di Redazione
Carissimo moderatore voglio fare riflettere il popolo del centro sinistra con l’editoriale di
Pietro Barcellona apparso il 24 giugno sul Giornale La Sicilia.
Ho conosciuto il Professore circa 15 anni fa a Pisa e per me è stato sempre un punto di riferimento politico.
La ringrazio,
Bruno Mirabella
Sinistra, esercito di sbandati
alleato con la borghesia cinica
Lamento per la scomparsa della sinistra, i cui leader non sono più nella mente del popolo
I risultati siciliani delle liste del centro sinistra sono più di una sconfitta: sono annichilimento, la dissoluzione di un pezzo di società che in passato
ha avuto un peso non piccolo nella costruzione dell’identità meridionale.
Non penso solo ai sindacalisti assassinati dai mafiosi mandati dai padroni, alle epiche lotte per la terra, ma anche al ruolo di costruzione di coscienza morale e di orgoglio umano, di intellettuali come Concetto Marchesi e come tanti altri che dai licei e dalle Università mobilitavano la passione politica delle nuove generazioni.
Gli ultimi risultati elettorali offendono questo ricordo, umiliano migliaia di compagni anziani, ma soprattutto segnalano un mutamento antropologico della base sociale della rappresentanza politica.
La sinistra scompare perché le facce dei suoi “leaders” non sono presenti nella mente del popolo siciliano.
Prima di diventare un segno sulla scheda elettorale, un partito e un candidato sono una “rappresentanza mentale”, un’immagine, un movimento delle labbra, uno sguardo, uno stile, l’incarnazione di un’idea.
Ricordo gli anni ’50 quando costringevo mio padre ad accompagnarmi ai grandi comizi.
De Gasperi in piazza Università, in una sera di pioggia fitta, sotto una ragnatela di ombrelli, il suo viso asciutto trasmetteva emozioni e pensieri a un pubblico in attesa di una speranza di futuro.
Togliatti in piazza Teatro Massimo, in una giornata di caldo sciroccoso rompeva il peso dell’aria con le sue parole secche e scandite: i compagni
fremevano.
Nenni ancora a piazza Università si toglieva il basco mentre parlava della irriducibilità socialista allo scambio mercantile del voto: non ci venderemo per un pateracchio ministeriale.
Era evidente lo sforzo di entrare in sintesi con i bisogni e i desideri popolari.
Oggi non ci sono più neppure i comizi e comunque chi parla al microfono non ha più la faccia per entrare in sintonia con il pubblico.
Manichini imbalsamati e linguaggi stereotipi.
Che delusione i candidati del centrosinistra!
Scendono in campo come i salvatori della Sicilia abbandonata e subito dopo si capisce che non credono a quello che dicono, che non sanno di che parlano e con chi parlano.
Ritornano alla mente le pagine di Concetto Marchesi sui contadini malati di malaria con una bottiglia di vino e un tozzo di pane in mano che tornano di sera in città dopo il lavoro nelle paludi di Lentini: è un pezzo di letteratura universale. Questo senso inaudito di sentire le offese degli altri offese a se stessi, alla propria dignità, questo sentirsi parte di un universo di sfruttati e manipolati è la poesia del dolore universale.
Nella politica vera non c’è retorica, né finzione mediatica; c’è il sentirsi partecipi di un’ingiustizia universale.
Dov’è oggi a sinistra questo sentimento di dolore e pietà per le frustrazioni, per le umiliazioni, per le sofferenze di tantinostri simili? Bisogna essere chiari e duri: la sinistra attuale ha come referente la parte più cinica della società italiana: lafascia di intellettuali senza vocazione, i garantisti del vecchio sistema di relazioni industriali, la borghesia più ricca e più protetta.
Non c’è più né il ceto medio, né il proletariato nuovo del lavoro precario, né le nuove generazioni che si affacciano a una vita senza ideali e senza principi.
La sua bandiera è un liberismo senza eticità che giustifica l’individualismo egoista e il rampantismo competitivo. I suoi campioni sono “facce inespressive” con i sorrisi dilatati di chi non crede alle cose che dice. Non c’è l’epopea dell’eroe sconfitto.
