Lettere in redazione
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15/06/2008 02:56

Qui Mosca: Ho lasciato Scicli per inseguire Dostoevskij

di Redazione

Meteo: Scicli 15°C Meteo per Ragusa

Le pagine di “Delitto e castigo” scorrevano velocemente e gli interni delle case russe si materializzavano nella mia mente una dopo l’altra insieme agli odori, alle luci soffuse delle candele davanti alle icone bizantine, ai personaggi di gogoliana memoria e ai loro abiti spesso laceri, insieme ai loro sentimenti spesso dolorosi.
Dovevo assolutamente venire a constatare di persona cosa fosse sopravvissuto delle descrizioni dostoevskjiane nel 2003, e poi ancora due anni dopo.
Qualcosa c’era…gli odori, per esempio. Quelli delle zuppe a base di barbabietola e cavolo, quello di carne farcita di aglio, di frittura di crêpes alla marmellata che qui si consumano a colazione.
«Attenta al mal di Mosca – mi avvertì Claudia durante il primo viaggio -: esiste anche quello!»
E io mi sono ammalata, subito!
Da quasi due anni  ci vivo, non faccio più la studentessa/turista.
Non ho ancora finito di stupirmi di questa città: ho solo appena iniziato.
Tutto è enorme: strade, palazzi, stadi, piazze, negozi.
Talvolta si fa fatica a coprire le distanze nei tempi giusti: bisogna organizzarsi per bene, in tutti i sensi, sempre. 
Così, pian piano, ho imparato a conciliare gli opposti: magliette a maniche corte in inverno, indossate sotto chili di piumini e giacche, sciarpe, guanti e cappelli, maniche lunghe in primavera: difficilmente il sole scalda come da noi, in Sicilia. Il problema è che quando fa caldo è anche peggio che da noi: smog e cemento rendono l’aria irrespirabile.
L’inverno, no; non si possono fare confronti.
Nel novembre del 2006, un mese dopo l’arrivo, la prima timida neve coprì la strada e le automobili parcheggiate sotto il balcone del mio appartamento in periferia, rigorosamente russo, con due stanze da bagno (una per vasca e lavandino, l’altra per la tazza del WC) e una cucina minuscola, il pavimento di legno, la carta consunta alle pareti, due armadi a muro (li chiamano “tjomnye komnaty”, stanze buie), pochi mobili. Nell’entusiasmo quasi infantile di quello spettacolo inamidato, scrissi un messaggio a Claudia.
Mi rispose prontamente: “La neve coprirà e scoprirà molte cose dentro e fuori di te”.
Aveva ragione.
Non era mia abitudine vivere con quattro ore effettive di luce.
Ho notato molti particolari del quartiere in cui vivo solo quando è sopraggiunto il disgelo, sei mesi dopo il mio trasferimento.
Non rientrava nelle mie abitudini camminare (e scivolare) sul ghiaccio. Quando di notte la temperatura scende sotto i 20 °C, sulle strade si formano lastre dello spessore di diversi centimetri ed è curioso vedere gli spalatori spaccarli con i puntelli e caricarli sui camion come fossero pezzi di marmo.
E’ curioso ed emozionante percorrere vialetti alberati tra fitte tenebre la mattina alle otto nel più irreale dei silenzi in una città caotica per eccellenza: i moscoviti sono circa 14 milioni; qualcuno dice di più.
Tuttavia, i “varony” – cornacchie dalla stazza gallinacea- non demordono: resistono anche a quelle temperature e accompagnano con la voce gracchiante i passi felpati verso il lavoro.
Insegno italiano a bambini italiani e russi in età scolare, agli studenti dell’università e agli adulti dei corsi serali.
Qui l’amore per la nostra nazione è grande. Rispettati gli italiani.
Veder sorridere un moscovita in pieno inverno non è facile. Capita, per strada e nei lunghi viaggi in metro, di chiacchierare con una collega connazionale: loro allungano le orecchie uscendo dal torpore delle pellicce e dei colbacchi dalle più strane fogge e allargano un magnifico sorriso di simpatia.
Gli amici conosciuti qui pongono mille domande: vogliono sapere le cose più stupide e quelle più importanti, tutto insomma, quasi vivessimo in due mondi diversi.
Ma diversi lo siamo davvero e un po’ in tutto.
I moscoviti vanno già da tempo verso l’europeizzazione dei costumi ma qui si vedono ancora troppo frequentemente scene drammatiche di giovani e anziani alcolizzati addormentati sulle panchine o sui marciapiedi coi volti tumefatti dalle scorribande notturne dei neo-nazisti o illividiti dal freddo.
Troppi i mutilati che chiedono l’elemosina e la cui misera condizione esistenziale contrasta fortemente con il fasto comunista degli interni delle stazioni della metropolitana dove li trovi con la mano tesa e stanca, talvolta la sola mano rimasta.
Qui la polizia non protegge, intimida.
Qui la stampa è ancora fortemente pilotata e spesso avverti la presenza di un occhio invisibile che ti scruta. “Mantenete il lato sinistro”, vedi scritto in qualche corridoio della metro; mi dicono che l’invito non è finalizzato ad evitare ingorghi di pedoni frettolosi ma a favorire l’obiettivo delle telecamere di controllo.
Gli studenti con i quali lavoro evitano volentieri di esprimere opinioni politiche e pronunciano a bassa voce l’aggettivo “sovietico”.
Lo spettacolo della Piazza Rossa, però, è capace da solo di cancellare certe brutture della quotidianità locale.
Le facciate delle chiese e le loro cupole a cipolla, l’immensità dei parchi, l’allegria delle giovani generazioni, i colori sgargianti degli abiti estivi, l’imponenza delle “sette altezze” staliniane, l’eterno scorrere delle acque della Moscova e questo cielo perennemente mutevole che mi sovrasta riescono a dissipare le nuvole che talvolta si ammassano nell’animo di chi, come me, lontano dalla propria terra, ha scelto di vivere una realtà tanto dura ma ugualmente soddisfacente.
Stringere amicizia può essere difficoltoso: le distanze impediscono l’assidua frequentazione o la concentrano in spazi di tempo molto limitati. Ma se riesci a correre più veloce del tempo e a procrastinare qualche impegno, allora scopri con grande meraviglia quanto sia grande e caloroso l’affetto che un moscovita ti sa dare.

Scicli è lontana, un puntino sparuto nella piccola e rovente Sicilia.
Vista da qui, dal cuore palpitante della sconfinata “madre Russia” con gli occhi della memoria, attraverso i racconti della famiglia e per mezzo di una webcam, essa appare come una minuscola e innaturale oasi di pace.
Mi piace rievocare con gli studenti e con gli amici la bellezza delle nostre spiagge e raccontare delle nostre feste religiose, delle tradizioni culinarie; adesso vogliono la ricetta delle “scacce” della mamma! Alcuni di loro hanno cambiato programma e trascorreranno le vacanze estive in Sicilia; abbiamo promesso gli uni agli altri di rincontrarci sotto il mio sole afoso.
Con le amenità della nostra terra nei loro occhi e i sapori sopraffini ancora spalmati sui loro palati, con le pelli bruciacchiate dal solleone e qualche granello di sabbia tra i capelli ci rivedremo, poi, durante il dorato autunno puskiniano in attesa della candida neve di novembre, a Mosca.
                                                                                                                              Dasvidanija