Europa e infrastrutture
di Leandro Nigro


Modica – Siamo nel 2013 e quello che l’UE propone, in vista delle nuove politiche di programmazione per il periodo 2014-2020, ovvero di proiettarsi verso infrastrutture del futuro, che magari vedano come declinato ad opera obsoleta tutto ciò che è connesso all’utilizzo di petrolio e derivati, è un concetto che mi piace, che condivido.
Ma quando si tratta della mia terra, la Sicilia, inevitabilmente tutto quello che quell’affermazione di principio comporta non può che assumere un carattere di astrazione, surrealtà, di lontananza concettuale rispetto alle reali dinamiche locali.
E questo è dovuto soprattutto all’inerzia di questa isola: un’inerzia alimentata da enormi contraddizioni e dal conflitto interno dei suoi abitanti, tra amministratori ed amministrati, tra amministratori e “controllori di voto” (sì, definiamoli così), coloro che hanno tenuto sempre sotto scacco la vita di un’isola “isolata”.
E così, mentre noi pensiamo, giustamente, ad infrastrutture come l’aeroporto di Comiso, il raddoppio della Ragusa-Catania, l’autostrada Siracusa-Gela ed altre opere fondamentali, l’Europa riferisce asetticamente a Palermo che non ce le finanzia più perché sono opere obsolete, perché rientravano in politiche del passato che oggi non sono più prioritarie per la crescita dell’Europa Unita. Già, quell’Europa unita da un elastico, a volte tirato, altre volte rilassato.
E allora ci troviamo all’impasse. Dopo aver puntato le nostre migliori carte, non sappiamo quali politiche attuare. Da una parte sentiamo la necessità di realizzare opere che ci consentano di essere meno isolati, dall’altra l’Europa ci chiede politiche nuove, che è molto difficile attuare senza le precedenti. Questa contraddizione non fa che rendere plastico e definitivamente evidente quanto siamo rimasti indietro. Viviamo nel passato nella struttura e quindi anche nella sovrastruttura culturale. Degni di una pellicola 35 mm bianco e nero.
Quali risposte dare all’Europa? Si può crescere in un’ottica di sviluppo che esclude le opere discusse per anni fino ad ora?
Personalmente sono dell’avviso che lo sforzo necessario è superiore a ciò che siamo capaci di mettere in campo. Non possiamo non realizzare opere che ci connettano al resto del mondo, è ormai indifferibile. Resta solo da capire se per opere fondamentali intendiamo ancora autostrade ed aeroporti, legate inevitabilmente allo sfruttamento del petrolio, esauribile fonte d’energia, oppure volgiamo lo sguardo a nuove (o riscoperte) infrastrutture e politiche che vedano al centro la coesione e la condivisione di risorse, in accordo con il rispetto dell’ambiente e la competitività con il resto del mondo. Sto parlando di mezzi di trasporto sostenibili: i treni, per le lunghe percorrenze; i bus e le bici per gli spostamenti urbani; e altri media che rimando alle idee di voi che leggete, che certamente saranno più lungimiranti e propositive delle mie, soprattutto perché sto scrivendo di getto.
È questo che noi dobbiamo intendere per infrastrutture fondamentali: tutto ciò che ci permette di guardare oltre lo sfruttamento di risorse destinate a terminare, oltre il semplice usufruirne adesso, perché dovranno essere usufruibili anche per i nostri figli ed i nostri nipoti.
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