musiche che non hanno paura di affrontare i guai e le conseguenze dell’essere se stessi. Il cantautore descrive il “Rebetiko”, la sua nuova pregevole sfida artistica, come un modo d’intendere la vita. Quando parla della Sicilia apre uno scrigno di ricordi e di vivide immagini tanto da darti la sensazione di respirare l’essenza dell’Isola.
In quale circostanza Capossela s’innamora la prima volta del Rebetiko?
“In un viaggio del ’98 in cui ci fu una deviazione a Salonicco. L’imprevisto, la deviazione, spesso sono un regalo in più che ci fa la vita. Mi colpì l’aria da cospirazione, una specie di girone per iniziati, e mi conquistò il senso di voluttà e di liberazione della musica, questo buttarsi nel dolore per attraversarlo danzando, invece di tenerlo a parte dalla vita. Mi sembrò che più che una musica fosse un modo di prendere la vita con quel senso della dignità, quell’orgoglio anche nell’errore, nella sconfitta. E poi il valore della verità, dire le cose così come sono. Non importa se hai sbagliato, ucciso, tradito, se ti sei drogato. Però tu sei l’uomo che dice la verità in un mondo di bugiardi. Questo è il modo di essere del mangas. Mio nonno a suo modo era un mangas. E poi rebetiko fa rima con bisbetico, con qualcuno che ha una qualche rogna”.
Un disco suonato in Greco nell’anno delle Olimpiadi: suona come “vi ricordate che abbiamo un’origine”?
“La rebetiko ginnastika è un modo di fare esercizio d’identità. L’abitudine al consumo occlude il canale di trasmissione tra l’origine e il presente. In Grecia si prova tanto questo senso di pericolo dell’identità. La si perde in cambio di cosa? Chi siamo una volta che ci si toglie quello che abbiamo? Pasolini quarant’anni fa queste cose le aveva già dette tutte queste cose”.
Ha dichiarato: “siamo uomini non solo consumatori e non abbiamo paura di consumare la vita”. È una stilettata a chi ci propina in tutte le salse la parola “crisi”?
“E’ una bella trovata terrorizzare tutti costringendoci a sentirci sull’orlo della catastrofe, continuamente . “Ecco state tutti per perdere i vostri risparmi, perciò la cosa che conta di più è salvare le banche”, per esempio. Nessun tono del genere è stato riservato a beni collettivi, come la scuola, la salute, il lavoro. Tutte voci ugualmente assimilate nella più corposa voce spesa, da tagliare. La parola crisi significa divisione ed il primo risultato è proprio dividere la gente e avere paura. Crisi però potrebbe anche essere l’occasione per cambiare le cose, farle in maniera diversa. Uomini significa un proprio modo di vedere le cose, un modo di attribuire dei valori”.
La musica è il suo porto o è il modo per approdare in luoghi sempre nuovi?
“Gli strumenti musicali sono come imbarcazioni. Servono per affrontare il mare del sentimento, del ricordo, dell’immaginazione. In greco la cassa armonica degli strumenti a plettro si chiama skafo. Non è bellissimo? Imbarcazione e cassa armonica vengono dalla stessa parola. Dunque la musica è in un certo senso un ” mezzo di trasporto”. I porti sono i luoghi dello scambio, della taverna dell’approvvigionamento. Una canzone una volta arrivata in porto può cambiare lingua, ma l’anima rimane la stessa. I porti sono per le musiche quello che è il polline per i fiori”.
Quali immagini contiene il suo album di ricordi siculi?
“La prima volta che ho visto la statua del Cristo risorto correre sulle teste della gente di Scicli. Mi apparve come un Cristo da corsa, come i tori liberati per le strade di Pamplona nei racconti di Hemingway. E poi la banda che gli correva dietro suonando a perdifiato un solo pezzo, il Busacca, per due giorni di fila… e la gente che gridava Gio- gio- ia! E poi i sollevatori di ceri nella festa di sant’Agata a Catania, le strade ricoperte di cera e i ” semu tutti devoti tutti”. I primi concerti, vent’anni fa, alla tonnara Florio a Palermo, o sotto il pilone di Messina sullo stretto. Tutte le chiacchiere col mio amico Jacopo Leone. E ancora, il mercato del pesce di Catania. Ma il ricordo più bello mi sto preparando a viverlo venerdì al teatro greco di Taormina: vedere e ascoltare il mito in persona, il grande Psarantonis da Creta, suonare la sua lira ed emettere i suoi versi ancestrali. Con me sul palco una sola volta, come tutte le cose uniche”.
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