Elena Delle Donne già all'università mise la carriera in secondo piano rispetto alla sorella, con cui può comunicare solo con il tatto
di Redazione
A 35 anni, dopo una carriera luminosa ma segnata da sfide fisiche e personali, Elena Delle Donne dice addio al basket professionistico. Ma la sua storia non è solo quella di una campionessa con due titoli di Mvp e un anello Wnba, il massimo campionato femminile al mondo: è soprattutto il racconto di un legame d’amore che ha ridefinito il concetto stesso di sacrificio e determinazione. Dietro ogni canestro, ogni premio, ogni record, c’è Lizzie. Sorella maggiore di Elena, 36 anni, affetta da una grave serie di handicap: cieca, sorda e autistica dalla nascita, con paralisi cerebrale e oltre 30 interventi chirurgici alle spalle. Un mondo chiuso nel silenzio e nell’oscurità, dove l’unico ponte verso l’esterno sono le mani di Elena.
«Comunichiamo attraverso il tatto», ha raccontato più volte l’atleta. «Se ha fame, sete o freddo, me lo dice toccandomi in un certo modo. I nostri abbracci, i nostri baci, sono il nostro linguaggio». Un legame così viscerale che, a 19 anni, portò Elena ad abbandonare dopo soli tre giorni il prestigioso programma di UConn — l’Università del Connecticut, il vero tempio del basket femminile da college americano — devastata dagli attacchi d’ansia per la lontananza dalla sorella.
Quel «no» al sogno americano diventò l’inizio di una storia più grande. Dopo un anno di terapia e il ritorno a casa nel Delaware, Elena riprese a giocare per la piccola University of Delaware, a pochi chilometri da Lizzie. Fu lì che nacque la leggenda: 3.000 punti segnati, la porta del programma spalancata verso livelli mai visti, e poi la Wnba. «Lizzie non sa che sono una giocatrice di basket», ha confessato Elena. «Ma è stata la mia più grande motivazione. Le sono state date le carte peggiori nella vita, eppure ogni giorno si alza, sorride, ama. Tutto quello che ho fatto è per lei».
La carriera di Delle Donne stata in ogni caso un mosaico di sfide vinte: ha anche dovuto affrontare, nel 2020, la malattia di Lyme, combattuta assumendo fino a 64 pillole al giorno. Poi, per tre volte, le ernie del disco, ignorate durante il trionfo del 2019 ma poi dovute affrontare. la battaglia contro il sessismo prima («Nessun supereroe indossa tacchi alti», rispose a un hater), il coming out e il matrimonio pubblico con Amanda Clifton il 3 novembre 2017, un doppio gesto che l’ha resa faro anche per la comunità Lgbt+. Le nozze, a Long Island, furono trasmesse in diretta social proprio perché non doveva «essere una giornata speciale solo per noi due».
Oggi, mentre annuncia il ritiro con quella citazione sul tempo che «come ha fatto a diventare tardi così presto?», Elena chiude il cerchio. Tornerà a Washington come consulente, ma soprattutto tornerà a Lizzie. Forse, con quel linguaggio segreto delle mani che solo loro due conoscono, le sta già spiegando che da oggi potranno passare ancora più tempo insieme. Perché alla fine, per Elena Delle Donne — che ha anche chiare origini italiane, nonni abruzzesi e laziali —, il trofeo più importante non ha la forma di una coppa, ma quella di un abbraccio che non ha bisogno di parole. «Ho dato tutto a questo sport — scrive — ma so che la parte più bella della mia vita mi aspetta». Con la moglie Amanda e con Lizzie, ovviamente. Sempre e solo con Lizzie. Una delle sue citazioni preferite, «nessuno di noi indossa il mantello», per indicare che tutti sono supereroi, in realtà, sarà una guida per generazioni anche nel suo nuovo lavoro di dirigente per le Misfyts.
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