Non c’è alcun Ulisse che combatte contro le forze del male per tornare a Itaca, ma un gruppo di sbandati che cercano la salvezza personale. È ora di dire basta. Il paese ha bisogno di un’opposizione a Berlusconi. Ne ha bisogno per la vita delle sue istituzioni, per la necessità di ricostruire uno spazio culturale comune fra Nord e Sud, per uscire da una situazione generale di sfiducia nelle proprie forze, per superare le paure e le insicurezze che mortificano la creatività dell’intelligenza italiana e della sensibilità delle nuove generazioni.
Ma perché questo accada è necessario un appello alla lealtà verso il popolo: gli attuali gruppi dirigenti della cosiddetta sinistra debbono passare la mano: non sono più legittimati a chiamare a raccolta quel che resta del sogno di rompere il cerchio delle violenze fratricide e di aprire un nuovo orizzonte di pace.
La prima operazione necessaria per favorire un processo di ripensamento e riflessione critica è quella di smettere di usare Berlusconi come il nemico pubblico numero uno. Già molte voci si levano da sinistra per contrastare questa ennesima riproposizione del paradigma giustizialista.
È bene dire chiaro che se Berlusconi si muove sui temi della giustizia come un elefante in un palazzo di vetro, è anche vero che dal ’92 ci trasciniamo uno scontro improprio fra il circuito magistratura-sistema mediatico e il governo Berlusconi, che serve soltanto a depistare dall’attenzione ai problemi reali del paese.
C’è un problema giustizia che minaccia di trascinare il paese in una perenne instabilità. L’uso politico delle inchieste giudiziarie non può essere negato da nessuna persona seria.
La corporazione dei Pm, rappresentata da Di Pietro, è una lobby potente e autoreferenziale alleata al sistema mediatico per sole ragioni di potere. È necessario nell’interesse di tutti sottrarre la politica al ricatto di giudici e giornalisti spregiudicati. Riproporre, come La Repubblica, il tema della lotta al tiranno liberticida è una scelta falsa e perdente. Le leggi ad personam di Berlusconi sono una indecenza e uno sfregio alla Costituzione, ma la frequenza con cui alcuni magistrati italiani con grande risalto mediatico iniziano procedimenti penali contro esponenti di governo è di fatto una delegittimazione continua del voto popolare che non ha riscontro in nessun paese europeo. Berlusconi non è il fascismo. È solo un abile comunicatore che ha saputo costruire un messaggio per un blocco sociale (borghesia, ceto medio, proletariato) che avrebbe dovuto essere referente reale della sinistra. Paradossalmente oggi il popolo di sinistra vota a destra e non già perché è ottuso dalla televisione, ma perché trova le parole chiave di Tremonti più sintoniche di quelle di Salvati e di Ichino, che continuano a proporre un modello di liberismo che non ha alcun riscontro nella realtà. E qui tocchiamo un punto nevralgico: gli intellettuali del centro sinistra sono totalmente indifferenti alle paure e alle aspettative diffuse nella società. La società che hanno in testa menzionata dagli intellettuali di sinistra, a cui anche Merlo fa riferimento nel suo ultimo articolo contro Berlusconi, è la società dei salotti sofisticati dove si celebra la complimentosa complicità di chi si sente al riparo dalle temperie dell’esistenza quotidiana. Questi illustri pensatori del mercato concorrenziale e della trasparenza dell’impresa si sono mai posti il problema della muta disperazione di un emigrante approdato miracolosamente nelle spiagge di Lampedusa?
Conoscono il mondo aberrante dei giovani drogati che si sballano per provare qualche esperienza in un mondo disumanizzato dell’indifferenza generale?
Hanno mai guardato negli occhi un ragazzo che vive l’esistenza come un peso insopportabile perché non trova più amore in nessun rapporto con gli altri?
Cosa sanno i laudatori del libero mercato, che rimproverano a Tremonti di fare populismo di sinistra, della vita nelle suburre delle periferie urbane dove la violenza del più forte è l’unica regola a cui devi sottostare per non morire? Conoscono i nostri opinionisti l’angoscia degli anonimi che corrono per le strade delle metropoli senza sapere dove vanno?
Relativismo, scientismo, liberismo, progressismo , evoluzionismo sono grandi temi, ma sono lussi da circoli della vela in un porto dove marinai senza volto si sfottono la vita a scaricare e caricare balle di merci e barili di petrolio.
La destra ha vinto perché la sinistra si è impiccata all’albero della fiction. Prendiamone atto e cerchiamo di valutare quali spazi ci sono per trasformare in speranza questo inabissarsi nell’insicurezza e nella paura di un intero paese.
ha avuto un peso non piccolo nella costruzione dell’identità meridionale.
Non penso solo ai sindacalisti assassinati dai mafiosi mandati dai padroni, alle epiche lotte per la terra, ma anche al ruolo di costruzione di coscienza morale e di orgoglio umano, di intellettuali come Concetto Marchesi e come tanti altri che dai licei e dalle Università mobilitavano la passione politica delle nuove generazioni.
Gli ultimi risultati elettorali offendono questo ricordo, umiliano migliaia di compagni anziani, ma soprattutto segnalano un mutamento antropologico della base sociale della rappresentanza politica.
La sinistra scompare perché le facce dei suoi “leaders” non sono presenti nella mente del popolo siciliano.
Prima di diventare un segno sulla scheda elettorale, un partito e un candidato sono una “rappresentanza mentale”, un’immagine, un movimento delle labbra, uno sguardo, uno stile, l’incarnazione di un’idea.
Ricordo gli anni ’50 quando costringevo mio padre ad accompagnarmi ai grandi comizi.
De Gasperi in piazza Università, in una sera di pioggia fitta, sotto una ragnatela di ombrelli, il suo viso asciutto trasmetteva emozioni e pensieri a un pubblico in attesa di una speranza di futuro.
Togliatti in piazza Teatro Massimo, in una giornata di caldo sciroccoso rompeva il peso dell’aria con le sue parole secche e scandite: i compagni
fremevano.
Nenni ancora a piazza Università si toglieva il basco mentre parlava della irriducibilità socialista allo scambio mercantile del voto: non ci venderemo per un pateracchio ministeriale.
Era evidente lo sforzo di entrare in sintesi con i bisogni e i desideri popolari.
Oggi non ci sono più neppure i comizi e comunque chi parla al microfono non ha più la faccia per entrare in sintonia con il pubblico.
Manichini imbalsamati e linguaggi stereotipi.
Che delusione i candidati del centrosinistra!
Scendono in campo come i salvatori della Sicilia abbandonata e subito dopo si capisce che non credono a quello che dicono, che non sanno di che parlano e con chi parlano.
Ritornano alla mente le pagine di Concetto Marchesi sui contadini malati di malaria con una bottiglia di vino e un tozzo di pane in mano che tornano di sera in città dopo il lavoro nelle paludi di Lentini: è un pezzo di letteratura universale. Questo senso inaudito di sentire le offese degli altri offese a se stessi, alla propria dignità, questo sentirsi parte di un universo di sfruttati e manipolati è la poesia del dolore universale.
Nella politica vera non c’è retorica, né finzione mediatica; c’è il sentirsi partecipi di un’ingiustizia universale.
Dov’è oggi a sinistra questo sentimento di dolore e pietà per le frustrazioni, per le umiliazioni, per le sofferenze di tantinostri simili? Bisogna essere chiari e duri: la sinistra attuale ha come referente la parte più cinica della società italiana: lafascia di intellettuali senza vocazione, i garantisti del vecchio sistema di relazioni industriali, la borghesia più ricca e più protetta.
Non c’è più né il ceto medio, né il proletariato nuovo del lavoro precario, né le nuove generazioni che si affacciano a una vita senza ideali e senza principi.
La sua bandiera è un liberismo senza eticità che giustifica l’individualismo egoista e il rampantismo competitivo. I suoi campioni sono “facce inespressive” con i sorrisi dilatati di chi non crede alle cose che dice. Non c’è l’epopea dell’eroe sconfitto.
Non c’è alcun Ulisse che combatte contro le forze del male per tornare a Itaca, ma un gruppo di sbandati che cercano la salvezza personale. È ora di dire basta. Il paese ha bisogno di un’opposizione a Berlusconi. Ne ha bisogno per la vita delle sue istituzioni, per la necessità di ricostruire uno spazio culturale comune fra Nord e Sud, per uscire da una situazione generale di sfiducia nelle proprie forze, per superare le paure e le insicurezze che mortificano la creatività dell’intelligenza italiana e della sensibilità delle nuove generazioni.
Ma perché questo accada è necessario un appello alla lealtà verso il popolo: gli attuali gruppi dirigenti della cosiddetta sinistra debbono passare la mano: non sono più legittimati a chiamare a raccolta quel che resta del sogno di rompere il cerchio delle violenze fratricide e di aprire un nuovo orizzonte di pace.
La prima operazione necessaria per favorire un processo di ripensamento e riflessione critica è quella di smettere di usare Berlusconi come il nemico pubblico numero uno. Già molte voci si levano da sinistra per contrastare questa ennesima riproposizione del paradigma giustizialista.
È bene dire chiaro che se Berlusconi si muove sui temi della giustizia come un elefante in un palazzo di vetro, è anche vero che dal ’92 ci trasciniamo uno scontro improprio fra il circuito magistratura-sistema mediatico e il governo Berlusconi, che serve soltanto a depistare dall’attenzione ai problemi reali del paese.
C’è un problema giustizia che minaccia di trascinare il paese in una perenne instabilità. L’uso politico delle inchieste giudiziarie non può essere negato da nessuna persona seria.
La corporazione dei Pm, rappresentata da Di Pietro, è una lobby potente e autoreferenziale alleata al sistema mediatico per sole ragioni di potere. È necessario nell’interesse di tutti sottrarre la politica al ricatto di giudici e giornalisti spregiudicati. Riproporre, come La Repubblica, il tema della lotta al tiranno liberticida è una scelta falsa e perdente. Le leggi ad personam di Berlusconi sono una indecenza e uno sfregio alla Costituzione, ma la frequenza con cui alcuni magistrati italiani con grande risalto mediatico iniziano procedimenti penali contro esponenti di governo è di fatto una delegittimazione continua del voto popolare che non ha riscontro in nessun paese europeo. Berlusconi non è il fascismo. È solo un abile comunicatore che ha saputo costruire un messaggio per un blocco sociale (borghesia, ceto medio, proletariato) che avrebbe dovuto essere referente reale della sinistra. Paradossalmente oggi il popolo di sinistra vota a destra e non già perché è ottuso dalla televisione, ma perché trova le parole chiave di Tremonti più sintoniche di quelle di Salvati e di Ichino, che continuano a proporre un modello di liberismo che non ha alcun riscontro nella realtà. E qui tocchiamo un punto nevralgico: gli intellettuali del centro sinistra sono totalmente indifferenti alle paure e alle aspettative diffuse nella società. La società che hanno in testa menzionata dagli intellettuali di sinistra, a cui anche Merlo fa riferimento nel suo ultimo articolo contro Berlusconi, è la società dei salotti sofisticati dove si celebra la complimentosa complicità di chi si sente al riparo dalle temperie dell’esistenza quotidiana. Questi illustri pensatori del mercato concorrenziale e della trasparenza dell’impresa si sono mai posti il problema della muta disperazione di un emigrante approdato miracolosamente nelle spiagge di Lampedusa?
Conoscono il mondo aberrante dei giovani drogati che si sballano per provare qualche esperienza in un mondo disumanizzato dell’indifferenza generale?
Hanno mai guardato negli occhi un ragazzo che vive l’esistenza come un peso insopportabile perché non trova più amore in nessun rapporto con gli altri?
Cosa sanno i laudatori del libero mercato, che rimproverano a Tremonti di fare populismo di sinistra, della vita nelle suburre delle periferie urbane dove la violenza del più forte è l’unica regola a cui devi sottostare per non morire? Conoscono i nostri opinionisti l’angoscia degli anonimi che corrono per le strade delle metropoli senza sapere dove vanno?
Relativismo, scientismo, liberismo, progressismo , evoluzionismo sono grandi temi, ma sono lussi da circoli della vela in un porto dove marinai senza volto si sfottono la vita a scaricare e caricare balle di merci e barili di petrolio.
La destra ha vinto perché la sinistra si è impiccata all’albero della fiction. Prendiamone atto e cerchiamo di valutare quali spazi ci sono per trasformare in speranza questo inabissarsi nell’insicurezza e nella paura di un intero paese.
Pietro Barcellona
LA SICILIA
MARTEDÌ 24 GIUGNO 2008
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